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Mare, amore e morte in terra di Sicilia

LIBERAL BIMESTRALE
di Maria Pia Ammirati
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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Mare, amore e morte in terra di Sicilia
di Maria Pia Ammirati
“La pupa di zucchero” di Silvana Grasso si attesta nella più consolidata scia
della grande letteratura siciliana. Quella di Verga e di Tomasi di Lampedusa

L’ultimo romanzo di Silvana Grasso non tradisce il corpo e l’impastato linguistico denso della scrittrice siciliana, riconosciuto sin dalla prima prova narrativa, Le nebbie di ddraunara, del 1993. La pupa di zucchero è un romanzo che sta nella più consolidata scia della grande letteratura siciliana, con al centro la storia di una grande famiglia patriarcale in lenta e inesorabile distruzione, costruita attraverso una lingua ricca e impietosa, e una forza descrittiva straordinaria. Verga, Tomasi di Lampedusa, D’Arrigo vengono spesso alla mente leggendo l’intreccio di una storia che mescola il mare, il suicidio per bancarotta, l’amore passionale di uno zio per una nipote, la pazzia, la dissoluzione dei beni e delle cose, la grande mattanza dei tonni.
È una Sicilia, potremmo dire, «tradizionale» quella che salta fuori dalle pagine del romanzo, una grande terra generosa, ricca ma anche profondamente immutabile nei suoi difetti, nella sua isolanità, nella sua eterna capacità di accettazione del bene come del male, nel suo rimanere immutabile sotto il sole di ogni nuovo giorno. E indagare l’immutabilità, come una sorta di maledizione eterna, sembra infine lo scavo impietoso della scrittrice dentro le vite ingloriose e tutte in qualche modo malate dei protagonisti. Quando non è la stessa malattia il tema dominante di tutto il libro. In fondo ogni personaggio si culla dentro (contagiando gli altri) una propria morbosità che in un modo o nell’altro finisce per uscire allo scoperto con la morte o il disfacimento. La morte del resto è il grande simbolo che il mare, che circonda l’isola, trasferisce alla terra ferma. La morte per mattanza, crudele, violenta e sanguinolenta, dei pesci catturati nella tonnara, e la morte degli uomini che quando il mare tradisce si gettano da uno scoglio.
Il romanzo si apre proprio così: i due gemelli Corallo vengono ripescati sugli scogli indissolubilmente legati con fil di ferro. Si sono suicidati perché i tonni non finiscono nella loro tonnara da trent’anni decretando il fallimento economico di un’antica famiglia. E la tonnara, che diviene l’oggetto del desiderio di un altro personaggio, è la protagonista silente di tutta la narrazione. Il Cavaliere, ricco proprietario della zona, alla notizia della morte dei fratelli Corallo gioisce al pensiero di poter finalmente divenire il proprietario della tonnara. È il culto del possesso, l’atavico desiderio di avere che innesca il meccanismo di passione e morte: quanto più il Cavaliere desidera che la tonnara divenga un bene di famiglia, e viene roso dal desiderio di consolidare attraverso la stirpe il patrimonio, tanto più la famiglia si sgretola. La bellissima nipote, candidata ideale per raccogliere l’eredità, muore sola e schizofrenica perché resta incinta dello zio; il figlio del Cavaliere è un inetto e muore in un incidente; cade vittima anche il nipote-figlio del Cavaliere che muore di cancro. L’ultimo discendente, con una vendetta calcolata ma inconscia, chiude il cerchio mandando in rovina tutte le cose di famiglia. Tanto dolore per nulla.

Silvana Grasso, La pupa di zucchero, Rizzoli, 222 pagine, 14,98 euro
 

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