Nella storia dell’Italia repubblicana c’è una maledizione. È quella del riformismo mancato, del riformismo senza spazio, del riformismo rifiutato. Del riformismo che, finora, non è mai riuscito a lasciare l’impronta di una coerente azione di governo né di essere la guida dei processi di modernizzazione. Oggi, nella primavera del 2002, il braccio di ferro sulla modifica dell’articolo 18 - al di là di tutte le considerazioni sulle tattiche seguite - può essere letto come il passaggio più acuto dello scontro politico tra il governo Berlusconi e un’opposizione che si trincera nelle casematte del suo tradizionale insediamento sociale, trainata dalla Cgil e favorita dalla difficoltà di Cisl e Uil di affrontare una fase diversa della contrattazione. Ma può essere letto anche in un’altra chiave, come l’ultimo episodio di un vero e proprio blocco, capace di riproporsi costantemente, ogni volta che all’ordine del giorno viene posto il problema di attuare delle riforme nelle strutture del Welfare o dei grandi servizi collettivi gestiti dallo Stato. Se ci limitiamo a guardare agli ultimi anni, ci accorgiamo che l’opposizione al ministro Moratti era stata preceduta da una quasi analoga opposizione ai ministri De Mauro e Berlinguer e che l’argomento pensioni era stato esibito come un tabù anche a presidenti del Consiglio come Prodi e D’Alema. Ma se guardiamo più indietro nel tempo, vediamo che, sempre, attorno a ogni possibile svolta è stato acceso un conflitto politico e sociale il cui carattere non è stato quello di porsi l’obbiettivo di governare le trasformazioni, quanto quello di limitarle e di disinnescarle. Così come è difficile non ricordare che, proprio dieci anni fa, la prima legge finanziaria chiamata a fare i conti con i parametri di Maastricht e con l’esigenza di risanare il bilancio pubblico fu al centro di un conflitto molto aspro, prima che quella strada venisse accettata come «un obbligo» e prima che «la concertazione» trasformasse definitivamente - anche di fronte al crollo del vecchio sistema dei partiti - le organizzazioni sindacali in un soggetto politico. Anzi in un soggetto insieme politico e rivendicativo e, per di più, rappresentativo di interessi settoriali. Con un paradosso culturale. A riconoscere il vuoto del riformismo è quella stessa sinistra che ne rivendica l’ispirazione e ne proclama la necessità, ma che nello stesso tempo continua a cercare la sua legittimazione e la sua forza in quelle stesse rappresentanze a cui dà voce una parte importante del sindacato e che si barricano nello status quo. Massimo L. Salvadori proprio per ricostruire il corso secolare della sinistra non ha potuto fare a meno di partire da una domanda precisa nel proporre una sua ricerca (La sinistra nella storia d’Italia) che ha sollevato non poche discussioni. Si è chiesto «perché le tendenze riformistiche sono risultate pressoché sempre minoritarie?» e ha risposto che «il problema dei problemi è la questione posta dalle motivazioni reali, concrete… che hanno indotto la sinistra ad aver bisogno del “mito della rivoluzione” per alimentare, rinnovare e affermare la propria prevalente identità sino al momento del suo svuotamento». Anche Nicola Rossi, nel tentativo di spiegare le ragioni del risultato elettorale del 13 maggio che ha bocciato cinque anni di governo e dieci di egemonia politica (in Riformisti per forza), non ha resistito a una constatazione: «Alla meta del governo le forze riformiste italiane sono arrivate “nude”. Prive di quella forza che solo può venire da una analisi libera, approfondita e anche impietosa della situazione del Paese, da una discussione dura, franca e schietta sulle sue prospettive, dalla scelta anche dolorosa ma inequivoca di una strada e dalla conseguente comune assunzione di responsabilità». Oltre a Salvadori e a Rossi molti altri hanno sollevato, negli ultimi anni, il problema. Anche se spesso non si è andati più in là della pura constatazione e della sua ripetizione, spesso inutilmente ossessiva. Forse ha prevalso, anche nella ricerca intellettuale, uno spirito di appartenenza, l’appartenenza a quella sinistra dove è mancata un’offensiva della cultura riformista, capace di diventare politicamente maggioranza. La riflessione non ha mai superato i confini di quella che avrebbe potuto - o dovuto? - portare a una vera e propria rottura con i vecchi e i nuovi massimalismi, che avrebbe aiutato anche a leggere la storia italiana attraverso altre chiavi, rispetto a quelle della «democrazia bloccata», del «doppio Stato» o della «sovranità limitata». Una rottura che non c’è stata. Il riformismo - che pure avrebbe potuto essere la caratteristica prevalente della sinistra e che quasi per un paradosso è rimasta solo la bandiera di referendum sfortunati o inapplicati di Marco Pannella - è stato schiacciato dall’intreccio tra conflitto sociale, consociativismo e peso abnorme del sindacato ed è progressivamente maturata quella lunga crisi italiana di cui oggi viviamo ancora la fase di transizione verso un equilibrio tra stabilità politica e modernizzazione.
