Nel mondo delle corse, il 1956 fu un anno trionfale per due uomini allora alleati. Alla guida di una Ferrari, l’argentino Manuel Fangio conquistò il suo quarto campionato del mondo; il terzo consecutivo, dopo le vittorie su Mercedes del biennio precedente, e in aggiunta al titolo del 1951 su Alfa Romeo. Ma la stagione segnò anche la fine di un difficile rapporto fra l’allora quarantaquattrenne pilota e il costruttore di Maranello, al punto da portare l’anno dopo Fangio in Maserati. Sulla quale vincerà il quinto alloro, per un ineguagliato record che il solo Michael Schumacher può tuttora insidiare. Ma, alla chiusura di quel 1956, è Enzo Ferrari che sembra avere le carte vincenti per la nuova stagione. Presentando, il 2 dicembre a Modena, la monoposto già campione del mondo e una squadra con cinque corridori di sicuro talento. Mediamente poco più che venticinquenni e subito salutati con il nome di «Ferrari Primavera», come giovani destinati a dominare a lungo il mondo della Formula 1. Invece periranno tutti nel lampo di due anni, a bordo delle loro auto: Eugenio Castellotti, Alfonso de Portago, Luigi Musso, Peter Collins, Mike Hawthorn. I primi quattro al volante di una Ferrari da corsa, tra il marzo 1957 e l’agosto 1958; mentre il quinto sarà nel 1958 il primo pilota inglese ad aggiudicarsi il titolo iridato, abbandonando le gare alla fine dell’annata. Ma un mese e mezzo dopo, il destino lo befferà alla periferia di Londra, quando la sua berlina Jaguar uscirà di strada in una piovosa mattina.
L’emozione suscitata dalla tragica sequenza fu enorme, in un’opinione pubblica che in quegli anni aveva trasformato la passione per le automobili in uno sport di massa. Del quale erano interpreti i mitici piloti che sfrecciavano sui circuiti e lungo le strade, cercando di ottenere vittorie esaltanti. Che li rendevano personaggi ammirati e spesso al centro delle cronache mondane, come nel caso degli amori di Eugenio Castellotti con Delia Scala o di Alfonso de Portago con Linda Christian. Ma pagando il prezzo di quella vita dorata con il rischio di una guida sempre al limite, conclusa da incidenti di difficile spiegazione.
Aspetti sui quali indaga il complesso lavoro di Luca Delli Carri (Gli indisciplinati, edizioni Fucina, 512 pagine, 17,56 euro), che non si limita alla cronaca sportiva del periodo né alla meticolosa ricostruzione degli episodi fatali. Ma che, in una scrittura quasi da romanzo, si addentra nelle vicende personali di figure rimaste vive nell’immaginario di molti. Anche per le singolari coincidenze che li accomunarono; come il fatto che, tranne Collins, ancora ragazzi erano tutti rimasti orfani di padre. Una figura che forse credettero di ritrovare in Enzo Ferrari, anch’egli privato dell’unico figlio Dino proprio nel giugno del 1956. Ma fu lo stesso costruttore a non volere alcuna priorità nei ruoli di squadra, né preferenze sul piano degli affetti: «Per me il numero uno è quello che vince», era solito dire. Anche se Ferrari scriverà poi, su quelle morti: «Io mi sento solo, dopo tanti allucinanti avvenimenti, e quasi colpevole di essere sopravvissuto».