Fra i numerosi libri belli che mi è capitato di leggere in queste ultime settimane, uno mi ha colpito particolarmente, La ragazza della vaniglia del danese Ib Michael. Nessun battage pubblicitario per lui - mentre editori di mezzo mondo ci subissano di casi letterari che pochi giorni bastano poi a seppellire. Inoltre, Michael è danese e la Danimarca, per parafrasare una celebre canzone di Ivano Fossati, non gode da noi nessuna fortuna. Ma è terra di letteratura per eccellenza, posta com’è a Sud delle violente inquietudini scandinave e a Nord del coltissimo e tormentato mondo tedesco. Come dimostrano i due autori più celebri di quella terra: Sören Kierkegaard e Hans Christian Andersen. Una letteratura, quella danese, piena d’immagini, ricca di strutture mitologiche e simboliche entrate però a far parte della stessa modalità percettiva, e quindi narrativa, dei suoi scrittori (e Michael ne è un esempio straordinario), ma sensibile - in misura maggiore rispetto alle sorelle svedese e norvegese - ai temi sociali e politici tipici del grande romanzo occidentale.
Anni fa scoprii, grazie all’eccellente lavoro dell’editrice Iperborea, il danese Henrik Stangerup e i suoi grandi romanzi (soprattutto L’uomo che voleva essere colpevole, vero romanzo-manifesto che liberal potrebbe far suo sia per l’impostazione umana che per le conseguenze politiche implicate). Oggi tocca a Ib Micha-el, che grazie anche alla splendida traduzione (di Eva Kampmann) s’impone ai lettori italiani come la più bella novità degli ultimi mesi (e non solo). La materia della saga familiare viene rivisitata dagli occhi stupiti ma anche lucidi, spietati, di un bambino. Un uomo dei nostri giorni fa ritorno alla città natale, e la vista della vecchia casa di famiglia ormai diroccata e del suo piccolo giardino abbandonato gli riportano alla mente l’epoca in cui il giardino era vastissimo ai suoi occhi, sede di avventure mirabolanti: come quando, sotto il grande ippocastano, aveva scoperto uno scheletro umano, e a questo scheletro aveva attribuito un’identità (di pirata) che era il concentrato di tutte le fantasie, alimentate soprattutto dalla nonna, che avevano accompagnato la sua quotidianità di bimbo di quattro anni.
Una sorella malata di poliomelite ma profondamente innamorata della mente del fratellino, un padre dirigente d’azienda - la più assente delle presenze -, la famiglia materna innamorata del mare, con due prozii morti tra i ghiacci del polo e un prozio, il mitico Viggo, emigrato ancor giovane nei mari del Sud, sposato con una principessa locale e vivo nella mente della sorella - la nonna - attraverso una fitta corrispondenza piena d’amore e di nostalgia. All’interno della storia principale, Michael apre finestre sapienti con storie e frammenti di storie sempre puntuali e affascinanti, atte a imprimersi nella mente del lettore: come quella del giudice dai guanti bianchi, giusto ma pazzo, vera sintesi dell’universo mentale protestante (viene in mente l’Ibsen di Brand). Ma a catturare il lettore è sorpattutto la prosa, lo stile ricco, la minuziosa osservazione della realtà, la composizione rigorosa di sguardo e immaginazione, la capacità di individuare sempre il momento in cui la fantasia compie il balzo. Il particolare viene sempre gustato e colto con esattezza, la metafora è sempre puntuale e completa - insomma, che scrittore! Michael coglie assai bene - e qui l’anima tedesca si fa sentire - anche il senso del gioco fantastico da cui nasce la letteratura: che è sempre un gioco doloroso, segno di una dissoluzione, di un ingresso dell’infelicità nella coscienza pura dell’infanzia, e del desiderio di riprodurre, attraverso l’immaginazione, un sembiante di quell’unità, di quella felicità che si sono perdute.
Ib Michael, La ragazza della vaniglia, Einaudi, 255 pagine, 15,49 euro