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Dimenticare Voltaire

LIBERAL BIMESTRALE
di Massimo De Angelis
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

  L' Europa ha confini incerti. Geograficamente è una appendice del grande spazio asiatico. L'identità territoriale europea è stata sempre cangiante, come afferma Federico Chabod nella sua Storia dell'idea di Europa. Sicché quello che fu il suo centro originario, la Grecia, venne in seguito considerato perfino estraneo all'Europa, essendo caduto in mano agli Ottomani. Al contrario, le popolazioni degli spazi del Nord, i Germani, a lungo tenuti come estranei alla nostra civiltà, ne divennero a un certo punto il cuore pulsante, per forza e per costumi. La vera e unica identità europea - secondo Chabod - è in effetti spirituale. È volontà, elemento morale. Certo, è difficile pensare così dell'Europa di oggi, secolarizzata e relativista. Tuttavia, fuori da tale prospettiva spirituale, non vi è definizione possibile dell'identità europea. Lo stesso scacco subito dalla Costituzione continentale dimostra questo. Non vi è possibile identità istituzionale, economica politica che non fondi su un'identità spirituale. E nessuna scelta difficile e rischiosa, quale quella dell'unità e dell'allargamento dell'Europa, può essere realizzata senza volontà, senza forza morale.

*****

Tutto questo neutralizza l'originaria tendenza della libertà a divenire guerra civile e realizza la pace che, si badi, è il dono stabile che l'Impero propone al mondo. Pace non come sopraffazione dispotica ma idealmente fondata sulla libertà, sul diritto, sul riconoscimento delle diversità religiose e di costume. E naturalmente sull'accettazione del potere che tutto ciò garantisce, della forza che tutto ciò conserva: questa è la Pax romana. Anche il contrasto tra popoli di terra e di mare, pure presente a causa dell'inclusione di folte popolazioni barbare nell'Impero, è composto in un equilibrio: esiste il mare nostrum,: elemento fluido, garanzia di scambio, movimento, innovazione ma insieme delimitato da chiari confini, quasi terra esso stesso. Questo consente sul piano ideale l'equilibrio tra tradizione e libertà. La cristianità eredita e riduce a sé l'identità europea e imperiale. San Benedetto raffigura emblematicamente la Chiesa erede, custode, tramite e insieme rinnovatrice della nostra civiltà. Il cristianesimo, in quanto protagonista della civiltà, non si contrappone a ciò che viene prima, al mondo pagano, ma lo completa e lo vivifica, imprimendo un senso radicalmente nuovo alla nostra civiltà. Soprattutto, gli dà nuova profondità. Al conflitto bidimensionale mare-terra si sovrappone un terzo e decisivo elemento: il cielo. Popoli di mare e di terra sono tutti popoli di Dio. La persona non è atomo bidimensionale, entità spazio-temporale come l'individuo ma tridimensionale: irrompe infatti in essa l'Eterno. Perciò, e solo per questo, la persona diviene depositaria di infinita dignità. La persona è degna di infinito rispetto in quanto è portatrice dell'immagine di Dio. La persona è tridimensionale perché aperta al trascendente e perché è tripersonale: Padre, Figlio e Spirito Santo sono dentro ogni uomo. Qui si fonda l'idea moderna di coscienza, la sua dialettica interna e il suo profondo. Sino alla psicoanalisi. E qui si fonda anche l'idea della persona come famiglia. La persona è immagine di Dio e icona della famiglia, è dunque soggetto di libertà ma insieme deposito di eredità e tradizione. È il grande equilibrio, la vera pace portata in interiore nomine.
