Sciuscià, Una vita difficile, Io la conoscevo bene, Vaghe stelle dell’Orsa, La prima notte di quiete, Professione reporter, Cadaveri eccellenti. Sette film importanti presi come elementi-simbolo di un’analisi del cinema italiano intesa come studio «dall’interno» del metodo che governa l’analisi stessa. Una sorta di gioco di specchi che riflette sempre la stessa immagine: quella del film, appunto, meglio, del testo filmico che a differenza di quello teatrale - mutevole per definizione e per definizione irripetibile ed effimero - resta fissato, stabile, definitivo e immodificabile. A queste definizioni, che appartengono a Lino Micci-ché, aggiungeremmo quella di irrevocabile. Così la regola è che il testo del film è «quello» e non altro; e che qualsiasi modifica di quelle caratteristiche, tecniche oltre che artistiche, crea di fatto un altro testo. Alla filmologia - intesa come discorso critico sul film - si unisce dunque la filologia. Perché «il primo compito di chi analizza un film - scrive Micciché - saranno infatti la recensio e la collatio applicate al cinema», nell’ottica di una totale definizione e certezza del testo di cui ci si occupa. Il discorso riguarda, insieme, il metodo e la sostanza. E l’autore (critico, saggista, docente, storico e operatore culturale tra i più seri e qualificati a livello internazionale) lo costruisce con il rigore che gli è proprio: proponendo, in definitiva, di interpretare la filmologia come filologia cinematografica, applicando al testo filmico «quel metodo filologico che ormai sottratto alla storica esclusiva delle lingue e delle letterature, significa esigenza e metodo di rigore razionale nell’indagine testuale». In pratica lo sguardo critico si arricchisce di ulteriori capacità di approfondimento nello specifico esclusivo dei film di riferimento. E ciascuna delle opere prese in considerazione - tutte in grado di rientrare a buon titolo nel novero dei film «importanti» nella storia del cinema italiano - rappresenta nell’arco della lettura una fonte di preziosissime e colte pagine di studio. Ci piace in questo senso - e nella reale impossibilità di operare (pure sinteticamente) i singoli report su ciascuno dei film presi in esame, dar conto delle loro definizioni, in qualche modo programmatiche e sempre assai significative. Del resto Micciché ama da sempre le definizioni essenziali, le chiavi scheletriche di lettura, l’estremo prosciugamento del concetto, la potatura progressiva del discorso che conduce al suo senso ultimo. Sciuscià, allora, è «Ordine e dolore precoce»; il titolo utilizzato per Una vita difficile è «Il vero finale»; quello per Io la conoscevo bene è «Infelicità senza desideri?»; Vaghe stelle dell’Orsa stabilisce «Inquiete rimembranze»; La prima notte di quiete è «La Distruzione e il Sublime»; Professione: reporter è «Sguardi in abisso»; Cadaveri eccellenti è «Il labirinto del reale». Naturalmente non è solo questione di parole, frasi e definizioni-concetto: il piacere di leggere questo libro deriva, al di là dei suoi contenuti, da quello di ritrovare - finalmente - una formulazione di critica cinematografica appagante, rigenerata e autorevole, capace di fissare storicamente il suo oggetto fil(m)ologico: perfino in una sorta di grandezza didattica.
Lino Micciché, Filmologia e filologia - Studi sul cinema italiano, Marsilio, 169 pagine, 9,90 euro