Nostalgia. Per un calcio che non esiste più, che è stato frantumato dalle quotazioni in Borsa, dal marketing. Certo, sono i tempi moderni. Tutto cambia, si trasforma, figuriamoci un pallone. Ma che bella era l’epoca di quel football eroico, dei principi della zolla, dei giocatori dalle mutrie severe, dei terzini dalle gambe storte e dei registi con i capelli a spazzola. Era un calcio avvolto dal mito, poche trasmissioni televisive, tanta radio, qualche articolo sui giornali. I giocatori potevamo vederli, soprattutto, sulle figurine Panini, valide e bisvalide, a rendere più leggera la nostra giornata. Le formazioni avevano un suono, una metrica, una poesia: sartiburgnichfacchetti, anzolingorileoncini, cudinianquillettischnellinger.
Noi ragazzi, in prati che erano ancora prati, potevamo imitare i nostri idoli. Io credevo di essere Petruzzu Anastasi, centravanti catanese della Juventus. Il mio compagno di banco, con i calzettoni abbassati, sembrava la copia perfetta di Gigi Meroni, la farfalla granata. Chi possedeva un sinistro potente emulava Gigi Riva, il breriano Rombo di Tuono e chi, invece, giocava in difesa era Giancarlo Bercellino detto Berceroccia o Roberto Rosato soprannominato Viso d’Angelo. Ma c’era anche una voglia di straniero. Io, nato in Brasile, potevo raccontare i miracoli e le meraviglie di Pelé, Garrincha e del Maestro, ovvero Didì. Il reduce dall’Inghilterra restava per ore e ore a magnificare i dribbling di George Best, ala destra ribelle e visionaria. E dalla Germania, giungeva l’eco della bravura di Netzer, biondo ed elegante. Gianni Rivera era la bandiera dei milanisti, giocava sulle punte, da abatino, con una classe senza confini. I suoi assist rappresentavano manna dal cielo per Pierino Prati, l’ala sinistra. Erano i giorni anche dei portieri di riserva, che non giocavano mai e, a furia di stare in panchina, ingrassavano. Massimo Piloni trascorse una vita all’ombra del Monumento Zoff, e che dire di Pacifico Cuman, nome e cognome quasi salgariani, dodicesimo del Napoli? Omar Sivori, che è stato uno dei miti dello scrittore-centravanti Osvaldo Soriano, faceva le bizze con la maglietta napoletana, un genio in anticipo sui colpi d’autore e le albe sbagliate di Diego Armando Maradona, un genio che si divertiva a far impazzire gli avversari a furia di beffardi tunnel. Angelo Benedicto Sormani illustrava la categoria degli attaccanti brasiliani con olimpica bravura e noi divoravamo le cronache di Vladimiro Caminiti e Gianni Brera. Il mondiale del 1966 in Inghilterra fu quello della nostra vergogna. Ci umiliò la Corea del Nord, con un destro maligno di Pak Doo Ik. Il nostro football decise, a quel punto, di chiudere le frontiere, e perdemmo così l’occasione di vedere Pelé con la maglia della Juve ed Eusebio con la maglia dell’Inter.
Allo stadio, in curva, potevamo andare con le madri. Non esisteva violenza, solo qualche isolata invasione di campo. C’era ironia e, alla fine, dopo un derby, festeggiavamo tutti insieme, in un’osteria, pane e salame e un bicchiere di vino buono, ma solo quello. Ci divertivamo con poco, che poi era tutto. Il calciobalilla in un bar fumoso, la Domenica Sportiva, le calde voci di Tutto il calcio minuto per minuto, le biglie con le immagini dei calciatori e dei ciclisti da portare al mare, riviera adriatica, pensione completa, dal cielo piovevano sulla spiaggia la Mucca Carolina ed Ercolino Sempreinpiedi. E, al tintinnare della notte, ci addormentavamo pensando di segnare un gol capolavoro, proprio come faceva Petruzzu Anastasi, l’orgoglio della nostra giovinezza