Ma con il cristianesimo l'individuo è bensì immagine di Dio e degno perciò di infinito rispetto ma è anche a Lui somigliante. Somigliante al Signore Creatore di tutte le cose. E perciò dotato di creatività in tutti i campi, chiamato a una trascendenza pratica, cioè volta all'innovazione scientifica e tecnica, non disgiunta bensì connessa, alla stregua di un parto gemino a quella verticale, religiosa. Ora et labora è l'espressione che espone meglio di qualunque altra questo vero e proprio tesoro della nostra civiltà. E uso volutamente questo termine - tesoro - perché questo dono del cristianesimo alla nostra civiltà può per davvero essere apprezzato da chiunque, credente o non che sia. E tuttavia. Anche la cristianità paga il suo tributo allo spirito di secessione europeo, linea d'ombra che sin dall'inizio, lo abbiamo detto, segue la luce della nostra civiltà. Nel Cinquecento. Secolo tra tutti sanguinoso. Il Sacro Romano Impero si frantuma in Stati. Questi producono la prima guerra civile europea come guerra di religione e infine come scisma. «Una grande parte del mondo germanico si distacca da Roma; - ha scritto Joseph Ratzinger - sorge una nuova, illuminata forma di cristianesimo, cosicché attraverso l'Occidente sorge d'ora in poi una linea di separazione». Ma lo stesso Ratzinger, nel medesimo saggio Europa. I suoi fondamenti spirituali oggi e domani, afferma anche: «Facciamo attenzione al secondo evento: la scoperta dell'America. All'allargamento verso Est dell'Europa in virtù della progressiva estensione della Russia verso l'Asia, corrisponde la radicale uscita dell'Europa fuori dai suoi confini geografici: verso il mondo che sta al di là dall'Oceano». Anche questo processo, possiamo aggiungere noi, è possibile perché l'Europa è identità spirituale ed è, grazie al cristianesimo, spiritualità trascendente, aperta all'Alto e insieme trascendenza pratica, orizzontale, protesa al futuro: innovazione e creatività scientifica, economica, tecnica. In questo senso la nostra identità diventa «occidentale». Secessione dentro l'Europa da una parte, dunque, vitalità volta all'allargamento dell'Europa stessa dall'altra. Ma è la forza della secessione che prevale nel vecchio Continente. Essa conduce infine alla scissione tra fede e ragione. Se Montesquieu riconosce ancora che quella cristiana è, tra le religioni, la più omogenea al progresso, Voltaire lo nega recisamente. Il cristianesimo è per lui nient'altro che pericolosa superstizione che si contrappone alla ragione. Come più tardi dirà Hegel a proposito di questa filosofia illuministica più radicale: «Per essa la croce è solo il legno». Sorge, in questa temperie, un cosmopolitismo di tipo nuovo, che non è più quello classico. Più che esplorazione esso è infatti nostalgia. Esso sfocia piuttosto in esotismo, in fascinazione per l'Oriente, quasi a voler risalire la corrente, a voler ricucire quella rottura che ha dato vita allo spirito di libertà e che in effetti produce da allora a ogni generazione di europei, orientalismo, antioccidentalismo, relativismo culturale e morale. È un processo che ha il suo epicentro temporale nel Settecento e quello geografico nella Francia.
Quella di Parigi è la terza svolta di cui parla nel già citato saggio Joseph Ratzinger. «Per la prima volta in assoluto - egli scrive - con la Rivoluzione francese, sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la garanzia divina dell'elemento politico, considerandola come una visione mitologica del mondo». «È un nuovo tipo di scisma, la cui gravità noi percepiamo oggi sempre più nettamente... nelle lingue latine viene delineato come divisione tra cristiani e laici». Ratzinger annota ancora che «questa lacerazione è penetrata nelle nazioni latine negli ultimi due secoli come una frattura profonda, mentre il cristianesimo protestante in un primo tempo ebbe vita facile nel concedere spazio alle idee liberali e illuministe all'interno di sé». Senz'altro l'alleanza col potere politico dell'aristocrazia fu fatale alla Chiesa cattolica. Ma non si può d'altra parte nascondere che i sacrosanti moti di popolo che allora e poi sorsero a reclamare maggiore giustizia sociale e rispetto dei diritti, furono sviati dal loro esito riformistico per essere cinicamente usati quale base materiale dall'ideologia di una ristretta élite intellettuale sovversiva e paradossalmente totalitaria che ha allungato la sua ombra funesta su tutta la storia d'Europa sino a oggi. Questo è il cuore del Moderno europeo. Anche se, per la verità e per loro fortuna, alcune nazioni presero un'altra strada, a cominciare da quelle britanniche e in genere del Nord Europa. Ancora. Se il Moderno europeo è elettrolìsi dei valori, epoca di crisi per antonomasia, il Contemporaneo è compimento del ciclo, pieno dominio della linea d'ombra: oblìo dei valori, secolarizzazione tendenzialmente assoluta e, su questa base, pienamente secolarista. Secessione come rivoluzione, bolscevismo e inevitabile contraccolpo dei fascismi, guerra civile europea, annichilimento. È questo il succo, ideale e reale, come si sa, della prima metà del nostro Novecento. Vi è stata però un'altra Europa o, per meglio dire, quella porzione d'Europa che è scampata al disastro dei totalitarismi e che, quasi un'arca di Noè, ha conservato i nostri valori. Si tratta dell'America, degli Stati Uniti d'America. Fondati dai protestanti nel nome dei nostri stessi valori della libertà e del cristianesimo: la persona, la famiglia, la creatività umana, l'uguaglianza di tutti gli uomini in quanto figli di Dio. La loro rivoluzione ha proclamato la libertà ma non ha contrapposto la ragione alla fede, le loro Chiese sono state sempre Chiese libere e non di Stato ma questo ha fatto sì che nessuno pensasse lì di ridurre la religione a fatto privato essendo essa aspetto vivificante e insopprimibile della vita civile e comunitaria. Lì, ancora, spirito di impresa, mercato, capitalismo non sono mai state una parolaccia. Se si visita un'università americana e si va nella sua Aula magna, non si troveranno immagini di aristocratici ma quelle o dei padri politici oppure di grandi imprenditori, che magari hanno consentito con le loro elargizioni a quell'università di vivere. È una diversità che nasce ovviamente dalla diversa età dei due Continenti. Ma non c'è solo questo.
