A vederlo oggi, a sentirlo parlare, a notare la durezza (quasi catatonica) dello sguardo che filtra appena dalla fessura degli occhi, quanti lo hanno conosciuto in epoche diverse, ricevono l’impressione che dentro di lui sia intervenuto un cambiamento profondo. Il Cofferati di oggi ricorda il protagonista della saga cinematografica di Sergej Eisenstejn: Ivan il Terribile. Nei primi anni di regno lo zar è sereno, pieno di fiducia nel futuro (ricordate il discorso dell’incoronazione nel 1547? «Due Rome caddero; una terza Roma - Mosca - non cadrà. E una quarta Roma non sarà»). Poi, dopo la congiura dei boiardi che gli uccidono il figlio, Ivan si incupisce e medita feroci vendette. Anche di Sergio Cofferati dicono che, alla base della svolta politica (da «migliorista» ad alleato dei «no global», dai colloqui con Giorgio Napolitano a quelli con Vittorio Agnoletto), ci siano dei motivi personali: un forte risentimento nei confronti di Massimo D’Alema, l’unico leader della sinistra che ha provato (in verità con poca fermezza e con ancor meno determinazione) a tenergli testa. Degli scontri congressuali tra «Baffo di ferro» e «il Cinese» sono piene le cronache, con tanto di applausometro (puntigliosamente controllato dai media) nelle platee dei delegati. Probabilmente i due non si sono mai piaciuti, anche se Cofferati si schierò con D’Alema (e non con Veltroni) al momento della successione ad Achille Occhetto. Cofferati, in quel tempo, era da poco salito ai vertici della Confederazione e non aveva la forza di rompere la più tradizionale delle regole: quella che imponeva un sostanziale allineamento, un bon ton, tra i vertici della Cgil e quelli del partito. Anzi, alla fine del 1998, il nostro portò in dono al governo D’Alema - da poco insediato dopo la defenestrazione di Prodi - il cosiddetto Patto di Natale, con le firme di Cisl e Uil e della Confindustria (e delle altre organizzazioni imprenditoriali): sostanzialmente, un viatico del «sociale» a una leadership e a una maggioranza che non onoravano certo (adesso lo ammettono tutti) la logica del bipolarismo. In cambio, D’Alema - lui pure con l’handicap del noviziato - si accontentò di un’intesa fatta di tante parole ma di innovazioni inesistenti, poiché venivano pedissequamente confermati gli assetti dell’accordo triangolare del 1993. Ben presto, però, Massimo D’Alema si accorse che la Cgil di Cofferati era il principale ostacolo per i suoi programmi di rinnovamento, alla ricerca della «terza via» (come era di moda allora). Così il primo premier ex comunista cominciò a incrociare le armi della dialettica con il segretario della Cgil, che intanto stava affermando e consolidando il proprio dominio sull’organizzazione (neppure i capi storici degli anni Cinquanta sono mai riusciti a esprimere un potere tanto assoluto come quello del Cinese).
Non ci furono soltanto astiose polemiche pubbliche tra i due. I bene informati raccontarono anche di qualche «giro di valzer» tra D’Alema e Sergio D’Antoni. Al leader della Cisl fu promessa la segreteria generale del sindacato confederale (sempre che si fosse arrivati all’unificazione, all’insegna della medesima collocazione politica, all’interno del sistema bipolare, da parte di Cgil, Cisl e Uil). E come se questa offerta riservata non bastasse a dimostrare un feeling con l’altro Sergio (quello «bianco»), D’Alema chiese più volte a D’Antoni di entrare a far parte della sua compagine, con un ruolo di rilievo. Furono i Popolari a opporsi e a non voler riconoscere al sindacalista l’incarico di vice-presidente del Consiglio o il compito di capo della loro delegazione (come chiedeva il leader della Cisl). Ma quel lavorio venne vissuto da Cofferati come un atto di slealtà nei suoi confronti. Da quel momento Massimo D’Alema e Sergio D’Antoni diventarono suoi implacabili avversari. La Cgil cominciò ad arroccarsi, a costruire la propria linea politica sui veti e sulla conservazione dell’esistente (è stato un padre nobile come Vittorio Foa a ribadire che da Corso Italia non vengono più proposte in positivo). Gli ultimi governi di centro-sinistra ne furono paralizzati. Ma non ebbero il coraggio di sfidare la Cgil. Così la prassi della concertazione cominciò a logorarsi: quando nel confronto con le parti sociali un governo riconosce (o subisce) l’influenza di una di esse, al punto di fare soltanto le cose che la stessa gli consente (o di non compiere le scelte che le risultano sgradite), va da sé che le altre, prima o poi, si accorgono che il gioco non vale la candela. Succederebbe così anche nella vita di tutti i giorni.
