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Scriviamo le nuove regole del dialogo sociale

LIBERAL BIMESTRALE
di Renato Brunetta
Anno n. 12 - Giugno - Luglio 2002

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L’Italia è il Paese delle riforme mancate. A cicli ricorrenti, il mondo politico discute, polemizza anche aspramente, si mobilita nelle piazze, lancia appelli contro pericoli spesso immaginari. Poi, in generale, non succede nulla, in attesa che questo teatro del grottesco riprenda la sua programmazione. Se si vuole risalire alle cause delle acque stagnanti che avvolgono, come cristallizzandola, la scena politica italiana, occorre andare alla loro sorgente primaria. Cioè allo scontro pluridecennale tra una sinistra massimalista e una riformista. Una competizione condotta dalla prima senza esclusioni di colpi, con una predilezione particolare per quelli bassi. È così che, per coprire l’impresentabilità delle proprie posizioni politiche e rinviare sine die l’appuntamento con una seria ridefinizione della propria piattaforma ideologica, la sinistra massimalista è ricorsa nei momenti di maggiore affanno a un uso strumentale della «questione morale». A cominciare da Berlinguer che, nella famosa intervista a Scalfari del 28 luglio del 1981, la sollevò nei confronti dei partiti al governo ma soprattutto, tra le righe, del partito socialista, colpevole di presentarsi come il rappresentante più autorevole del riformismo di sinistra, il nemico da contenere e, più tardi, da abbattere. Un’autorevole sinistra di governo, infatti, avrebbe potuto mettere nell’angolo un partito comunista che nei simboli ma anche nelle posizioni concrete (come sugli euromissili oppure sulla scala mobile) si identificava ancora nei primi anni Ottanta con una tradizione estranea ai valori occidentali. Occorreva quindi evitare una scenario alla francese, sottraendo il partito comunista all’amara sorte del Pcf di Marchais, che in Francia venne sempre più eclissato dal Ps di Mitterrand, prima all’opposizione negli anni Settanta e poi nei governi di coalizione nella prima metà degli anni Ottanta. La proclamazione di una presunta superiorità morale rappresentò quindi, e per certi versi continua a rappresentare, una maschera dietro la quale nascondere le rughe di un messaggio politico sempre più consunto e antiquato. Un’arma di lotta politica che divenne addirittura indispensabile dopo la caduta del muro di Berlino.
La svolta della Bolognina (1989), culminata dopo più di un anno nel congresso di Rimini, atto di nascita del Pds, non sarebbe certo bastata da sola a rialzare le sorti di un partito, quello comunista, platealmente sconfitto dalla storia se nel frattempo non fosse sopraggiunta con Tangentopoli l’eliminazione della classe politica di governo. In particolare, a farne le spese furono proprio i socialisti. Che nel 1992, esprimendo con Amato il capo del governo, contribuirono a imprimere un’accelerazione decisiva nella marcia di avvicinamento dell’Italia verso l’Unione monetaria europea. Furono le quattro grandi riforme strutturali del governo Amato, nella sanità, nel sistema pensionistico, nella finanza locale e nella pubblica amministrazione, a gettare le basi di una convergenza stabile e continua verso i parametri di Maastricht. Alla fine, il governo Amato fu costretto nella primavera del 1993 a rassegnare le dimissioni, sotto la pressione dell’azione giudiziaria, che trovò molte sponde compiacenti tra i banchi parlamentari. Sgombrato il campo da autorevoli esponenti della sinistra riformista, il Pds, sponsor principale della campagna di moralizzazione dall’alto della società italiana, si accingeva a vincere per inerzia le elezioni del 1994 quando sulla scena entrarono Silvio Berlusconi e Forza Italia. Che ruppero le uova nel paniere a una sinistra reazionaria che si candidava a gestire l’esistente grazie a una investitura morale che mai arrivò. Sconfitta dagli elettori, la sinistra si prese una rivincita ricorrendo alle solite armi improprie usate in simili occasioni. Sommati all’instabilità genetica del primo governo Berlusconi, l’avviso di garanzia al presidente del Consiglio e i giochi quirinalizi fecero il resto nel rovesciare dopo appena sette mesi il governo e ribaltare con esso il responso delle urne.
