Non riesci a immaginarti dove siano, se sedute davanti a un registratore che ronza fedele, oppure impegnate in una passeggiata con dialogo o ancora affondate in un informale divano, design rigorosamente milanese, di questa «città senza firmamento», ove pure gli astri hanno tracciato l’intreccio di questa nomade conversazione. Che ci avvolge e coinvolge, poco a poco, trafiggendo la nostra attenzione, poi la nostra curiosità, infine la passione. Perché, vivaddio, queste due confidenti amiche, che ricamano merletti di quiete perfidie mentre prendono il té e addentano festosi pasticcini di veleno ebbene, vivaddio, sotto l’apparenza di Schegge, smuovono coraggiose verità e non si mascherano mai dietro le velette furbastre dell’ipocrisia di regime. Per esempio iniziano con un bel no (la critica non esiste più) e condannano senz’esitazioni questo cagliato universo ormai bancario dell’arte, «come se effettivamente il critico fosse diventato solo un agente». E se un merito lo si deve trovare per Celant (che ha scodellato quell’obbobrio assoluto che fu la Biennale della Moda di Firenze) è che ha usmato quest’andazzo con molto anticipo. «Ma siccome i sarti sono onusti di milardi, tutti corrono alla mangiatoia. Ci si serve dell’arte e degli artisti per essere vicini al potere, invasati dalla foia di danaro, visibilità, presenzialismo». E così, un po’ di onestà, finalmente: Carsten Holler, con i suoi funghetti targati Prada, non è che «un replicante» alla Walt Disney. Basta con questa moltitudine biblica di video insensati! E non saranno certo Cattelan e la Beecroft a stupirci. Bei tempi perduti, quando «le inaugurazioni, a Roma o a Torino, avvenivano con la stessa cerimonialità delle prime al San Carlo o alla Scala», finita la Torino poverista, con Sperone che faceva da Nazareno e Paolini che «amministrava il suo furore gelido», finita la Roma fosforescente dell’intelligenza di Argan (l’unico Dio di questo libro) in duetto con Palma Bucarelli, l’astuzia tagliata a tailleur, il vaporoso charme lucidato Luxardo. E ancora quello «squilibrato» geniale di Eugenio Battisti, nella sua casa, sventrata d’ogni porta, per farci dei tavoli su cui allevare piantagioni di libri, «altro che installazioni!». Veleni, ma soffici, rivestiti di velluti, tanto più ché suona felicissima questa convinzione (parlando di Duchamp): «Era anche molto spiritoso, e se si è spiritosi non si può essere sordi agli altri. Se si usa dell’umorismo, dell’ironia e un po’ di autoironia si è disponibili per le emozioni».
Lei, nata non a caso a Napoli, accanto a un vulcano: «Ero difficile da digerire per l’anomalia caratteriale, ero meteca e irriverente, non avevo nessuna traccia di quello scetticismo di cui la città era imbevuta». La Napoli di Carlo Alfano e Del Pezzo, in cui si aggirano ancora strane ombre dell’antico, come le sorelle Croce con il loro salotto appuntito di anglosassonità e il sornione cultore di Pinocchio, Luigi Compagnone, che non s’era risparmiato di scrivere sul Tempo che Mademoiselle Vergine doveva avere strani disturbi sessuali per esaltarsi ai tagli di Fontana. Certo, il piacere, l’emozione, «i desideri presidiano alla mia manutenzione»: motto magnifico. Magari anche una «stregoneria razionale», gettata contro l’imbiancata asetticità falso-filologica dei paparazzi della critica. Un’emotività tagliente, magari applicata alle forme d’arte contemporanea apparentemente più algide: l’arte cinetica, le performances, la body art («penitenziale narcismo sfrenato”) o l’allegro trionfo del Trash. Anche un felice lato d’insania. Del resto anche protestare è una bella passione: «Mi spinge forse la convizione errata, moralistica come ha scritto qualcuno, che è necessario dire a chiare lettere le cose come stanno effettivamente... Non so cos’altro mi spinge. Forse il desiderio di chi in trincea aspetta i rinforzi».
Schegge. Lea Vergine sull’arte e la critica contemporanea, intervista di Ester Coen, Skira, 55 pagine, 9,81 euro