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Mettiamo il caso che un gruppo di ragazzini, stanchi dei consueti (e costosi) giocattoli elettronici, decidano di divertirsi alla buona, come facevano i loro nonni, nati e vissuti nell’Italia povera del dopoguerra. E che uno di loro suggerisca di giocare ai quattro cantoni. Per chi non lo sapesse, si tratta di un passatempo molto semplice: basta essere in cinque e avere a disposizione un’area quadrangolare (un cortile, un ballatoio, una stanza o quant’altro di simile). Uno si piazza nel mezzo, gli altri negli angoli. E si dà il via. Il gioco consiste nel passare da un angolo all’altro, prima che quello «messo sotto» riesca a occupare più velocemente una delle quattro posizioni. In tale caso, quello rimasto fuori deve darsi da fare per guadagnare, a sua volta, un cantone liberatorio. E via di questo passo fino a quando i nostri ragazzi non si stancano. Supponiamo, invece, che uno dei protagonisti - quello più grosso - si incolli al suo angolo e non si muova da lì. E che sia pure prepotente, tanto da minacciare con pugni e calci gli amici che si avvicinano e lo sollecitano a comportarsi correttamente. Così, gli altri quattro devono accontentarsi del triangolo rimasto e sbizzarrirsi in questa area più limitata. Per di più, uno di loro (pure investito del ruolo di arbitro) dà totale copertura al ragazzo scorretto, affermando che a sbagliare sono gli altri. Come commentare tale situazione? Non è una cosa seria, direbbero i più. Invece, nel campo delle relazioni industriali, negli ultimi anni della passata legislatura, è capitato proprio quanto abbiamo raccontato sotto forma di metafora. È sufficiente assegnare le parti in modo adeguato. Il protagonista che non si sposta dal suo angolo è la Cgil; l’amico-arbitro che gli regge il sacco è il governo di centro-sinistra. Gli altri tre sono la Cisl, l’Uil e la Confindustria, che continuano a giocare alla concertazione (ai quattro cantoni) inutilmente tra loro. Con D’Alema e Amato a Palazzo Chigi le relazioni sindacali obbedivano a una sola regola: Cofferati ha sempre ragione. E chi non beve con lui, peste lo colga. È comprensibile che, in una situazione siffatta, si sia prodotto in Cofferati un processo di surriscaldamento dell’Io, sfociante, talvolta, in un delirio di onnipotenza, in un’ossessione di lesa maestà. A cinquant’anni si è trovato a essere il padrone assoluto della Cgil; e in grado di condizionare l’attività del governo. Bastava una sua parola, all’interno di un lungo servizio su di un quotidiano (ormai parla solo di politica), per provocare una marcia indietro del governo, le precisazioni contrite (e rinunciatarie) dei presidenti del Consiglio (chi non ricorda l’intervista-avvertimento a Giuliano Amato, appena insediatosi?), la piena solidarietà dei ministri «iscritti» alla Cgil (tra i quali poteva vantare un assoluto primato Cesare Salvi). Naturalmente, questo stato di cose non piaceva all’altro Sergio. Anche il leader della Cisl era uomo di molte ambizioni, aveva una «presa assoluta» sulla sua organizzazione, accarezzava disegni politici di grande respiro. Ma cosa mai poteva fare per contrastare l’egemonia della potente consorella ? La sua parte politica - la Dc - era stata