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Luciano Lama ha offerto negli ultimi anni della sua vita interessanti spunti di riflessione sulle sue sconfitte personali che, poi, coincidono con le occasioni perse dal sindacato. La più importante di queste occasioni, se la si misura in una chiave storica, è stata «la svolta dell’Eur» del 1978, cioè nel pieno della stagione della «solidarietà nazionale». Fu il tentativo, mancato, di portare non solo il movimento sindacale, ma l’insieme della sinistra, a misurarsi con un nuovo modello di sviluppo. L’uomo che guidava la Cgil non ebbe allora paura di aprire la discussione con un linguaggio che infrangeva molti tabù. Parlò di «contenimento delle rivendicazioni salariali», di «revisione del meccanismo della cassa integrazione», di «mobilità effettiva», di «fine dell’assistenza permanente, ma priorità nelle liste di collocamento ai lavoratori eccedenti». Se si vuole ritrovare, un quarto di secolo fa, qualcosa che ricordi direttamente il dibattito in corso oggi, bastano queste due affermazioni. La prima era secca: «Basta, insomma, con le rigidità della forza-lavoro». Ma anche la seconda, riletta ora, appariva come l’anticipazione di una scelta che nella realtà non sarebbe stata compiuta: «Se la lotta alla disoccupazione è la vera priorità, a questo obbiettivo bisogna sacrificare tutti gli altri; se vogliamo essere coerenti è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea». L’esplicita irruzione nel dibattito di questa visione riformista provocò non solo discussioni, ma dure contestazioni. Era infatti nell’organizzazione sindacale che le impostazioni del Sessantotto - «l’autunno caldo» - avevano lasciato le incrostazioni più dure. Sul piano politico le resistenze alla scelta della «solidarietà nazionale» alimentavano l’abitudine massimalista e rifiutavano la scelta della «responsabilità generale» che veniva proposta. Del resto il riformismo, nel dizionario della sinistra, aveva come parola-chiave un termine fastidioso, cioè «i sacrifici». Termine che - è ovvio - presupponeva in primo luogo l’idea della rinuncia a rivendicazioni e vantaggi e non contemplava, in modo dichiarato, l’idea di una svolta politica nel profondo della società, che proprio in quegli anni era sottintesa in tante scelte, a cominciare dal «Patto dei produttori». Nelle sue riflessioni di quasi vent’anni dopo, alla vigilia della morte, Lama usò parole amare rievocando la sconfittà che aveva subìto. Nel libro-intervista Cari compagni (raccolto da Pasquale Cascella) non accettò la definizione di «fallimento», preferì quella di «grande incompiuta». Ma sottolineò il senso di quel passaggio «innanzitutto come una sfida a noi stessi, a quella coerenza che dà l’autorità di chiamare tutte le forze disponibili a realizzare un cambiamento “globale”, per usare un’espressione di allora. Il primo elemento di coerenza era dato dalle compatibilità da rispettare, perché non esistono in economia delle variabili assolutamente indipendenti». E insistette su un punto particolare: «Era il momento in cui la strategia riformista del sindacato assumeva il carattere più organico, ben al di là di una mera risposta congiunturale». Ma soprattutto alcuni dei suoi giudizi evocano in realtà quello che è stato poi un comportamento costante, sia del sindacato che del filone maggioritario della sinistra, che allora era rappresentato dal Pci e che poi è continuato con la Quercia: «È stata una bella pagina, scritta in ritardo e non compresa da tutti fino in fondo (almeno in quegli anni, ora magari c’è chi ci ripensa ma le situazioni sono evidentemente diverse), laceratasi proprio perché non siamo riusciti a tradurla in azioni e risultati. Erano tante le resistenze più o meno esplicite, di varia provenienza e ideologia… Il colpo decisivo l’Eur l’ebbe con il venire meno del suo supporto politico. La tensione morale e riformatrice, che aveva inzialmente animato la “solidarietà nazionale”, era caduta e nello sfilacciamento di quel quadro politico subentrava la diaspora».
