Quello che stupisce nel contenzioso coperto tra governo e confederazioni sindacali sulla riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è la scarsa qualità delle proposte messe in campo dalle parti sociali. Nel contempo i contestatori delle riforme hanno saputo indubbiamente suscitare emozioni forti nel corpo sindacalizzato dei lavoratori. Per la Cgil e per il suo segretario generale è stata colta un’occasione per riproporre una leadership che va ben oltre il confine sindacale, aggregando un fronte di opposizione che raduna la sinistra politica, i no global, i girotondi, i movimenti giustizialisti e pezzi non marginali di aree della Margherita. L’operazione mass-mediatica, riuscita, di accomunare le scelte del governo di centro-destra a quelle della signora Thatcher farebbe persino tenerezza se non fosse che rivela un’involuzione pericolosa riguardo la capacità delle forze politiche e sindacali di darsi un orizzonte europeo per le scelte di riforma, con i riformisti di entrambi gli schieramenti politici in grave difficoltà. Difficile pensare, infatti, a uno scenario di tipo liberista con un governo che concede al lavoro dipendente: lo smantellamento di 15 milioni di euro in anni di trattamento di fine lavoro accantonati dalle imprese, la pratica irriformabilità anche futura delle pensioni di anzianità, il rinnovo dei contratti del pubblico impiego a valori economici superiori di quelli del settore privato nel quale, è bene ricordarlo, vengono rinnovati con una bassissima conflittualità. Il governo può essere eventualmente accusato di scarsa abilità tattica nel condurre un confronto con i sindacati alle quali concessioni non è corrisposto nessun scambio reale. Ma questo non è sufficiente per spiegare l’ideologizzazione del confronto, tale da rendere ormai marginale il valore pratico delle riforme proposte, trasformandole in uno scontro su valori altamente simbolici e dal cui esito dipenderà la capacità di riprendere i percorsi di riforma.
Il Libro Bianco sul mercato del lavoro italiano
Il governo si era posto l’obiettivo di impostare un programma di legislatura per le riforme del lavoro e a questo proposito era stata commissionata la redazione di un Libro Bianco sul mercato del lavoro, successivamente redatto da un gruppo di esperti, coordinato da Marco Biagi e approvato in apposita seduta dal Consiglio dei ministri. Il Libro Bianco sul mercato del lavoro rappresenta, da molti anni a questa parte, il primo tentativo organico di analisi delle problematiche del mercato del lavoro italiano in modo comparato con quello europeo. In ragione delle politiche di convergenza, particolarmente riguardo gli obiettivi posti dalla Comunità europea sui tassi di occupazione, vengono indicate le strade per operare un recupero accelerato delle distanze che ci separano dall’avere un mercato del lavoro che assicuri in modo equilibrato mobilità sociale, opportunità, flessibilità e tutela dei lavoratori. Le criticità del mercato del lavoro italiano possono essere riassunte sinteticamente:
- nel basso tasso di occupazione (53% sulla popolazione in grado di lavorare rispetto al 63% della media europea);
- nel più alto squilibrio territoriale della disoccupazione;
- nel più basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro delle donne e degli anziani;
- nel problematico ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.
A fronte di queste criticità le politiche del lavoro hanno operato in maniera opposta:
- centralizzando le politiche contrattuali e salariali anziché contribuire a incentivare una diversa allocazione di capitale e lavoro;
- sottoutilizzando strumenti contrattuali, vedi il part-time, che in altri Paesi hanno contribuito in maniera efficace a elevare il tasso di occupazione;
- accelerando l’esodo degli anziani con le pensioni di anzianità;
- ignorando le politiche attive del lavoro.
Questi elementi, sinteticamente riassunti, rendono evidente il fabbisogno di riforme necessarie a raggiungere gli obiettivi indicati dalla Unione europea.
Il percorso delle riforme
Negli anni Novanta l’attività delle istituzioni e delle parti sociali è stata significativamente e meritoriamente concentrata sulle politiche di risanamento con l’obiettivo, complementare, di favorire l’ingresso dell’Italia nell’euro. Le politiche di risanamento hanno contribuito sensibilmente al peggioramento della domanda interna. L’assenza di riforme strutturali sul versante dell’offerta di lavoro, ha ingigantito gli effetti sull’occupazione. È necessario ricordare infatti, al di là dei valori assoluti, che in Italia a metà degli anni Novanta si registrava un rapporto tra crescita economica e crescita dell’occupazione dello 0,50% rispetto alla media dell’Unione europea vicina all’1%. In Italia, cioè, era necessaria una crescita doppia per raggiungere i medesimi obiettivi occupazionali. Le riforme iniziate dal governo Prodi, nel ’96 con il patto per il lavoro e il cosiddetto Pacchetto Treu, hanno certamente contribuito ad avvicinare le distanze. Il contributo principale è stato offerto dall’introduzione del lavoro interinale. Tuttavia è apparso da subito evidente che esso si sarebbe azzerato per una serie di difficoltà politiche e sociali. Le difficoltà politiche risiedevano nella debolezza delle maggioranze di governo, prima ricattabili da Rifondazione comunista, successivamente frammentate e vulnerabili al loro interno nella fase di D’Alema e di Amato. Sul versante sociale ha pesato la sostanziale indisponibilità della Cgil a intraprendere qualsiasi ipotesi di riforma del sistema contrattuale e del mercato del lavoro, che non fosse di tipo meramente acquisito e oneroso per l’erario pubblico.
