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S’è rotta una storia (da Turati a Lama)

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Anno II n. 11 - Aprile - Maggio 2002

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Il riformismo è ancora una parola di sinistra, come lo è stata nella sua lunga e tormentata storia? Una storia nella quale - a essere precisi - i riformisti non sono stati soltanto la destra della sinistra, ma spesso anche i suoi principali bersagli. Il socialista Filippo Turati fu trattato dai massimalisti, dagli internazionalisti e dai comunisti come un nemico. Un altro socialista, Bettino Craxi, né più né meno come un corpo estraneo, da rimuovere. Un comunista, Luciano Lama, si scontrò con tutte le radicalità. Due volte - se è consentito un ricordo personale - vidi attorno a lui un clima da guerra civile, quella mattina del 1977 in cui gli autonomi gli impedirono con la violenza di parlare all’università di Roma e quel pomeriggio del 1989 in cui venne insultato mentre stava entrando alle Botteghe Oscure dove si stava discutendo sulla fine del Pci, dopo il crollo del Muro di Berlino. Oggi, in questo 2002, c’è qualcuno che attorno alla Quercia e all’Ulivo può dire di aver affrontato apertamente il neo-estremismo, dove per apertamente intendo dire nel momento giusto, con l’energia adeguata, con coerenza e, soprattutto, difendendo una rotta? Ecco, quando si pensa al vuoto che si è aperto in una parte così importante della cultura politica italiana (ma anche occidentale) non si può prescindere da un lungo passato che si proietta fino a questi giorni e che ci dice che si è chiuso un ciclo, quello delle sinistre protagoniste del governo della modernità. E che se ne sta aprendo un altro, quello della scommessa delle riforme fatta dal centrodestra. Le ragioni di quel vuoto sono molte. Sullo sfondo ce n’è una, generale, cioè la debolezza storica della pratica riformista delle sinistre. Visibile, nitida se si guarda con onestà a un secolo di vita europea. Se si pensa al fatto che le basi di questo Welfare, che conosciamo oggi, sono state gettate con la ricostruzione post-bellica da uomini come De Gasperi e Adenauer, cioè dal pensiero cattolico liberale, e che il contributo delle socialdemocrazie - o anche dei comunisti dove erano forze rappresentative di vasti e importanti interessi reali, come in Italia - ha avuto soprattutto il segno del conflitto, con la sola eccezione dei laburisti britannici. Questa è l’impronta dalla quale si è formata un’area di benessere e di sviluppo che non ha precedenti nella storia del mondo, quanto a tutela dei diritti sociali e a sviluppo della democrazia e che per questo e non per il suo potere militare ha vinto nel 1989. Cioè quell’area euro-americana da dove sono venute e da dove continuano a venire tutte le idee più importanti di innovazione e di governo. Ma questa è solo una ragione storica. Quelle che oggi pesano maggiormente sono altre. La più visibile è che l’ultimo riformismo, quello che ha assunto il nome della «terza via», è stato in realtà privo di riforme risolutive. Per quasi un decennio gran parte dell’Occidente è stato una grande macchia rosa, se si pensa al colore dei suoi governi: basti ricordare gli appuntamenti internazionali della «terza via» che vedevano l’uno accanto all’altro quasi tutti i presidenti e i primi ministri dei Paesi più ricchi, Clinton, Blair, Jospin, Schroeder, D’Alema riuniti a dare l’immagine di una nuova possibile egemonia. Quella di una sinistra capace di essere la garante, presso la propria opinione pubblica e nelle sue basi sociali, dei processi di liberalizzazione e di cambiamento del Welfare: correggere l’impronta data dalla rivoluzione liberale di Ronald Reagan e Margareth Thatcher, andare però avanti su quella strada di attenuazione del peso dello statalismo, cercando di preservare al massimo il vecchio sistema delle tutele. È questo disegno a essere sfumato.
L’Italia, sotto questo aspetto, è un caso esemplare. È forse inutile ricordare ancora i cinque anni del governo dell’Ulivo e il divario tra i progetti e le realizzazioni. Se ne è parlato fin troppo. Piuttosto è più utile tornare a chiedersi per quali ragioni è stata la scommessa riformatrice del centrodestra a risultare vincente, se non altro in termini di appeal elettorale. Una risposta c’è e consiste nella credibilità di un progetto. Se proviamo a sfrondare le polemiche dai loro elementi impropri - dal «potere mediatico» al populismo - e se andiamo alla sostanza di una politica, non è difficile vedere nella domanda di innovazioni essenziali la chiave di un orientamento che, oltretutto, non è solo italiano. Quelle innovazioni che già ci sono nel complicato sommerso (non solo produttivo) della società e che hanno bisogno di essere governate e indirizzate. Meno statalismo? Un rapporto virtuoso tra prelievo fiscale e servizi? Un sistema formativo più competitivo? Un mercato del lavoro più aperto? Tutele sociali nella chiave della sicurezza per il futuro e non più soltanto per l’immediato? Valorizzazione delle responsabilità, delle competenze e dei meriti? È qui, sulle voci decisive del governo delle società sviluppate, che è svanito il riformismo della sinistra e che