Nel prosieguo e in particolare nei cinque anni di governo della sinistra, si registrò un unico slancio apparentemente riformista, con le azioni assunte dal governo Prodi nel biennio ’96-’98 per far partecipare l’Italia alla terza fase dell’Unione monetaria europea. Un fine lodevole raggiunto in larga misura grazie a mezzi sbagliati, come l’aumento della pressione fiscale, e a circostanze fortuite, come l’abbassamento dei tassi d’interesse a livello internazionale, che rese meno oneroso il servizio del debito pubblico. Poco venne aggiunto, in termini di riforme strutturali della finanza pubblica, ai provvedimenti presi dal governo Amato nel 1992. Condannando l’economia italiana al più basso tasso di crescita tra i Paesi più industrializzati nell’ultimo decennio e l’attuale governo a completare quel risanamento finanziario che i governi di sinistra non ebbero il coraggio di attuare fino in fondo. Anche a causa dei veti sindacali e in particolare di quello della Cgil sulla riforma delle pensioni e su altre misure strutturali. Infatti, il vuoto di potere creato all’inizio degli anni Novanta dall’azione della magistratura fu occupato in gran parte dalle organizzazioni sindacali. La concertazione tra il governo e le parti sociali, inaugurata dagli accordi di luglio del governo Amato e soprattutto del governo Ciampi, diede certamente dei risultati positivi in materia di politica dei redditi, consentendo una bassa dinamica salariale e quindi contribuendo al contenimento dell’inflazione e alla stabilità del cambio negli anni successivi alla crisi valutaria del settembre ’92. Tuttavia il metodo manifestò presto i suoi limiti, quando dal terreno dei salari si passò ad altri capitoli della politica di governo. Fino al punto che la stessa Confindustria, uno dei tre vertici del triangolo negoziale, si trovò a essere emarginata dallo strapotere sindacale durante il governo Dini, che nel ’95 varò la sua modesta riforma delle pensioni senza che in calce ci fosse la firma degli industriali.
Il massimalismo della sinistra italiana, trapiantato nel movimento sindacale, ha dato luogo a una resistenza dura e fin qui efficace a qualsiasi ipotesi di riforma di importanti settori dell’economia. Combattuta in nome di diritti fondamentali che tali non sono oppure, anche qualora lo siano, non sono minacciati da alcuno. Anche qui nascondendo la povertà delle proprie argomentazioni dietro slogan di facile effetto ma di nessuna sostanza. Oggi che la sinistra massimalista rinnova i suoi riti tradizionali, ricorrendo al suo classico repertorio composto da un misto di moralismo giacobino e di difesa ipocrita di interessi particolari, il governo ha il dovere di dare un segnale di discontinuità rispetto al passato. Realizzando le riforme decise e poi annunciate, senza farsi intimidire dal polverone delle polemiche futili e pretestuose. Ma, come ci ricorda la lezione del socialismo riformista, senza rinunciare al dialogo sociale, necessario a mantenere la coesione tra i vari strati sociali del Paese e quindi pietra fondante del benessere e della convivenza civile del nostro Paese. Occorre quindi superare la fase di stallo nello stato delle relazioni industriali che si è prodotta nel primo anno di vita del governo Berlusconi. Facendo riflettere tutti gli attori in gioco (almeno quelli in buona fede) sugli errori commessi da ciascuno. Un’assunzione collettiva di responsabilità non darebbe ritorni particolari a nessun soggetto e consentirebbe di rilanciare il dialogo su basi cooperative, di lungo periodo, a vantaggio di tutti. Nell’ultimo anno si è passati dallo schematismo ipocrita e salvifico della concertazione centralizzata, tutta regole, riti, consenso e conservazione, a un dialogo sociale modello Far-West, senza regole condivise, con tutti contro tutti, a giocare ciascuno partite ufficiali e, magari in contemporanea, partite parallele, chi con la pistola in pugno, chi con la pistola nascosta nella giacca di velluto.
