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Democrazia contro burocrazia

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Martino
Anno II n. 11 - Aprile - Maggio 2002

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L'Europa sta vivendo una fase costituzionale di grande rilievo per il futuro. Si potrebbe comparare questo momento con quello vissuto dagli Stati Uniti durante la stesura dell’Atto Costitutivo, la cui genesi fu accompagnata da un dibattito molto vivace e schietto. Chi conosce le Federalist Papers sa quanto fossero divergenti le visioni di Hamilton, di Madison, di Jay e di Jefferson, che, tuttavia, contrapponevano pubblicamente i loro differenti progetti, la loro diversa visione di come concepire l’Unione. In Europa, al contrario, si sta tendendo a vivere la fase costituzionale evitando ogni possibile discussione. Chi si «concede» la libertà di esprimere opinioni che non corrispondano completamente al dettato delle direttive dell’Unione, viene giudicato come un eretico, come si usa dire un «euroscettico». Ciò è irragionevole e dannoso: l’Europa può solo guadagnare dall’avvio di un dibattito sul suo futuro, poiché qualunque processo costituzionale che si sottragga alla pubblica opinione nasce morto. L’Europa insomma non può nascere e svilupparsi con decisioni calate dall’alto sulle teste dei cittadini. Se la discussione sull’Europa insomma si limita al «Palazzo» non dando la possibilità al cittadino comune di capire come e secondo quali principi procede l’integrazione, a uscirne sconfitta è l’idea stessa di Unione. Invece di additare coloro che invitano a dibattere, si dovrebbe riflettere sul perché la Danimarca abbia detto no all’Europa, o ancora perché i sondaggi d’opinione mostrano ovunque perplessità sull’Europa. Paradossalmente il rifiuto danese è stato prodotto anche da alcune decisioni che furono presentate come schiettamente «europee». Si pensi alle disastrose sanzioni contro l’Austria. Forse la Danimarca avrebbe votato sì all’Europa se non ci fossero state quelle sanzioni. Una Costituzione per l’Europa non può consistere in un mero elenco di libertà individuali - comunque già assicurate dalle Costituzioni nazionali - ma deve definire in modo vincolante i pochi ma importanti compiti che l’Europa vuole e può realizzare. Compiti di interesse generale che a livello nazionale non possono essere realizzati. La maggior parte delle decisioni deve rimanere nell’ambito individuale, ce ne sono altre che possono essere prese a livello locale con la partecipazione diretta dei cittadini, altre ancora che competono al governo nazionale e in ultimo solo alcune e limitate decisioni di carattere generale vanno prese a livello europeo. Non credo sia auspicabile che l’Europa finisca per esaurire la sua funzione regolamentando, che so, il commercio delle uova di quaglia. L’Europa al contrario deve occuparsi della difesa comune e della politica estera comune.
I Padri fondatori avevano l’obiettivo d’assicurare la pace. Mio padre, che nel 1955 ha preso parte quale ministro degli Esteri italiano alla Conferenza di Messina, aveva provato sulla sua pelle la catastrofe di un’Europa lacerata dalle guerre: era stato sottufficiale della Sanità durante la Grande guerra e tenente colonnello nel Secondo conflitto. Quei padri dell’Europa volevano evitare in ogni modo il ripetersi di guerre tra europei. Per questo si pensò a un’istituzione che vincolasse e proteggesse la Germania e gli altri Stati europei. Grazie all’intuizione della Conferenza di Messina, secondo la quale il commercio unisce e la politica divide, abbiamo effettivamente vissuto cinquant’anni di pace. Il sollevamento delle barriere doganali ha fatto nascere una rete di interessi che garantisce la cooperazione ed evita i conflitti. L’economista francese Frédéric Bastiat già nel Diaciannovesimo secolo aveva preconizzato che laddove la via alle merci viene chiusa, prima o poi marciano gli eserciti. Certamente il libero commercio non è sufficiente da solo ad assicurare la pace, ne è però condizione necessaria. Al contrario dal protezionismo nascono le guerre commerciali, alle quali fanno seguito le guerre vere e proprie. La previsione dei padri dell’Europa si è avverata: il Mercato comune è stato realizzato e questa straordinaria conquista non verrà ricordata mai abbastanza. Detto ciò non si può nascondere che da allora ci siano stati anche sviluppi non positivi. La burocrazia ha aumentato oltre modo il proprio potere, regolando eccessivamente il Mercato comune. Contemporaneamente lo sviluppo politico non ha mantenuto il passo di quello economico, tralasciando così la partecipazione dei cittadini. Mio padre era convinto che l’integrazione economica avrebbe richiesto il varo della moneta unica e che questa avrebbe portato a un governo comune, ma ciò naturalmente a condizione che questo sviluppo fosse accettato dai cittadini.
Ma che parte hanno oggi le popolazioni dei Paesi dell’Unione? Quantomeno secondaria se non del tutto irrilevante, tant’è che i referendum sono vissuti quasi come un sacrilegio e in questo clima certamente non può svilupparsi un pubblico dibattito come sarebbe auspicabile. E il Parlamento europeo, seppur eletto in libere consultazioni popolari, non è ancora chiaro quali funzioni debba avere: questo - non la scarsa affezione dei cittadini all’idea di Europa - è uno dei motivi della scarsa partecipazione alle elezioni europee. Ovviamente in questo quadro nel quale è evidente un deficit di democrazia, esistono anche elementi positivi, sui quali tuttavia occorre compiere qualche rilievo. Ad esempio l’introduzione dell’euro. Un euro stabile, che unisca l’Europa, è senza dubbio un fattore positivo. Una moneta comune trae il suo valore dalla fiducia di coloro che la usano. L’introduzione forzata dell’euro portava con sé il rischio che la nuova valuta non venisse accettata. E in effetti negli ultimi tre anni sono usciti dall’area monetaria comune 413 miliardi di euro e la moneta comune ha perso non solo, come è a tutti evidente, il confronto con il dollaro statunitense, ma anche quello con la sterlina inglese, con il dollaro canadese e con il franco svizzero. Non sono danni irreversibili, ma non devono essere sottovalutati.
Il secondo e serio problema è costituito dalla gestione dell’euro. Dopo Maastricht la Banca centrale europea è indipendente. Ma da cosa? Visto che non esiste un governo europeo dal quale la Bce possa essere indipendente, il punto evidentemente non è l’indipendenza della Bce ma la sua accountability, in altre parole a chi risponde delle scelte compiute. Secondo le attuali regole la Bce risponde solo a Dio! Sarebbe opportuno allora dotarsi di un chiaro e vincolante strumento regolatore. Insomma quel progetto avviato dai padri della nostra Europa è ancora vivo e potrà compiere ancora tanti passi avanti, ma si dovrà cominciare a ragionare avendo la forza di ammettere e porre rimedio a tutti gli errori compiuti fino a oggi. Assumere questo principio è prioritario prima di iniziare a ragionare sui fondamenti della nuova Costituzione.

 

 

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