Negli Stati Uniti è sempre stato chiaro, sin dagli inizi della sua storia, che la salvezza o la rovina di un piccolo borgo dipendeva soprattutto dall'inventiva, dalla voglia di darsi da fare, dalla creatività e dalla coesione morale delle singole comunità. In un luogo una comunità prosperava, in un altro, lì vicino, con i medesimi vantaggi o svantaggi ambientali, un'altra andava in rovina. Non c'erano signori feudali cui esser grati o da odiare. Non c'erano alibi. Da noi, invece, la lunga fase aristocratica ha prodotto il risentimento contro i ricchi sino a far dimenticare il valore della creatività e della libera iniziativa. Anche sul piano più strettamente ideale sono avvenute cose diverse. Da noi si è detto che non può esservi libertà senza tolleranza, cosa sacrosanta naturalmente, ma si è finito per identificare libertà e tolleranza, e per contrapporre entrambe alla verità, quasi che chi ricercasse la verità fosse perciò stesso intollerante. Quasi che nella verità, e a maggior ragione in ogni religione, fosse implicita l'intolleranza. L'America è rimasta invece più aperta alla verità, e quindi alla convergenza possibile tra libertà, ragione e fede. E non credo sia nemmeno necessario menzionare quel che l'America ha rappresentato e quel che essa ha fatto per sconfiggere i due grandi mostri ideologici, politici e militari europei del secolo scorso: nazismo e comunismo. Ma chiediamoci dunque allora: che cosa è infine, oggi, l'Europa? Proviamo a riflettere sulla risposta che ancor meno di mezzo secolo fa dava Federico Chabod. È una identità spirituale riconoscibile? E quale mai? Le élites europee attuali, eredi dell'illuminismo francese, e sovente di quello più radicale, hanno fatto di tutto per estirpare dall'anima europea il cristianesimo. Se Novalis poteva esclamare Christentum oder Europa - cristianesimo ovvero Europa - oggi si intende piuttosto e per lo più affermare: Christentum entweder Europa. E cioè: cristianesimo oppure Europa. E così il continente appare ripulito dagli «antichi Dei» e dalle «vecchie fedi», privo di verità, cinico e relativista quanto basta per accogliere l'ascesa di una nuova fede: l'Islam. La fede dei nostri padri è mal tollerata, di Gesù Cristo nessuna delle nostre scuole nazionali ama parlare se non nella mal sopportata ora canonica. La Chiesa cattolica è mal tollerata, la famiglia è irrisa e contrastata in nome degli umori libertini, la vita è mal tollerata, il valore infinito dell'individuo umano in quanto persona è apertamente contestato in nome del superuomo biotecnologico. E tutto questo, ecco il paradosso, in nome della tolleranza. E in nome di un vacuo e ipocrita umanitarismo e solidarismo laicista che si presume progressista, libero, umanista mentre è in realtà tecnocratico, distruttivo, profondamente antiumano nella stessa misura in cui esso trascura, nega e sovverte la legge dell'amore. In nome del nichilismo. I risultati non possono essere che quelli: ogni creatività economica e sociale si spegne, ogni fertilità demografica langue, ogni creatività culturale si eclissa - guardiamo alle nostre università. E del resto - non scordiamolo - cultura ha la stessa radice di cultus. C'è chi ancora scrive - mi riferisco non al libro di un augusto prelato ma a quello di un illustre sociologo americano, Rodney Stark, intitolato The victory of reason, pubblicato di recente, e che tratta dei motivi che portarono allo straordinario successo di civiltà dell'Europa nell'ultimo millennio -: «Una delle cose che siamo stati chiamati a esaminare a fondo è stata la causa del successo, o meglio, della preminenza dell'Occidente in tutto il mondo. Abbiamo studiato tutto ciò che ci è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale. Inizialmente pensavamo che il segreto fosse che voi avevate armi più potenti rispetto a noi. Poi pensammo che fosse perché voi avevate il migliore sistema politico. In seguito ci soffermammo sul vostro sistema economico. Tuttavia, nei vent'anni passati, abbiamo compreso che il cuore pulsante della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo». Sapete chi sostiene questo? Studiosi cinesi, le cui tesi Stark riporta e condivide. E che viceversa la gran parte delle élites europee aborre.