Preso atto di questa degenerazione che configura un gioco a somma negativa, dove tutti hanno da perdere (tranne magari qualche ambizioso leader sindacale), bisogna tentare una strada alternativa, pena la distruzione del bene pubblico fiducia, alla base di qualsiasi nuova possibilità di dialogo e di collaborazione tra le parti sociali. D’altra parte, è proprio nei momenti di massima conflittualità, quando sono più evidenti le conseguenze negative del muro contro muro, che si devono cogliere le possibilità di accordo. E l’idea da cui ripartire potrebbe riguardare proprio la riscrittura delle «regole del gioco» che presiedono ai rapporti tra le parti sociali. Dovrebbe essere il governo, in quanto massimo produttore del bene pubblico fiducia, a fare il primo passo, promuovendo un nuovo quadro di relazioni industriali.
Accertata la morte, non da ora, della concertazione (dopo i fasti del ’92 e l’agonia improduttiva dal ’96 in poi), bisogna chiaramente esplicitare e rendere condivise le nuove regole del “dialogo sociale”. L’Europa, da questo punto di vista, può offrire qualche utile spunto, da adattare alla realtà del Paese. Il metodo europeo del “coordinamento aperto” (si fissa di volta in volta un obiettivo, come quello di Lisbona confermato a Barcellona sull’innalzamento del totale di occupati al 70% della popolazione adulta, lasciando ai singoli Paesi la scelta delle politiche più idonee al suo raggiungimento) e dell’“avviso comune” sono strumenti di grande utilità, purché se ne definiscano con chiarezza i tempi e i contenuti. In altre parole, sia rispetto al recepimento di direttive europee in campo sociale, sia relativamente a riforme di carattere interno, le parti sociali vanno chiamate a una convergenza sulle linee fondamentali dei provvedimenti legislativi da prendere. Se questa convergenza c’è, il governo ne prende atto e porta a termine coerentemente il procedimento legislativo di riforma. Se la convergenza non c’è, in tutto o in parte, l’esecutivo deve comunque procedere, cercando il massimo consenso possibile con chi ci sta. Ciò che conta è che non ci siano pregiudiziali né da una parte né dall’altra e che si vada al tavolo negoziale pronti a trattare su tutto e senza posizione preconcette, ampliando così al massimo i margini di scambio. In questo senso, le regole del «nuovo dialogo sociale» dovrebbero inevitabilmente e utilmente indurre anche una certa competizione tra i diversi giocatori: senza coalizioni predeterminate vince, infatti, chi sa meglio interpretare gli interessi di tutti, alleandosi di volta in volta con il numero di controparti necessario a formare una maggioranza stabile. Il governo dovrebbe garantire, da parte sua, la costanza del metodo, il rispetto dell’agenda, il mantenimento degli impegni presi, la verifica dei risultati. Le parti dovrebbero, a loro volta, riconoscere al governo il diritto-dovere di governare e di realizzare il suo programma, senza frapporre veti. La sottoscrizione di un accordo quadro sul metodo e sui contenuti del nuovo dialogo sociale dovrebbe pertanto rappresentare il punto di partenza di una ripresa effettiva della dialettica tra le parti, ripristinando le condizioni di fiducia e di reciprocità venute meno per colpa un po’ di tutti.
Questo «accordo quadro sul metodo» dovrebbe essere offerto dal governo alle altre parti, delineando tempi, risorse, verifiche, per ciascun round di volta in volta avviato: dagli ammortizzatori sociali al Mezzogiorno, dal Welfare all’emersione del sommerso, dalle strategie di politica economica (in occasione della preparazione del Dpef) alla politica fiscale. La promessa che il dialogo sociale non avverrà una tantum ma sarà ripetuto nel tempo, con un’agenda predefinita nel metodo, anche se di volta in volta diversa nei contenuti, farà inoltre aumentare i costi di uscita dal gioco negoziale. Chi si ritira all’inizio, sulla base di atteggiamenti pregiudiziali, non solo rinuncia ai possibili benefici del round negoziale da avviare ma finisce per auto-emarginarsi rispetto anche a quelli seguenti. Allungare credibilmente la lista del menu negoziale aumenta le possibilità di scambio e quindi di successo di ogni trattativa tra le parti, in un gioco ripetuto potenzialmente all’infinito. Un governo come l’attuale che ha tutte le carte in regola per essere un governo di legislatura ha oggi l’orizzonte temporale sufficiente a proporre un accordo di lungo periodo alle parti sociali lungo le linee di un nuovo dialogo sociale. L’occasione va colta il prima possibile, chiudendo una volta per tutte il ciclo delle riforme mancate.
 

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