Manlio Cancogni, uno dei maggiori narratori del secondo Novecento, anche se è nato a Bologna nel 1916, può essere considerato uno scrittore versiliese. Molti i suoi libri rimasti nella memoria di tutti: La linea del Tomori del ‘66; Il ritorno del ‘71 (Premio Campiello); Allegri, gioventù del ‘73 (Premio Strega) e, via via, un notevole numero di opere ambientate anche negli Stati Uniti, dove Cancogni si recava spesso. Ma forse il suo capolavoro è il suo primo racconto Azorin e Mirò del ‘48 e ristampato pochi anni fa dall’editore Fazio. Questo l’invito: leggere, o rileggere Azorin e Mirò. Cancogni e Cassola erano molto amici e sotto le spoglie di Azorin si riconosce Cancogni, sotto quelle di Mirò Cassola. È la storia di due giovani letterati che si scambiano idee soprattutto sulla letteratura, con attenzione ai luoghi e ai paesaggi. Vivono e vogliono riproporre nelle opere la condizione «subliminale» nella quale sono, senza appartenere a nessuna corrente per narrare le vicende della vita umana, con particolare attenzione a una lingua autentica e veritiera.
Un’altra cosa che unisce Cassola (1917-1987) a Cancogni è che anche per Cassola si può parlare di capolavoro per una delle prime opere, Il taglio del bosco del ‘49. Ma anche Cassola fu scrittore ricco di interventi narrativi: basti ricordare Fausto e Anna del ‘52 e La ragazza di Bube del ‘60 (Premio Strega). Cassola fu anche avversato da una parte della critica ma ebbe sempre una straordinaria accoglienza da parte dei suoi lettori. Abbiamo parlato di Cancogni come di uno scrittore versiliese. Per associazione, e per stare nei limiti di questa rubrichetta, ci intriga il ricordo di un altro grande scrittore versiliese ormai quasi dimenticato: Mario Tobino (1910-1991). Medico, direttore dell’ospedale psichiatrico di Maggiano (Lucca), Tobino partecipò anche attivamente alla guerra di resistenza in Versilia. Anche con lui si parte da un libro capolavoro degli inizi: Il figlio del farmacista è del ‘42, ma grandi libri che occorrerebbe ristampare e rileggere sono, ad esempio La brace dei Biassoli del ‘56; Le libere donne di Magliano del ‘53; Il clandestino del ‘62, un romanzo sulla resistenza in Versilia.
La Versilia è una regione benedetta dal Signore: il mare e le grandi montagne delle Apuane si rimirano. Anche in pieno inverno si trovano giornate piene di sole con un clima benefico. È d’inverno che si svolge la vera vita dei versiliesi. Non per niente D’Annunzio molto la amò lasciandoci poesie tra le più belle scritte tra la Versilia e la foce dell’Arno. All’inverno versiliano, un po’ appartato e solitario, si oppone, però, nei mesi estivi una massiccia (troppo massiccia) presenza di turisti di ogni parte d’Italia e del mondo. Non è a questa stagione estiva che Cancogni, Tobino e Pea (una sorta di Patriarca della Versilia) dedicano la loro emozione e la forza della loro interpretazione psicologica. Il litorale, da Viareggio a Massa, si distende con amplissime spiagge di una fine rena bianca che si «imbionda» sotto i raggi del sole: un giusto ambiente, dunque, per farvi nascere e operare grandi scrittori e artisti. Cancogni, Tobino e Pea: abbiamo detto e ripetuto. Nessuna novità nel campo editoriale per il Patriarca della Versilia e per il suo Moscardino.