Noi sappiamo bene che il male oscuro dell'Europa è nel suo allontanamento dalla propria fede e verità. È questo il motivo di fondo di quel che appare più evidente: il fatto che l'Europa non ha volontà e determinazione in nulla, non ha vitalità, non prospera né fa figli. L'Europa ha vissuto die Nacht der Welt, la notte del mondo, nel Ventesimo secolo. Mai in passato erano stati uccisi così tanti esseri umani per finalità opposte ma ugualmente, terribilmente perverse. Oggi, possiamo dire che le idee, lo stile di vita, la nostra tolleranza, il nostro pacifismo, il nostro relativismo, il nostro laicismo scaturiscono dall'illuminismo. E che questo avviene anche per reazione a quel che è preceduto. Ma, ecco la domanda che più conta, che faccio a me, che faccio a voi e su cui occorre pensare. La domanda è la seguente: l'illuminismo è l'antidoto, vero e quello sufficiente, alla barbarie passata? O piuttosto esso è per un verso l'ideologia che espone l'uomo europeo alla follia negando la tradizione e indicando la via faustiana dell'autosufficienza, e per altro verso è un argine troppo debole a fronteggiare l'emergere del mostro? Vedete. Io non credo davvero che l'illuminismo sia l'uovo del serpente totalitario. Goethe, Lessing, Montesquieu, Condorcet, e prima di loro Adamo Smith sono l'antitesi di quel serpente. E però. L'illuminismo per un verso espone e per l'altro non sa trattenere. L'ideologia dominante spiana dunque la strada al serpente. Perché combatte la parola di Dio su questo mondo, l'amore di Dio per l'uomo in questo mondo. La cultura dell'illuminismo - ecco il punto - fondata sull'autosufficienza della natura umana, non può reggere, da sola, le fondamenta di una civiltà come la nostra. L'illuminismo patisce una radicale ambiguità. Il pensare di vivere etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. L'Europa di oggi è basata più che mai su principi illuministici: è razionale, scientifica, irreligiosa, non devota, mondana, laica, ricca, consumista, aperta la relativismo dei costumi sessuali come mai è stata. Mai ha vissuto più conformemente di oggi all'etsi Deus non daretur. E allora? A che punto siamo, custos, a che punto è la notte, possiamo chiederci con l'Ecclesiaste? Cari amici, lungo questa via l'Europa può solo struggersi come una statua di cera. E a quel punto essa sarà di nuovo pronta e prona a un nuovo totalitarismo: magari tecnocratico ovvero di matrice islamica questa volta, oppure, ancora, a un misto dei due, visto che l'uno e l'altro una cosa hanno in comune: la negazione della libertà fondata sul valore infinito della persona, dell'uomo figlio di Dio. E allora? Allora, per concludere, quel che ho cercato di spiegare è come e perché l'identità spirituale dell'Europa di oggi sia anticristiana; come e perché questo sia contrario al glorioso passato della nostra civiltà e come esso possa arrecare all'Europa, per il futuro, solo servaggio e macerie. Servaggio, macerie e un'inquietante esposizione del superuomo virtuale e artificiale, creato da elettronica e biotecnologia. Il quale davvero cancellerà i nostri bei campanili protesi vero il cielo ma anche la fragranza dei dolci che le mamme cucinavano e qua e là cucinano ancora per le loro famiglie nella notte di Natale. Come temeva in uno degli ultimi suoi scritti Martin Heidegger. I campanili saranno definitivamente sostituiti dalle emittenti coi loeo mega bite, le focacce e il calore familiare dal surgelato e dalla play station. Non credo che il nostro futuro sarà assai lontano da questo se prevarrà l'illuminismo. E in questo caso la libertà sarà solo un pallido simulacro. E però. E però, io non scordo, nessuno della mia generazione può scordare - ed è bene che lo raccontiamo ai nostri figli - che, a conti fatti, quando l'Europa ha dovuto risollevare se stessa dal baratro bellico, lo ha fatto fidandosi dell'America e affidandosi a valori e uomini cristiani quali Adenauer, De Gasperi e Schumann. E non scordo nemmeno che, alla fine del secolo scorso, l'Europa, a conti fatti, dopo aver visto le scene di sangue della Tien an men, si è fidata ancora dell'America e si è affidata alla guida di sindacati non violenti e cristiani come Solidarnosc e al carisma di Papa Giovanni Paolo II il Grande. Tutto questo induce a sperare. Che l'Europa, come ha detto Papa Ratzinger, torni di nuovo ad amare se stessa e i suoi valori. Se così sarà, sarà anche più rispettata ma probabilmente anche più amata dagli altri: arabi, cinesi, indiani. È questa la via della speranza. Ma anche della ragione. È la via della laicità e del dialogo tra laici e cattolici. La via che una minoranza creativa quale è oggi in Europa quella cattolica, per concludere con una espressione di Benedetto XVI, deve impegnarsi a seguire, per far trovare all'Europa una nuova strada.
 

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