Nell’insieme le criticità politiche e sociali hanno costituito un veto «da sinistra» all’operare dei governi del centrosinistra. Il deficit di regolazione derivante dalle mancate riforme trova riscontro nelle anomalie del lavoro e del rapporto di lavoro. È certamente cresciuta l’economia sommersa così come paradossalmente anche gli ambiti di elusione contrattuale delle remunerazioni verso l’alto, indicatori di un sistema contrattuale centralizzato che non regge l’impatto dei cambiamenti specie dopo l’avvento dell’euro. Si è incrementata in maniera abnorme l’area del lavoro coordinato e continuato e l’uso dei contratti a termine in modo anomalo al fine di allungare artificialmente i periodo di prova. In buona sostanza su una parte rilevante di lavoratori si scaricano in maniera impropria, analogamente al ruolo già svolto dal sistema produttivo dalle aziende inferiori ai 15 dipendenti, le esigenze di flessibilità del sistema economico. Questo produce pesanti squilibri nella mobilità sociale, sul versante dell’equità tra lavoratori e tra questi e il sistema delle imprese. Le riforme proposte dal Libro Bianco erano pertanto rivolte:
- a riprendere il cammino interrotto sul pacchetto Treu;
- a introdurre nuovi strumenti nei rapporti di lavoro al fine di rendere sensibile il rapporto tra crescita e occupazione, nonché allargare la base occupazionale;
- a ridurre le asimmetrie nelle tutele tra i diversi segmenti del mercato del lavoro;
- a introdurre un sistema di flessibilità combinato con la sicurezza che, attraverso un concorso di incentivi, servizi, formazione, sostegni al reddito, favorisse una maggiore tutela dei lavoratori nel mercato del lavoro senza disincentivare la propensione alla ricerca del lavoro.
Queste riforme venivano proposte con un approccio estremamente pragmatico e rispettoso delle prerogative delle parti sociali. In buona sostanza si invitava a guardare alle buone pratiche sperimentate con successo in Europa, adattandole al contesto italiano, privilegiando la capacità di intervento delle parti sociali sia in termini di regolazione che di orientamento per le riforme legislative.
Concertazione e dialogo sociale
In realtà il confronto tra governo e parti sociali si è quasi subito impantanato su questioni di metodo, la più rilevante delle quali ha riguardato il rapporto tra concertazione e dialogo sociale. Il Libro Bianco poneva un’enfasi sul cambiamento di fase. Le politiche centralistiche e fortemente compenetrate tra governo e parti sociali, spesa pubblica e politiche contrattuali, erano motivate negli anni Novanta dalle emergenze politiche ed economiche. Quelle politiche conseguenti alla instabilità delle maggioranze di governo e alla necessità di costituire punti di riferimento accettabili per il sistema economico con gli accordi sindacali. Quelle economiche legate alla necessità di abbattere l’inflazione e precostituire, per questa via, il risanamento dei conti pubblici e l’aggancio alla locomotiva euro. Tali scelte non solo non avevano alternative credibili ma hanno colto gran parte degli obiettivi garantendo uno scambio equo tra moderazione salariale e salvaguardia della spesa sociale. Una tale impostazione, centralista e gradualista sul piano delle riforme sociali, ha mostrato tutti i suoi limiti proprio con l’avvento dell’euro. L’unità monetaria, privando i singoli Paesi della sovranità sul controllo della politica monetaria e condizionando pesantemente quella di bilancio, impone riforme consistenti per assicurare la competitività del sistema sul versante della concorrenza e del mercato del lavoro. In questo contesto la flessibilità salariale e del mercato del lavoro (salario legato alla produttività, migliore allocazione delle risorse) sono incompatibili con le politiche centralistiche degli anno Novanta.