si è creato il progetto riformatore del centro-destra. Se ora, nella primavera del 2002, proviamo a tracciare un paragone tra due culture che si confrontano - uscendo dagli elementi caricaturali di cui si fa uso nei templi del politically correct - è fin troppo agevole sottolineare qualche elemento. Se cominciamo dalla sinistra, la fotografia ci dice che in questi mesi il vuoto lasciato dal riformismo è stato riempito soprattutto dalla ricerca affannosa di un’identità che si è persa essenzialmente lungo i rivoli dei vecchi e dei nuovi antagonismi. Con una crescente subalternità delle forze politiche alle spinte movimentiste. Due esempi. Ha ormai contaminato anche l’Italia quell’intreccio tra i no-global e il filone della tradizione politica e sindacale, che da tempo si manifesta nelle contestazioni di piazza che puntualmente accompagnano i grandi vertici internazionali (da Nizza, a Goeteborg, a Praga, a Genova fino a Barcellona). Esemplare è rimasto il riferimento di Massimo D’Alema al «clima cileno». Ma, soprattutto, se in occasione del G8, Sergio Cofferati aveva ancora segnato una linea di confine, questa distinzione è finita con la partecipazione dei protagonisti di quella protesta alla giornata del 23 marzo. In altre parole c’è stato un reciproco inseguimento tra vecchia e nuova sinistra. Secondo esempio: appuntamenti come quelli di Porto Alegre, per ricordare solo l’ultimo, sono sempre più contraddistinti dall’accettazione - da parte delle rappresentanze politiche della sinistra ufficiale - del predominio di un’elaborazione culturale in cui si afferma una visione del mondo, la cosidetta visione «sostenibile», dove la critica prescinde totalmente dalla linea di demarcazione tra democrazia e non democrazia, che pure ha accompagnato tempi, ritmi e modalità dello sviluppo nell’ultimo mezzo secolo. Mese dopo mese, incontro dopo incontro, si prefigura lo spostamento dell’asse d’attenzione su una prospettiva antagonista. Antagonista rispetto all’Occidente che c’è, al suo sistema di valori, alla sua cultura politica. Non bisogna essere sopresi dal fatto che la sinistra italiana finisca per ritrovarsi egemonizzata da una visione in cui non solo è stato cancellato il vecchio riformismo ma in cui non c’è spazio per una critica dei problemi reali. Così come sono adesso. Con la fuga dalla loro soluzione nel nome di principi e di valori, come nel caso del Cgil-day.
Proprio qui, su questo capitolo, sta la linea dello scontro. Il progetto riformatore, su cui la Casa delle libertà ha raccolto la maggioranza dei consensi, segue infatti la direzione opposta, la direzione di misurarsi con le soluzioni da dare in questo momento, in una delle realtà più avanzate dello sviluppo economico e civile. Infrangendo una serie di tabù. All’ordine del giorno c’è quello definito «minimale», ovvero la sperimentazione sull’articolo di 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma ce ne è uno ben maggiore, cioè lo «spazio sociale» europeo. Perché in realtà tutto, in questa fase, porta a quel problema. Come cambiarlo, come adeguarlo, come dargli gli strumenti per resistere alle tensioni della globalizzazione, come evitare che da strumento di tutela divenga un peso insostenibile. Le riforme italiane fanno parte di questo contesto e sorgono da una domanda che si sta diffondendo nell’opinione pubblica del continente. Un continente dove a elementi di freno come i regionalismi, i particolarismi, i corporativismi ne va certamente aggiunto un altro: una ventata di euro-nazionalismo di forze - la sinistra italiana è in prima fila - che vedono nello «spazio sociale» così com’è una trincea, un elemento identitario, un totem. Dimenticando che l’Europa fa parte della globalizzazione, vi partecipa, ne sente i riflessi e che nessuna barriera potrà mettere al riparo le sue tutele, se dovesse prevalere l’immobilismo politico che l’introduzione dell’euro non ha intaccato, anzi del quale è stato quasi un alibi. Il riformismo del centrodestra, un riformismo in formazione, va visto in questa prospettiva europea e - se ne è già parlato a lungo, nelle polemiche sollevate dalle iniziative di Tony Blair - nel quadro del rapporto con il mondo anglosassone. Anche qui c’è un nuovo ostacolo, un pericoloso fenomeno nazionalista che consiste in una crescente contrapposizione frontale all’America, al suo modello, al suo dinamismo.
Un’ultima osservazione. Quello che colpisce dell’esaurimento del riformismo che pure ha contrassegnato una parte rilevante della storia della sinistra è la mancanza di resistenza di fronte al neo-estremismo. Le idee, le elaborazioni sono state sacrificate alla piccola tattica, alla semplice logica dell’appartenenza. Viene da chiedersi perché Massimo D’Alema, perché Piero Fassino, perché Giuliano Amato, perché Francesco Rutelli non abbiano in questi anni cercato di imporre il loro segno. È una domanda ancora senza risposta. Così come viene da chiedersi perché quel vasto mondo intellettuale, che è stato al centro di importanti elaborazioni sull’innovazione, si sia con tanta facilità lasciato travolgere dai movimenti all’insegna dell’indignazione. Anche questa è una domanda senza risposta.

 

 

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