Un uomo, camminando, sfiora il muro di un edificio senza accorgersi che la schiena gli sta andando in fiamme. Alla sua destra, infilato dentro un’ampia finestra, un uomo con la giacca ricoperta di lampadine fissa inebetito spazi irraggiungibili. Altre finestre: che proiettano mucchi di sogni e grappoli d’incubi in un gioco a incastro che non avrà mai fine. La penombra di un interno coglie un reduce di guerra soffocato dai dubbi, una nurse soggiogata dalle lacrime, un calorifero nerofumo, maiali e vacche in miniatura. E dove il sole si fa accecante, un uomo in costume da bagno si deterge i capelli con un asciugamano rosso sangue mentre più in là, superato l’ossessivo accavallarsi delle finestre, la natura diventa uno scherzo del destino. Il macrocosmo pinkfloydiano abita qui, in questi brandelli d’illustri copertine di dischi (Ummagumma, Atom Heart Mother, The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here, A Momentary Lapse Of Reason…) che Storm Thorgerson, lo storico designer al servizio dei Pink Floyd, ha ritagliato e sublimato nell’omnicomprensiva cover di Echoes - The Best Of Pink Floyd, l’antologia che ripercorre in due compact disc più di trent’anni d’attività del gruppo inglese che ha spalancato le porte della percezione scandagliando surrealismo, psichedelia, colori acidi del suono, sperimentazione, psicoanalisi, musica cosmica.
Della formazione originaria, che ebbe il merito di strappare il pop dalla schiavitù dei tre minuti per canzone dilatando e stravolgendo ogni parametro compositivo, sono sopravvissuti Nick Mason (batteria) e Richard Wright (tastiere). Il chitarrista David Gilmour si unì a loro e al bassista Roger Waters nel 1968 dapprima per aiutare, quindi per sostituire, Syd Barrett, ossia l’inventore del «fluido rosa» che trasformò gli Abdas in Pink Floyd dopo avere assemblato i nomi di due bluesmen della Georgia, Pink Anderson e Floyd Council. Syd era un imprevedibile freak e un atipico «figlio dei fiori», che dopo aver pilotato la sua chitarra elettrica nel cuore della nuova dimensione esplorativa dell’album The Piper At The Gates Of Dawn, si autoemarginò dal gruppo facendosi concupire dall’acido lisergico. Tutt’oggi è un fantasma ultracinquantenne tutto casa, ospedale psichiatrico e insanità mentale. Non è un caso che le prime due «finestre» di Echoes, d’una bellezza disarmante, siano sue: il grande sogno psichedelico di Astronomy Domine e il visionario beat di See Emily Play. Si prosegue poi senza un ordine cronologico lungo un’affascinante, ininterrotta odissea sonora (ogni brano è legato al successivo quasi a formare una monumentale suite) che salta dal 1979 di The Wall al ’71 di Meddle, penetra nel ’73 di The Dark Side Of The Moon e urta il ’68 di A Saucerful Of Secrets, si sofferma al ’75 di Wish You Were per poi riagguantare il ’67 di Arnold Layne. Compo-sizioni come Another Brick In The Wall, Shine On You Crazy Diamond, Hey You, Money, Wish You Were Here, Us And Them e Comfortably Numb sono pietre miliari che inanellano le sadiche, geniali nevrosi di Roger Waters, gli ipnotizzanti assolo chitarristici di David Gilmour, il pop, il blues e il folk, sino alla fusione finale che abbraccia schemi più vasti, quasi sinfonici. Non mancano inoltre i ricostituiti Pink Floyd degli anni Ottanta e Novanta griffati Learning To Fly, High Hopes, Sorrow, Keep Talking e Marooned, abili mestieranti senza l’input creativo di Waters. Gilmour, Mason & Wright oltre le mode e nella frigida grandeur della loro precisione. Ma pur sempre Pink Floyd. Che saltano come folletti da una finestra all’altra, disegnando i bagliori dei nostri sogni e ricalcando le tenebre dei nostri incubi.
Echoes - The Best Of Pink Floyd, Emi, 26,42 euro