Le parti sociali devono pertanto recuperare autonomia e autorevolezza nella regolazione dei salari e del mercato del lavoro con opportune riforme della struttura contrattuale e del mercato del lavoro, non abbandonando la politica dei redditi ma esaltando gli assetti partecipativi delle relazioni sindacali (parte del Libro Bianco colpevolmente trascurata, ma che rappresenta un’assoluta novità per un atto istituzionale dei governi). In Europa queste politiche vengono opportunamente definite «dialogo sociale». In modo assolutamente improprio e strumentale si è voluto contrapporre il superamento delle politiche concertative con il ritorno all’antagonismo sindacale. Artefice di questa lettura è stata la Cgil, peraltro responsabile di aver impedito qualsiasi adattamento dell’impianto contrattuale e regolative del mercato del lavoro alla fine degli anni Novanta, e un’ondata mass-mediatica finalizzata all’obiettivo di legare l’opposizione politica, i nuovi movimenti, girotondi inclusi, all’opposizione sindacale. I fatti sono noti e non vale la pena ripercorrerli salvo interrogarsi sulle ragioni che continuano a impedire i processi di riforma e le debolezze stesse del riformismo italiano. C’è anzitutto una differenza radicale di analisi delle dinamiche e degli effetti della globalizzazione. L’analisi riformista prende atto di profondi cambiamenti nelle forme organizzative della produzione. La flessibilità è la conseguenza dell’innovazione tecnologica combinata con la personalizzazione dei prodotti che ha reso estremamente variabile la produzione. Essa pertanto non va contrastata, pena la perdita di competitività e di occupazione, quanto vanno ricercati nuovi equilibri tra flessibilità e tutela non solo nel rapporto di lavoro, eredità della fase industriale, ma in particolare nel mercato del lavoro con la combinazione di servizi, formazione, sostegni al reddito, incentivi al reinserimento.
Nella visione radicale la flessibilità è la risposta capitalistica alla globalizzazione della produzione con il fine ultimo di indebolire le conquiste sindacali e i livelli di tutela dei lavoratori. Le conseguenze sono ovvie. Nella prima fattispecie sono necessari processi di riforma auspicabilmente con il consenso e la partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori. Nella seconda viene teorizzata e praticata la difesa rigida dell’esistente, ovvero un’alleanza tra movimenti no global, Paesi poveri, movimenti sindacali ecc. Di contorno, altrettanto ovviamente, c’è la definizione di «traditori» per le componenti sindacali più disposte al dialogo. Un secondo aspetto riguarda i contenuti delle azioni politico-sociali. La visione riformista prende in considerazione il ripensamento dei modelli di tutela attraverso un approccio compatibilista dal punto di vista economico (competitività e risorse disponibili) e pragmatico per quello sociale valutando l’impatto reale, e non solo formale, del processo regolatorio. La visione massimalistico-rivendicativa concepisce le «riforme» come ampliamento della sfera dei diritti, che diventano il nuovo dogma e la nuova variabile indipendente. La spesa pubblica diventa l’arena della battaglia rivendicativa con l’ovvia conseguenza di collocare le risorse disponibili sui gruppi meglio organizzati e rappresentati. La cosa singolare sta nel fatto che questi gruppi si mobilitano con l’obiettivo e la pretesa di rappresentare i più deboli. Esistono pertanto delle implicazioni etico-morali oltre che sociali in questa contrapposizione. Nella concezione riformista l’equità delle prestazioni non è definita in astratto ma è il frutto di una corretta composizione degli interessi, garantita anche dal ruolo della contrattazione. In quella massimalistica prevale una visione astratta e predefinita dei diritti che finisce per identificarsi con singole battaglie (scala mobile, pensioni di anzianità, art. 18) scambiando gli strumenti per i fini.
Essa guarda con sospetto l’attività contrattuale (il compromesso tra le parti), privilegia la lotta politica e la legge come sistema di regolazione dei conflitti. Lo scontro tra le due entità ha accompagnato la storia della Repubblica italiana con la componente comunista cigiellina da una parte e quella cattolico socialista, politico e sociale dall’altra. I cambiamenti del mondo del lavoro sono stati gli ambiti che hanno visto gli scontri più significativi (la contrattazione articolata, la scala mobile, le pensioni, le riforme del mercato del lavoro). Resta però da capire come mai, a distanza di 13 anni dalla caduta del muro di Berlino, queste pulsioni mantengono ancora questa intensità nel contesto italiano tanto da condizionare come non mai tutte le componenti riformiste, assumendo la leadership mediatica e di piazza. Ma in modo più significativo pesano i nodi irrisolti della sinistra italiana che non ha ancora fatto i conti in modo adeguato con la sua subcultura e cioè con le componenti ideologiche e le pulsioni che condizionano i riflessi del suo gruppo dirigente. È una sinistra ancora lontana dalle analoghe componenti europee. Pragmatiche sul versante sociale, aliene dal giustizialismo, dal no globalismo e dai girotondi che manifestano anche in maniera eclatante l’infantilismo di alcune componenti della sinistra italiana. Per arrivare a un bipolarismo maturo è probabile perciò che diventi necessaria una sconfitta storica dal massimalismo italiano che è la versione indigena del populismo assai più nefasta di quello addebitato da Giuliano Amato alla destra italiana.