Robert Altman e le sue tante facce. In cima ai pensieri di un libro che diventa insieme un’ampia rilettura critica e una «denuncia» delle amnesie critiche altrui per il giudizio su un maestro riconosciuto sì come tale, ma con deprecabile superficialità. Senza, cioè, il supporto della continuità d’analisi della sua opera. La vena leggermente polemica che è alla base della stesura del testo, non toglie però a Robert Altman/Dal teatro al cinema quel rigore proprio del saggio evoluto e in qualche modo distaccato, capace di garantire credibile oggettività. Davide D’Alto che ne è l’autore (prefazione di Roberto Lasagna) sceglie il percorso della lunga e profonda biografia critica - fra la semitribolata esistenza americana da intellettuale scomodo alla fuga in Europa - per raccontare il passaggio di Altman da un modo di fare cinema a un altro, partendo dall’impianto e dalla trasposizione teatrale per arrivare a uno «specifico» cinematografico unico nei suoi sviluppi stilistici originali. Come dire che in certi casi la strada fra Broadway e Hollywood non solo è breve ma può anche essere piena di sorprese.
Sembra paradossale affermare che Altman abbia bisogno di un recupero; e sembra altrettanto paradossale che si debba istruire un processo verso quella critica che lo ha osannato. In realtà, pagina dopo pagina, il libro svela la sua plausibile opinione e il paradosso lascia il campo a una lettura liberata dai luoghi comuni e a una nuova prospettiva di analisi. Che non tiene conto soltanto dei capolavori riconosciuti come M.a.s.h., I compari, Il lungo addio e Nashville ma promuove al grado dovuto film trattati con sufficienza o addirittura strapazzati come Terapia di gruppo, Follia d’amore, Buffalo Bill e gli indiani, i più recenti La fortuna di Cookie e Dr. T e le donne. Solo esempi, a livello di titoli, del lungo e meditato ragionamento attorno al cinema di Altman che ha attraversato i generi e la Storia, i miti americani e i vizi universali: smontando e rimontando quei generi, quella Storia, quei miti e quei vizi dall’interno (del cinema), trasformandoli in una nuova sintassi narrativa e stilistica.
Il linguaggio del volume è abbastanza chiaro, pure restando in ambito di contenuto specialistico; il trip lungo i film è approfondito e dettagliato a precedere l’appendice filmografica esauriente tanto da contenere cenni importanti anche sull’ultimo film Gosford Park capace, sulla scia di consensi unanimi ed entusiastici, di riportare il regista alle soglie dell’Os-car. Il motivo conduttore di tutto resta sempre quel legame (in)visibile fra teatro e cinema sul filo comune del «senso di rappresentazione». Che nel suo punto di arrivo si realizza «in un cinema - per dirla con l’autore - non incline al messaggio univoco, un cinema dell’incertezza e del dubbio metodico, della programmatica sfiducia nella Storia, un cinema che suscita troppe domande». Un cinema, aggiungeremo, che può essere letto anche come un grande campionario di modalità della dissacrazione. Sempre giovane, nella gioventù perenne degli intellettuali, specie quelli scomodi, che tale è Altman, oggi non lontano dagli ottant’anni e più lucido che mai nel suo ironico, a volte beffardo pessimismo, nella coralità, quindi nella «socialità» nella quale si ostina a ricercare la misura della visione realistica.
Davide D’Alto, Robert Al-tman, Dal teatro al cinema, Edizioni Falsopiano, 266 pagine, 14,98 euro