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Quando Proust scoprì l'automobile

LIBERAL BIMESTRALE
di Paolo Malagodi
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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Benedetti i piccoli editori! Nei cui cataloghi troviamo rare perle, a lungo desiderate. Capita così di poter leggere le emozioni e le fantasie di Marcel Proust in un racconto che apparve su Le Figaro del 19 novembre 1907, con il titolo Impressions de route en automobile. Ora riproposto, per la traduzione italiana di Catherine Vidali, in un agile volumetto dalla raffinata grafica e sotto l'appropriato motto scripta manent (Marcel Proust, Impressioni di viaggio in automobile, Liber Internazionale, 48 pagine, 10 mila lire). Offrendo l'opportunità di riprendere un testo il cui interesse è almeno duplice: si tratta del primo importante resoconto letterario sul viaggiare in auto, mentre diversi dei suoi contenuti verranno poi ripresi nella monumentale Alla ricerca del tempo perduto.
Siamo all'inizio dell'estate del 1907 e il trentaseienne Marcel trascorre un paio di mesi sulle coste della Normandia, beneficiando dell'aria marina per alleviare l'asma che a Parigi lo affliggeva. Con la buona salute sembrano sciogliersi anche le angosce che - dopo la morte della madre, il 26 settembre 1905 - avevano bloccato la vena dell'artista. Tanto che un tonificato Proust desidera visitare le monumentali chiese e abbazie della regione, guidato dagli scritti dell'inglese John Ruskin; uno dei più eminenti critici e storici d'arte dell'epoca. Lo scrittore prende così a nolo una macchina, a bordo della quale visiterà le cattedrali gotiche della Normandia. Affidandosi, per l'analisi delle architetture, alle pagine di Ruskin e, per la condotta della vettura, alle ammirevoli capacità dell'autista e meccanico Alfred Agostinelli. Un allora diciottenne che, tra alterne passioni, mantenne con Proust una tormentata relazione. Durata sette anni, sino a un incidente aviatorio nel quale Agostinelli perse la vita, precipitando in mare il 30 maggio 1914.
In quell'estate del 1907, l'automobile è ancora un oggetto raro e misterioso i cui fari illuminano nella notte i portali delle cattedrali, richiamando la curiosità di gruppi di bambini che sembrano ricomporre «in un raggio di luce, la figurazione angelica di una Natività». L'immaginario dello scrittore trasforma poi l'ampio mantello di caucciù e il cappuccio antipioggia del fido Agostinelli in un abbigliamento che «lo faceva somigliare, mentre sprofondavamo sempre più veloci nella notte, a qualche pellegrino o piuttosto a qualche monachella». Oppure a una Santa Cecilia miracolosamente capace di mettere «in funzione uno di quegli organi nascosti all'interno dell'automobile e di cui non notiamo la musica, pur continua, se non per via di quelle variazioni di registro che sono i cambiamenti di velocità; una musica per così dire astratta, tutta di simboli e numeri che pare producano gli astri ruotando nell'etere».
Un'automobile che, in quel 1907, aveva trovato il proprio aedo, ricambiandolo con «la meravigliosa indipendenza che gli permetteva di partire quando voleva e di fermarsi dove gli piaceva». O placandone l'ansia con «il fuggire tutta la notte, lasciandosi alle spalle i paesi dove la nostra pena ci avrebbe soffocati». Sono questi alcuni degli straordinari pensieri di Marcel Proust.

Paolo Malagodi
 

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