debellata, lasciando sul campo - all’interno dell’Ulivo - un piccolo gruppo senza spina dorsale, legato al carro dei nuovi vincitori. D’Antoni tentò, dapprima, di chiamare a raccolta le organizzazioni sociali dell’universo cattolico (dal mondo agricolo alla cooperazione). Il tentativo non ebbe fortuna: il coraggio politico non è una merce che si acquista al supermercato. Intanto, i rapporti tra Cgil e Cisl si logorarono al punto tale che il sindacato sparì come interlocutore unitario del governo: D’Antoni provò a farsi sentire alzando la voce (in una logica di maggior rivendicazionismo), mentre la Cgil erigeva un muro intorno all’immobilismo degli Esecutivi. Poi, cominciò l’avventura politica di D’Antoni, ben presto rivelatasi un clamoroso fallimento, alla ricerca di un «terzo polo» che non esiste, fino a quando rimane l’attuale sistema elettorale. L’approdo tardivo e marginale nel centro-destra dell’ex leader della Cisl è, in fondo, una presa d’atto dell’incapacità a cambiare della sinistra. Ma questa è tutta un’altra storia
Poi, scoppiò il caso Confindustria. Il centro-sinistra, specie quando a dirigere erano i diessini, non fu certo severo con il mondo dell’impresa. Non si deve a Berlusconi l’affermazione che, ai tempi di D’Alema, Palazzo Chigi era diventato una merchant bank. I governi dell’Ulivo, però, hanno privilegiato il rapporto con i grandi gruppi, senza esitare mai (si pensi al caso della rottamazione) quando si trattava di tutelarne gli interessi. D’Alema, poi, ha fatto di più: ha cercato (si veda la vicenda Telecom) di far crescere una «razza padrona» alleata della sinistra. In questo modo, credevano di poter ignorare tranquillamente il malessere espresso dalle istanze associative degli imprenditori, più sensibili alle esigenze delle piccole aziende, condannate a «fare da sole» all’interno di realtà economiche in forte cambiamento, battute dal vento della competizione in un contesto vincolato dalla stabilità dei cambi. Non era difficile capire che all’interno della Confindustria (un’organizzazione da troppo tempo emarginata da un sistema di codecisione dominato dalla Cgil) stava covando qualcosa di grosso. Così l’outsider Antonio D’Amato ebbe improvvisamente la meglio su Carlo Callieri, il quale non era solo il candidato del Gotha del capitalismo delle (poche) Grandi Famiglie, ma anche il beniamino di Sergio Cofferati. In fondo, Callieri, al di là dei toni talvolta ruvidi e sinceri, apparteneva allo stesso mondo del Cinese (il Nord produttivo, la grande impresa manifatturiera, la prassi del reciproco riconoscimento tra controparti) e credeva nel medesimo sistema di relazioni industriali, che aveva contribuito a costruire dall’altra parte del tavolo. Paradossalmente, quindi, le critiche più aspre (e inusuali) all’elezione di D’Amato vennero proprio da Cofferati. In verità, il neo presidente si lasciò sfuggire qualche parola di troppo sulla concertazione, varò un programma che raccolse, a Parma, l’adesione di Silvio Berlusconi, portò ai vertici dell’associazione - in qualità di direttore generale - un manager come Stefano Parisi a cui Cofferati rimproverava lo «schiaffo» di Milano, dove la Giunta Albertini aveva sottoscritto un’intesa con Cisl e Uil, da cui la Cgil si era autoesclusa.
