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Modernità di un designer alla corte della regina Vittoria

LIBERAL BIMESTRALE
di Marina Pinzuti Ansolini
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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Londra, primo maggio 1851. Viene inaugurata, alla presenza della regina Vittoria e del consorte Alberto, la Great exhibition of the works of industry of all nations, evento simbolo e celebrativo della rivoluzione industriale. In un momento storico dove l’economia, in Europa, era ancora prevalentemente agricola, in Inghilterra esplodeva la febbre dell’industria. L’ambi-zioso progetto della Grande esposizione divenne la consacrazione della nuova «economia globale»; il Crystal Palace, realizzato per l’occasione, più di 70 mila metri quadrati di ferro e ghisa, ospitava 100 mila «opere dell’industria nel mondo». Il principe Alberto, principale fautore dell’evento, desiderava migliorare il livello qualitativo della produzione inglese di design e, a questo scopo, aveva già istituito scuole specializzate; lo stesso Museo di South Kensington (oggi Victoria and Albert) nascerà per ospitare opere di design. Tre grandi teorici contribuirono in modo decisivo alla nuova era: l’architetto Pugin, sostenitore dell’uso della tecnologia; Owen Jones, teorico del colore e autore del rinomato libro The grammar of ornament e il critico d’arte John Ruskin. Elemento comune alle loro teorie, la necessità di subordinare l’oggetto alla sua funzione. Nel periodo in cui nascono le basi per quello che diventerà l’industrial design, si viene a formare la personalità artistica di Christopher Dresser che debutterà, per conto di Minton, innovativa manifattura di ceramiche, all’Esposizione successiva, nel 1862. Alla stessa parteciperanno anche William Morris e Dante Gabriel Rossetti. Stimato studioso di botanica, amante dell’arte orientale, Dresser fece un uso prezioso della sua cultura allo scopo di una produzione artistica tesa a creare uno stile autenticamente moderno. «La vera decorazione è di origine puramente mentale, …è non solo arte ma un’arte elevata». Le più grandi ditte di manifatture artistiche commissionano al suo studio ogni sorta di arredo ornamentale, tappeti, tappezzerie e disegni per tessuti; produzione della quale, purtroppo, è rimasto ben poco. La vera rivelazione, per Dresser, arriverà nel 1876, quando deciderà di recarsi in Giappone. In questo Paese difficile, agevolato dall’incarico ufficiale ricevuto da Tiffany a New York di eseguire acquisti per suo conto, l’artista approfondisce gli studi sulla ceramica giapponese e, al suo ritorno, il cambiamento è radicale; scompare l’elemento decorativo e la forma, nella sua essenza, prende il sopravvento. Una produzione straordinaria, esposta generosamente a Milano, nel Palazzo della Triennale, fino al 3 marzo. Più di 200 oggetti in metallo, ceramica e vetro, eseguiti negli ultimi venti anni del 1800, che svelano inaspettatamente la loro assoluta modernità, come la produzione di teiere in metallo placcato argento, eseguita per la James Dixon & Sons, oppure i vasi per la Linthorpe Pottery, di chiara ispirazione giapponese, dalle forme scaturite elegantemente dalla plasticità della creta. Precursore anche nel «marchiare» ogni oggetto con la sua firma, Christo-pher Dresser, probabilmente, merita di essere considerato il vero primo industrial designer, la cui fama è stata in seguito offuscata da William Morris e dal suo movimento degli Arts and Crafts.

Christopher Dresser, Milano, Palazzo della Triennale, fino al 3 marzo (catalogo Skira)
 

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