Sugli anni Settanta - la stagione forse più drammatica dell’Italia repubblicana - si è discusso molto. Si è discusso quanto abbia pesato nei rapporti sociali il terrorismo, che assunse una dimensione fino ad allora sconosciuta nelle democrazie occidentali. Ma si è discusso soprattutto quanto abbia contribuito a fare della scelta della «solidarietà nazionale» essenzialmente uno strumento difensivo e non l’inizio di un nuovo percorso di cambiamento. In realtà il problema degli strumenti con cui affrontare l’emergenza democratica, soprattutto dopo la sua punta più acuta con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, non solo finì con il prevalere sul resto, ma soprattutto ebbe l’effetto di far chiudere subito quella finestra riformista che si era aperta con «la svolta dell’Eur» e con la partecipazione del Pci alla maggioranza di governo. La cui conclusione formale - va ricordato - avvenne, in Parlamento, con un voto contrario al Sistema monetario europeo, primo atto di una progressiva ritirata politica e culturale della principale forza della sinistra, che sarebbe stata sottolineata in tutte le scelte del decennio successivo.
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Il principale ostacolo che incontrò allora la spinta riformista fu la cultura del Sessantotto. Quando - la considerazione è di Aurelio Lepre nella sua Storia della prima Repubblica - «riemerse la corrente carsica del massimalismo, in una nuova espressione, ma conservando importanti elementi tradizionali, come il rifiuto di obbiettivi intermedi e la convinzione dell’inevitabilità di una rivoluzione a cui occorreva prepararsi non tanto operando faticosamente nella realtà quanto selezionando, con un’aspra lotta ideologica sui princìpi, i gruppi che avrebbero dovuto dirigerne la fase conclusiva. In quegli anni ebbe grande fortuna l’idea che il conflitto sociale non si risolveva o disciplinava con lo sviluppo economico, ma al contrario si acutizzava». Ebbe fortuna, una fortuna destinata a durare nel tempo, la formula del salario come «variabile indipendente» dagli altri fattori della produzione, che Lepre attribuisce a Luigi Macario, allora alla guida dei metalmeccanici della Cisl (anche se fu una formula che accomunò le élites). Ma soprattutto fu con «l’autunno caldo», fu dal Sessantotto operaio che il lavoro diventò più rigido, cioè «meno dipendente dalle esigenze delle imprese e più rispondente a quelle dei dipendenti. Le retribuzioni crebbero più della produttività oraria». Con quella stessa separazione tra economia e politica che aveva dato l’impronta alla cultura politica del Sessantotto studentesco. La rinuncia della sinistra sindacale e politica al riformismo, con tutte le sue successive conseguenze, si può leggere anche nella Storia d’Italia 1943-1996, di Paul Ginsborg. «Se si passa per un momento al problema delle riforme, il fallimento sembra più difficile da spiegare. Erano i riformatori stessi i responsabili di questo fallimento? La risposta a questa domanda non può essere univoca. Essi erano senza dubbio più forti dei loro predecessori del 1963, ma dovevano fare a meno dell’energia dei giovani che per la maggior parte, divenuti politicizzati, si ponevano obiettivi più di carattere globale». L’indice è ovviamente puntato sulla «mancanza di iniziativa politica dimostrata in quegli anni dal Pci, i cui militanti pure partecipavano attivamente alle lotte sindacali della Cgil. Ancora una volta, come nel 1945-48, il Pci non riuscì a convogliare la protesta sociale in una battaglia istituzionale per le riforme». Ma ce n’è anche per i sindacati, a cui pure viene riconosciuto il merito di aver introdotto importanti elementi di democratizzazione nei posti di lavoro. Però «il loro intervento per riforme strutturali non ebbe grande successo… Anche la strategia sindacale aveva punti deboli che sarebbero stati pagati cari. Essa si concentrò quasi esclusivamente sulla difesa della classe operaia e in termini organizzativi le confederazioni non riuscirono a muoversi dalle fabbriche alla società». Letta in controluce, questa analisi contribuisce a vedere proprio nel Sessantotto operaio il punto di avvio di quella visione di arroccamento sul lavoro dipendente e sulle garanzie allora ottenute che si trascina ancora oggi, nella pratica politica e perfino nel linguaggio, a cominciare dal ripetuto richiamo al «rispetto dei diritti». Ma ci fu un’ulteriore conseguenza, sottolineata da Lepre: «Il