Da quel momento in poi dalla bocca di Cofferati, il leader sindacale più stimato dai «padroni», colui che era diventato segretario, nel 1994, in competizione con Alfiero Grandi, che aveva gestito nei primi anni Ottanta la grande ristrutturazione della chimica, facendo tesoro degli errori dei metalmeccanici (che, sotto la guida di Claudio Sabattini - il suo principale alleato di oggi - erano andati allo sbaraglio alla Fiat nell’autunno del 1980), l’amico di Lorenzo Necci e dei manager industriali del capitalismo all’italiana, il protagonista del patto del 1993, escono solo parole dure all’indirizzo del nuovo vertice di viale dell’Astronomia. Come se le relazioni industriali fossero tornate indietro di anni ed esistesse un disegno di isolare la Cgil. Manco farlo apposta, l’occasione si presentò durante la trattativa per l’avviso comune delle parti sociali in materia di recepimento delle direttiva Ue sui contratti a termine. Il negoziato era a un passo dalla conclusione. Il capo delegazione della Cgil, Giuseppe Casadio, scriveva addirittura un editoriale su Rassegna sindacale (il giornale della Confederazione) in cui la bozza d’accordo veniva descritta come un importante risultato. Pochi giorni dopo, da Corso d’Italia arrivava un robusto contrordine: la Cgil rimetteva in discussione le intese raggiunte. Intanto, anche sul tavolo dei metalmeccanici si era giunti a una firma separata: la Fiom chiamava a lottare la categoria per una differenza di poche migliaia di lire. Ormai era chiaro: la Cgil, nel nuovo contesto determinato dal successo elettorale della Casa delle libertà, sembrava scegliere il «far da sé»: la strada solitaria dell’arroccamento e della conservazione. Come a ribadire con adamantina superbia: «Non ci lasceremo isolare. Piuttosto ci chiudiamo in gabbia da soli». Poi, dopo lo shock delle prove tecniche di rivolta al G8 di Genova (da cui Ds e Cgil sono stati assenti) è venuto il Congresso della Quercia. Fin dall’inizio, Cofferati aveva due possibilità: defilarsi, al riparo del suo ruolo istituzionale oppure dismettere i panni del sindacalista e scendere in lizza personalmente, candidandosi alla guida del partito. Cofferati è stato capace di scoprire una terza via: impegnare a fondo, per la prima volta nella storia del dopoguerra, la Cgil nella battaglia politica interna al partito, a fianco del «correntone», con una leadership prestigiosa ma poco credibile, come quella di Giovanni Berlinguer. Nonostante la Cgil avesse mobilitato la grande maggioranza del suo apparato (che pena gli ex socialisti scampati alle purghe, anch’essi schierati con le componenti della sinistra diessina!), gli esiti di quella singolare vicenda sono noti: una sconfitta clamorosa. La potenza organizzativa della Cgil non riuscì a portare valore aggiunto alla coalizione di cui faceva parte la grande maggioranza del suo gruppo dirigente. A Pesaro, quello di Cofferati sembrò un canto del cigno, il grido di dolore di un perdente. A quel punto il Cinese aveva collezionato solo avversari: governo, Confindustria, Cisl e Uil. A essi si aggiungeva anche la maggioranza del suo partito: la base ex comunista gli aveva voltato le spalle.
