Quarant’anni dopo, stanno affrontando un gigantesco tour senza farsi tremare i polsi. Nel 2003 potrebbero atterrare in Italia per un solo concerto, forse a giugno, a Milano, si vedrà. Le cronache d’oltreoceano, intanto, raccontano tangibili sobrietà da palco: nessuna pin-up gonfiabile ai bordi dello stage, stavolta; né satanassi di gomma e fuochi pirotecnici. Mick Jagger (59 anni) fa ancheggiare senza scricchiolii i suoi muscoli; Keith Richards (59) si porta appresso le eterne rughe inzuppate nel whisky; Ron Wood (55) si strapazza la chioma corvina nella foschia di mille sigarette; Charlie Watts (61) sfoggia l’ingessato aplomb del vecchio jazzista. Quarant’anni dopo, le pietre continuano a rotolare con la saggezza di chi ha accettato l’ineluttabilità del tempo che passa. E si mette a festeggiarla con tutti gli onori. Per la prima volta, i Rolling Stones hanno scelto 36 gioielli dal loro repertorio, raggiunto cifra tonda con quattro inediti registrati in primavera a Parigi (Don’t Stop, Keys To Your Love, Stealing My Heart, Losing My Touch) e hanno racchiuso il tutto nel doppio cd Forty Licks («quaranta leccate» prese in prestito dal loro logo a forma di linguaccia). Dal 1962, anno del debutto ufficiale al Marquee di Londra, si arriva al presente dell’ennesimo tourbillon concertistico. E pensare che Jagger, nel ’72, dichiarò: «A 33 anni mollerò tutto. Non voglio fare rock’n’roll per tutta la vita e tantomeno ridurmi come Elvis Presley, che a Las Vegas si mette a cantare per le casalinghe». Keith Richards, pochi mesi fa, ha detto: «Sto lottando contro il preconcetto che alla mia età non si è più capaci di suonare la chitarra come una volta. Se è vero che il rock ci ha dato la vita, perché dovremmo fermarci?». Da (I Can’t Get No) Satisfaction a Gimme Shelter, transitando per Jumpin’ Jack Flash, Brown Sugar, Sympathy For The Devil e Honky Tonk Women, Forty Licks racconta gli Stones con e senza Brian Jones e Bill Wyman: il primo, chitarrista con un debole per Charlie Parker, fu trovato morto nella piscina della sua villa dopo essersi trastullato con droghe e alcol; il secondo, bassista, abbandonò il gruppo nel ’92: troppo serio per seguire ancora i clowneschi kolossal live dei compagni. Lo sterminato canzoniere delle «pietre» (o stele di Rosetta del rock, come lo ha definito David Wild, critico musicale del quasi omonimo Rolling Stone) ripercorre gli anni iniziali devoti al blues e al rhythm & blues, e il successivo antagonismo nei confronti dei Beatles creato ad arte dal manager Andrew Loog-Oldham con slogan a effetto come «Lasce-reste uscire vostra sorella con uno Stone?». Fu quindi la volta dei primi moti trasgressivi, dello stizzoso rifiuto di hippy e psichedelìa annessa, dell’iconografia diabolica mai del tutto abbandonata, del ’68 scandito da Street Fighting Man («Ehi, penso che sia arrivato il momento per una rivoluzione. /Ma dove vivo la regola del gioco è una soluzione di compromesso»). E poi gli anni Settanta di rock e R&B fusi assieme, delle sguaiataggini «glam», di grandi melodie come Angie e Fool To Cry, della voglia «disco» griffata Miss You. Gli Ottanta e i Novanta, infine, con poche eccezioni come Emotional Rescue, Start Me Up e Undercover Of The Night, sono serviti più che altro a portare in ogni latitudine la premiata ditta, il marchio di garanzia, la certezza Rolling Stones del buon rock che fu. Oggi, quarant’anni dopo, sarebbe bello ricominciare dalla fine di Forty Licks: l’inedito Losing My Touch, pianoforte da brividi e il sussurro intossicato della voce di Keith Richards.
Forty Licks, Virgin, 27,90 euro circa