miglioramento delle condizioni di vita grazie all’impiego della spesa pubblica servì all’assorbimento del conflitto. Il Welfare State continuò a svilupparsi in senso particolaristico-assistenziale. In quegli anni si verificò anche un altro processo, l’aumento dei trasferimenti dallo Stato alle imprese, che può avere diverse interpretazioni: può essere fatto rientrare nel quadro più generale del capitalismo protetto o addirittura assistito, tipico dello sviluppo capitalistico italiano, a partire dagli anni del fascismo, ma può essere considerato anch’esso come uno strumento inteso, almeno in parte, all’assorbimento del conflitto. Anche l’incremento dell’occupazione nella pubblica amministrazione, che negli anni 1970-1975 fu superiore a quello che si aveva nei maggiori Paesi industrializzati (nello stesso tempo diminuiva l’occupazione nel settore privato), giovò in questo senso. Una delle più importanti conseguenze economiche del Sessantotto fu perciò il maggior carico assunto dallo Stato».
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Alla vigilia del Sessantotto - la rottura che contrassegnò sul piano politico e culturale la prima fase di benessere diffuso in Occidente, così come nessuna società l’aveva mai vissuto - il riformismo italiano aveva perso un’altra occasione, quella del primo centrosinistra. Uno dei suoi protagonisti, Francesco De Martino, ha proposto qualche anno fa una rilettura di quella stagione (nell’Intervista sulla sinistra italiana, raccolta da Sergio Zavoli) come un passaggio in cui all’«apertura a sinistra», il coinvolgimento del Psi nella maggioranza e nel governo, non corrispose da parte della Dc una disponibilità sul terreno delle politiche di cambiamento. Effettivamente, e le ricostruzione di quella fase concordano su questo punto, «la rezione del sistema economico-finanziario era stata violenta all’annuncio della politica economica del governo. Ne fu un’espressione una lettera del ministro del Tesoro, Colombo, che prendeva spunto dallo stato reale della situazione economica per sostenere la necessità di misure congiunturali deflazionistiche, e inoltre si pronunciava contro alcune riforme concordate, lo Statuto dei lavoratori, la legge urbanistica e perfino l’ordinamento regionale. Era una linea alternativa che si chiamò Colombo-Carli, incompatibile con il programma di governo del centrosinistra». Dunque, un’altra battaglia persa per la debolezza politica ed elettorale del riformismo? In realtà quello che colpisce ancora, di quella stagione, è che forse la spinta più innovativa, quella destinata a trasformare davvero la società in molti suoi aspetti era venuta dall’interno della Dc. Dove, tra gli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, era stata proposta e attuata da Amintore Fanfani e dal suo gruppo, a cominciare da Enrico Mattei, una strategia che finì per incontrarsi con il movimento sindacale e che portò a un massiccio sviluppo complessivo della società. Erano gli anni in cui l’intervento diretto dello Stato nell’economia ebbe effetti di crescita e non si limitò alle tutele. In altre parole la Dc usò lo Stato come motore di sviluppo, mentre la sinistra nel suo insieme - non solo il Psi, ma anche il Pci della «moderazione» togliattiana e la Cgil - non riuscì a contribuire a far sì che quell’impianto, poi destinato a durare un trentennio e a logorarsi trasformandosi in un peso e in una fonte di paralisi sociale, diventasse la costante di una politica riformatrice. Infatti De Martino, nel suo bilancio del centro-sinistra, riesce a elencare solo «l’impegno per l’attuazione dell’ordinamento regionale, che fino a quel tempo era stato volutamente rinviato» e la legge di riforma dei contratti agrari, mentre «nel campo dell’istruzione pubblica non si riuscì a far passare la riforma dell’Università e solo faticosamente si introdusse la scuola materna statale». Sottolinea, ovviamente, che «la più importante riforma nel campo sociale fu lo Statuto dei diritti dei lavoratori» e che «nonostante le comprensibili resistenze si riuscì a far approvare la legge istitutiva del divorzio e poi quella sull’aborto, offrendo da parte nostra all’opposizione dei cattolici la possibilità di ricorrere al referendum che venne finalmente introdotto», ma ricorda che «non si riuscì invece ad approvare la legge urbanistica: né quella presentata dal ministro Sullo, né l’altra concordata dopo estenuanti trattative con la Dc al tempo del primo governo Moro».