Nessuno si aspettava che Cofferati avesse ancora delle carte da giocare. Gli osservatori si interrogavano sul suo futuro, quando sarebbe venuto il momento di lasciare la Cgil (a conclusione del secondo mandato). Il Cinese, invece, disponeva ancora di frecce al proprio arco. Si sa, in mezzo ai corvi anche un falco fa la figura dell’aquila. Proprio poche ore prima che si aprisse il Congresso di Pesaro (e i metalmeccanici di Claudio Sabattini sfilassero per le vie di Roma), il governo aveva varato un disegno di legge delega per la riforma del mercato del lavoro, in cui faceva capolino un piccolo intervento manutentivo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: abbastanza per far strillare all’attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori. Era l’occasione offerta a Cofferati per «rientrare» in gioco. Mentre tutti si attendevano fuoco e fiamme da parte della Cgil, il Cinese si adattò a un programma moderato di lotte pur di riprendere la collaborazione con Pezzotta e Angeletti. Poi, venne il turno delle pensioni. Il ministro Maroni riempì di concessioni - gratis - i sindacati, facendosi infilzare sui punti che aveva negoziato con la Confindustria (una parziale decontribuzione per i nuovi assunti a fronte dello smobilizzo obbligatorio del tfr). Così, la lotta unitaria continuò, con forme più incisive. Di fronte alla minaccia di uno sciopero generale del pubblico impiego, vi fu il primo cedimento del governo: la stipula di un’intesa per il rinnovo dei contratti, talmente onerosa da non avere copertura. La nuova linea di Cofferati cominciava a dare i primi risultati. E il governo «della fame, del freddo e della paura» era costretto a rinculare. C’erano tutte le condizioni per proseguire su questa strada: governo e Confindustria volevano isolare Cofferati e la Cgil ? La manovra non era riuscita. Pezzotta e Angeletti si apprestavano ad assistere al XIV Congresso della Cgil rilasciando grandi promesse di una nuova stagione dell’unità. Nessuno poteva sospettare che, a Rimini, Cofferati si accingesse a un nuovo colpo di scena: la proposta di sciopero generale. Anche della sola Cgil. La discussione congressuale ha finito per lasciare il segno. Di lì è partito quel piano inclinato che ha condotto la Cgil a manifestare e a scioperare da sola. Sinceramente non si comprendono le ragioni che hanno portato Cofferati a inasprire di proposito le relazioni, ancora convalescenti, con Cisl e Uil. Insomma non ha molto senso che un’organizzazione abbia lavorato duramente per sei mesi allo scopo di uscire dall’isolamento in cui volevano tenerla i suoi avversari (che settori del governo e della Confindustria prefigurassero una prassi di accordi separati sembrava del tutto evidente), poi, quando ci è finalmente riuscita (e ha cominciato a cogliere i primi importanti frutti), sia tornata a «discriminarsi» da sola. A Rimini, lo scorso 6 febbraio, la Cgil era arrivata col vento in poppa. L’unità d’azione era stata ripristinata, al punto da condurre un programma di lotte intenso che aveva più volte messo in difficoltà il governo e seminato dubbi, riserve, ripensamenti nella stessa maggioranza. Bastava un po’ di pratica della tattica politica (e del lavoro parlamentare) per capire che, sui delicati temi della revisione dell’articolo 18 e delle pensioni, la coalizione di governo stava - come si suol dire - menando il can per l’aia, col proposito di prendere tempo. Cofferati disponeva, dunque, delle migliori condizioni possibili per parlare al governo e alla Confindustria a nome, non della sola Cgil, ma dell’intero movimento sindacale. La presenza e gli interventi di Pezzotta e Angeletti avrebbero ratificato la svolta avvenuta e testimoniato che i tempi bui erano finiti, che la marcia del sindacato sarebbe proseguita fino alla realizzazione di tutti gli obiettivi. Poteva esserci una condizione di forza maggiore di questa? Invece, non è stato così. Sergio Cofferati ha agitato l’arma totale dello sciopero generale, facendosi dire pubblicamente di no dai propri interlocutori. È sufficiente leggere le prime pagine dell’abbecedario del sindacalista per sapere che una tattica siffatta è sbagliata e controproducente. Nessun gruppo dirigente di nessuna organizzazione è disposto a farsi imporre da un proprio partner una decisione tanto grave come lo sciopero