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Anatomia di Grünewald esattore della verità

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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cop15_th  
È un esteta, in fondo, che parla, nel romanzo Là- bas del decadente francese Huysmans, non proprio come il Des Essaint di À rebours, ma certo qualcuno che si volge alla pittura come dopo una nausea dell’esistenza. E trova conforto nella scoperta dei Primitivi, un gioco allora di moda raffinata (siamo nel 1891). Nel riscoprire quelle «scene autentiche, precisate con pazienza, d’un realismo soggiogante e sicuro», che provengono dall’arte nordica e soprattutto fiamminga. «Fisionomie talvolta brutte ma da cui scaturivano gioie celestiali, disperazioni acute, bonacce dello spirito, cicloni dell’anima». Insomma, una sorta di transustanziazione della materia, che «apre uno spiraglio oltre i sensi». È chiaro che è già cominciato il viaggio verso Colmar, dove resiste da sempre quello choc incomparabile della Crocifissione di Mathis Grünewald (l’artista a cui, in tempo d’arte «degenerata», un musicista della nuova oggettività come Hindemith dedicò il denso Mathis der Maler). Così come è già cominciato in Huysmans quel viaggio dalla dannazione morbosa verso i lenimenti della religione cattolica. Ma certo Grünewald non lascia remissione alla fede, con quella figura già del tutto espressionista del Cristo, che fa rabbrividire il protagonista in poltrona, «che chiuse quasi con dolore gli occhi». Per non vedere la vita, anzi, per evocare meglio quell’opera unica, fantasma. «Quei piedi spugnosi e scagliosi erano orribili: la carne si gonfiava, sovrastava la testa del chiodo e le dita contratte contraddicevano il gesto implorante della mani, maledicevano, artigliavano quasi, con la cornea bluastra delle unghie, l’ocra del suolo ricco di ferro, simile ai terreni purpurei della Turingia». Davvero una pagina di virtuosismo assoluto ed efficace della parola, di prosa d’arte più che dannunziana, in cui si manifesta quasi come una delectatio morbosa nel gusto di descrivere i guasti dell’anatomia e gli orrori del supplizio.
Anni dopo, nel 1905, Huy-smans, in veste più professionale e filologica torna sul caso (allora) piuttosto misterioso di questo artista isolato (al confronto Dürer e Cranach «furono dei confezionatori di pii bonbon»), l’artefice dei folgoranti e straziati capolavori di Colmar e di Karlsruhe (anche se oggi non è che si sia aggiunto molto di più, alla sua quasi-non biografia). E lo fa con uno stile più compassato e misurato, anche se certo non raggiungerà mai le vette espressive del suo racconto precedente. Ma il testo è quanto mai interessante, anche perché ci permette di capire come lavorava allora un letterato, che si impegna come storico dell’arte e che come un elegante detective va a zonzo a trovare indizi per scrivere una sorta di anamnesi di quel misterioso fiore notturno, che è il Polittico di Isenheim: «tifone di un’arte sfrenata che passa e vi trascina». Quasi l’unica sua grande opera, sembra convenire il letterato, pasticciando in un catalogo ancora molto confuso. L’inquietudine del ex-decadente è di capire come quest’artista, questo esattore della verità, che riesce magistralmente a raccontarci «nel chiassoso décor di un gotico impazzito» un Cristo-ladrone, dalla pelle in suppurazione, e dai segni vistosi della violenza del mondo, non sappia in fondo, pur mistico come si rivela, che rappresentare altro che il male, il dolore. E così, quando gli tocca di dover evocare una delle Vergini pure, che non stanno al cospetto dello strazio, «di quell’albero del dolore che è la Croce», «come una meravigliosa orchidea sbocciata tra la flora d’un terreno incolto», ecco che gl’escono delle contadinotte burrose e insulse, che non hanno nessun’autorità per entrare nella storia dell’arte. «È più facile confessare che non si è in grado di comprendere».

Joris-Karl Huysmans, Grüne-wald, Abscondita, 82 pagine, 10 euro
 

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