Appare questo come l’elenco di una esperienza segnata dal ristagno. De Martino è però più preciso su un punto, quando dice che «le maggiori delusioni si ebbero nella politica economica di programmazione» e aggiunge che «quel programma non era un libro dei sogni, come lo definì Fanfani, che da deciso fautore del primo centrosinistra era divenuto critico di esso e aveva dichiarato che quella politica non era irreversibile. Esso era realizzabile se fosse stato sostenuto da forze adeguate e avesse avuto dalla sua i sindacati. Ma questi erano timorosi che una politica dei redditi, indispensabile per qualsiasi programmazione, si risolvesse in limitazioni unilaterali». C’è da aggiungere che la programmazione fu, probabilmente, l’unica proposta originale che venne dal Psi, anche se l’accento venne posto sullo strumento della nazionalizzazione, che significava semplicemente l’ampliamento della gestione statale dell’economia e non una riorganizzazione dell’assetto sociale. E in questa visione c’era tutto il limite del contributo che il Psi di Nenni cercò di dare. Quella di De Martino resta comunque una ricostruzione nitida. Porta alla conclusione che la finestra che Fanfani aveva aperto nella seconda metà degli anni Cinquanta fu chiusa, con i socialisti al governo, dal riequilibrio politico avvenuto nella Dc, dall’opposizione del Pci e dalle paure dei sindacati. Il Psi, che pure aveva pagato un prezzo altissimo per la scelta governativa con la pesante scissione della sua sinistra, uscì da quella stretta con un pesante logoramento e con una decennale cancellazione della parola riformismo.
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La terza finestra apertasi nella storia dell’Italia repubblicana è legata al nome di Bettino Craxi. Anche questa esperienza resta però sottolineata dal divario tra le ambizioni e gli intenti, da una parte, e i risultati ottenuti dall’altra. Anche se, ripensandoci oggi, dopo la tempesta che travolse il segretario socialista, probabilmente il risultato più importante ottenuto dal craxismo - che nel suo complesso ha coinciso con una fase di grande ricchezza e di rapida modernizzazione dell’Italia e ne è stato uno dei motori - è stato sul piano della cultura politica della sinistra. Questa è stata, infatti, l’unica vera battaglia delle idee lanciata dal riformismo italiano. Forse fu tardiva, ma il disegno di costruire un’alternativa al Pci ebbe se non altro il merito di accelerarne la crisi. La proposta di una «grande riforma», destinata ad abbracciare «insieme l’ambito istituzionale, amministrativo, economico-sociale e morale», per garantire «l’efficacia dell’esecutivo» e l’indicazione del Parlamento e del governo come due «malati da curare» erano argomenti - lo nota Giano Accame in Una storia della Repubblica - «confusi sino a allora col golpismo», ma «Craxi riuscì a legittimarli come temi da dibattere e a far riflettere più serenamente sul presidenzialismo». Il conflitto sul taglio dei quattro punti di scala mobile, che dominò la metà degli anni Ottanta, resta la più importante operazione di pratica riformista. Fu attuata rompendo il fronte sindacale, in stretta alleanza con il segretario della Cisl Pierre Carniti e con esponenti dc, come il ministro del lavoro Enzo Scotti, ma soprattutto tracciando il primo vero confine a sinistra. Il Pci e la Cgil risposero con un referendum abrogativo, che però venne bocciato dagli elettori, soprattutto nelle zone più industrializzate del Paese. Cosa non funzionò? «Un freno ai propositi riformatori - scrive sempre Accame - venne dallo spostamento dei suoi interessi all’ingegneria politica in un collegamento troppo stretto con Andreotti e Forlani: un patto, quello del Caf (dai cognomi dei tre personaggi), nel quale per lui era dominante l’obiettivo di resistere o tornare a Palazzo Chigi». Non funzionò poi un’espansione incontrollata del Welfare, anche verso le imprese, con un ricorso alla spesa pubblica che segnò la lievitazione insostenibile del debito. Ma