generale. Avanzare, così, questa proposta e convogliare su di essa gli umori della base (negli interventi dei «quadri intermedi» si sono sentiti apprezzamenti quasi offensivi verso la Cisl e la Uil), significava precludersi, nei fatti, qualunque risposta positiva. Cofferati lo sapeva e lo sa. Probabilmente, con una gestione più accorta, seguendo, come aveva fatto fino a quel momento, una strategia dei piccoli passi, le tre confederazioni sarebbero arrivate unitariamente a un redde rationem col governo. Perché, allora, questo mutamento di fronte? Cofferati non è uno sciocco: la verità è che aveva e ha un’altra strategia. Le vicende e le beghe del sindacato appartengono ormai a una fase che il Cinese si è lasciato alla spalle. Altri sono i suoi obiettivi (lo si è capito anche dai contatti e dai segnali lanciati al movimento «no global»). Cofferati guarda a una ricomposizione della sinistra intorno a valori tradizionali e ritiene che la Cgil (lo si è letto anche nei documenti congressuali) debba svolgere una funzione di cerniera tra le tante anime della cultura antagonista. Per questa linea è necessaria una Cgil «dura e pura», che non ha mollato neppure quando il governo, nell’intento di dare spazio alla manovra di Cisl e Uil, ha scelto la strada del rinvio alle parti sociali dello spinoso tema della revisione dell’articolo 18 (con la questione pensioni appresso). Così, a Cofferati è stato possibile afferrare due piccioni con la classica fava. Il leader della Cgil ha troppa esperienza per non capire che, in realtà, si tratta di un rinvio tombale. Cisl e Uil non hanno abbandonato il tavolo del negoziato, ma non hanno la forza politica di stipulare un accordo separato con la Confindustria, nel momento in cui Cofferati (magari senza vuotare le fabbriche) riempie la piazze con il contributo di tutto il popolo della sinistra (dai «no global» al sindacato pensionati, agli intellettuali indignati) stanco di girotondi e ansioso di marciare a fianco della valorosa classe operaia. È stato il governo - con l’ennesima «calata di braghe» - a risolvere gli aspetti sindacali (quelli più strumentalizzati e meno importanti) del contenzioso con la Cgil. Perché Cofferati, allora, non ha rinunciato a fare lo sciopero generale, anche mettendo in conto una presa di distanza delle altre organizzazioni sindacali? La risposta è semplice: il suo è un atto politico. Cofferati vuole spendere la Cgil nella lotta contro il governo, forse con la (non tanto) segreta speranza di essere investito - tra qualche mese, magari dopo la probabile sconfitta elettorale di maggio - del ruolo di salvatore della patria. In fondo, nessuno è in condizione di essere più funzionale di Cofferati alla strategia della «spallata» che è tuttora prevalente nel mondo della sinistra. A giugno, al suo posto, in Cgil, lascerà un re Travicello, un fedele esecutore di ordini come Guglielmo Epifani. Ma questo disegno - ancorché coerente - è anche lucido e ricco di prospettive? Si direbbe di no. Il destino cinico e baro sta tessendo le sue trame. Per seguire i propri vizi la sinistra finirà per affidarsi a Cofferati, ma quello del Cinese sarà un abbraccio mortale. Già il radicalismo della Cgil (e la deriva diessina) sta stretta ai «compagni di viaggio» della Margherita, che non esitano a «fare da sponda» alla maggiore duttilità di Cisl e Uil. Ma anche all’ombra della Quercia qualche interrogativo, prima o poi, dovrà porsi. Dove è finito il senso del Congresso di Pesaro? Eppure, la maggioranza raccolta intorno a D’Alema e Fassino aveva indicato una linea diversa, fondata sull’esigenza vitale del cambiamento. Invece, sembra prevalere la tentazione al colpo di mano, alla guerra di corsa: il governo è stretto in una morsa di ferro; allo sciopero generale spetta il colpo di grazia. Ma cosa succederà se Berlusconi sarà ancora al suo posto, in grado di avvalersi di una legittima maggioranza parlamentare che gli consente di portare avanti il suo programma? Può capitare, allora, che il futuro politico di un ex sindacalista (colto, appassionato del melodramma e dei fumetti, tifoso della Cremonese, al punto da imporre ovunque i colori grigio e rosso) finisca ancor prima di cominciare. Verrà pure il tempo in cui Cofferati sarà chiamato a rispondere dei danni provocati alla sinistra. Oppure è ormai troppo tardi?