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Italian-americans: Un mondo a parte

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Canali
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Nel volume collettaneo Verso l’America sono raccolti i lavori di alcuni tra i più importanti studiosi «americanisti», pubblicati già nella Storia dell’emigrazione di massa. Ora opportunamente selezionati e riuniti, ci forniscono uno splendido e meditato affresco delle tormentate e complesse vicende degli italiani emigrati negli Stati Uniti. Si passa dal fondamentale studio di Vecoli L’arrivo negli Stati Uniti, all’interessante studio di Maria Susanna Garroni, tra il sociologico e l’antropologico, sull’insediamento degli emigranti nelle formicolanti Little Italies, dall’approfondita analisi di Salvatore Lupo sui rapporti tra mafia italiana e statunitense con la conclusione di un’«ibridazione» dei due fenomeni piuttosto che quella del mero trapianto della mafia siciliana nel Nuovo Mondo, all’innovativa tesi di Gino Masullo esposta nel saggio Economia delle rimesse, in cui trova conferma il grande debito che lo sviluppo industriale del nostro Nord deve alle enormi rimesse dell’emigrazione - «una fantastica pioggia d’oro» venne definita da osservatori coevi - al frutto di sudore e sangue, delle separazioni familiari lunghe e dolorose, di cui furono protagonisti essenzialmente uomini e donne del Sud. Il difficile processo di adattamento che attendeva gli emigrati negli Stati Uniti viene esaminato nel lungo saggio di Vecoli, centrale nell’economia del lavoro. 
Sorprende il non specialista carattere temporaneo che ebbe molta dell’emigrazione transoceanica. Questi emigranti (golondrinas, cioè rondini), su cui insiste anche il bel saggio di Andreina De Clementi, giungevano nel Nuovo Mondo con l’unico scopo di fare più in fretta possibile soldi sufficienti per tornarsene nei loro paesi di origine, non di rado assoggettandosi a una emigrazione stagionale che li portava a intraprendere un viaggio di andata e ritorno attraverso l’Atlantico anche due o tre volte l’anno. Questo sentimento, cioè il ritorno al paese d’origine nel minor tempo possibile, fu alla base dell’iniziale disinteresse delle masse emigrate per la vita politica del Paese che le accoglieva e spiega il fenomeno esteso del loro persistente astensionismo politico. Si dovrà attendere la terza generazione per assistere al progressivo inserimento degli emigranti nei meccanismi politici americani, come spiega Stefano Luconi nel suo saggio La partecipazione politica nell’America del Nord. Un’altra faccia della stessa medaglia è rappresentata dalla forte percentuale di unmeltable ethnics presente tra i discendenti di emigranti italiani anche della quarta generazione, cioè di coloro che resistono a «sciogliersi e mescolarsi nella grande melting polt americana». Come sottolinea Anna Maria Martellone in Generazioni e identità, esaminando il censimento americano del 2000, l’auto-identificazione dell’etnia italiana, cioè di coloro che rivendicano un’ascendenza italiana, è in aumento, cioè in controtendenza, rispetto a quella dei discendenti dell’emigrazione tedesca, irlandese, polacca ecc... Tra le molte ipotesi, - maggiore persistenza delle Little Italies, tardivo inserimento nei meccanismi del voto e della politica, il persistere tenace di valori familiari - Martellone, parlando della cultura del cibo, ma dando con tutta evidenza un significato più lato alla sua analisi, ipotizza una «vendibilità» del marchio Italia, che ha creato «benessere e buona immagine anche attraverso quanto di italiano si produce in America, a opera di italian-americans», che «vanno giustamente fieri delle proprie origini, sia pur remote», ben consapevoli «che non c’è stata soltanto trasmigrazione di mafiosi, ma di tanti aspetti positivi, preziosi, della cultura italiana. 

Aa. Vv., Verso l’America. L’emigrazione italiana e gli Stati Uniti, Donzelli, XVI-318 pagine, 13,50 euro
 

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