soprattutto non funzionò un altro fattore: non ci fu, dopo il 1989, la percezione esatta della profondità della crisi del sistema politico e del suo distacco dalle spinte più profonde della società. Il tutto mentre anche il movimento sindacale aveva perso il suo ruolo di centralità, al punto che si poteva parlare di una «parabola storica impressionante». «Prima - scriveva Aris Accornero in La parabola del sindacato - contava poco sulla scena pubblica, poi è diventato un protagonista come non lo era mai stato, e adesso è in difficoltà tra i lavoratori e in discredito fra la gente». Era un fenomeno dalle molteplici cause, ma Accornero ne vedeva prevalere una, cioè l’ancoraggio culturale a «uno specifico modello di tutela. Suoi referenti erano le rivendicazioni egualitarie, l’universalismo associativo, la mimesi proletaria. La tutela che ne veniva era basata su principi di uguaglianza e di comunanza». Quanto di questa cultura è rimasto, dopo che la tempesta di «Mani pulite», con la concertazione legata all’inseguimento dei parametri di Maastricht, ha restituito all’improvviso, era l’inizio degli anni Novanta, ai sindacati un ruolo politico centrale? E quanto ha pesato, sul piano politico, dopo che il monopolio della rappresentanza politica della sinistra era rimasto affidato a quel Pds, nato sulle ceneri del Pci senza una precisa scelta - diviso tra spinte movimentiste, nostalgie comuniste, richiami socialdemocratici e velleità di altro genere - e soprattutto senza la consapevolezza del fatto che il 1989 era suonato anche come una penalizzazione di tutte le sinistre? Ma qui siamo alla storia dell’oggi, di questo decennio in cui la rivendicazione di titolarità del riformismo è cresciuta proprio nell’area - quella della Quercia, dell’Ulivo e della Cgil - che alla prova del governo ha rinunciato alla sua pratica. Ma è proprio la storia dell’oggi a dirci anche che il riformismo è di nuovo una linea chiara di confine. Da una parte, l’assassinio di Biagi ha ricordato che la ricerca di aprire una prospettiva di cambiamento - e il Libro bianco ne è una base - è un pesante rischio, che il terrorismo si riaffaccia nel momento in cui si è vicini a cambiare lo status quo. Dall’altra parte, la proposta del governo sull’articolo 18 e sull’insieme del mercato del lavoro ha provocato una reazione tale da sottolineare che lo scontro avviene sempre sul dilemma riforme-immobilismo. E che l’immobilismo, non solo sul Welfare, resta l’unica arma politica e ideologica di ciò che resta della sinistra.
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Non ha mai davvero pesato nella sinistra l’opzione descritta in poche parole da Antonio Giolitti nel suo libro Lettere a Marta, uscito ormai dieci anni fa: «Quello che chiamerei utopismo riformista e democratico consiste nell’impegno e nella fiducia in un’opera di graduale e continua trasformazione della società e dello Stato… La cultura del riformismo, e la speranza che essa alimenta, indica oggi all’azione politica obiettivi che non sono esclusivamente o prevalentemente quelli redistributivi, bensì riguardano i comportamenti, gli orientamenti, i criteri, i metodi, i meccanismi del modo di operare del mercato e dello Stato e del loro rapporto d’interdipendenza». Nella sinistra che c’è oggi, nella sua pratica e nei suoi obbiettivi, non c’è nulla di tutto questo; anzi qui c’è la principale ragione della sua crisi, ormai visibile in tutto l’Occidente. La maledizione, alla fine, ha colpito anche lei. Resta infine una domanda: perché la società italiana non ha mai dato ascolto ai riformisti? C’è una spiegazione che dà Piero Melograni in Dieci perché sulla Repubblica, quando descrive un concorso generale: «Partiti e sindacati non operavano nel vuoto, ma all’interno di una comunità che offriva loro il consenso». Come dire che ci sarà uno spazio per l’affermazione di un riformismo - che ormai non sta più a sinistra, ma rinasce nell’area liberale - questo spazio si aprirà solo con una svolta culturale.