Chi era - o meglio chi è - Michelaccio, Melafumo, Mestro Pastoso, Rugantino, il «beato tra le donne»? Antonio Baldini, scrittore di grande importanza, pieno di umorismo e di bonarietà, attento alle lezioni di vita, grande prosatore e stilista. Notava Giuseppe de Robertis ancora nel ’29: «Splendono le sue parole, ma più splende il tono che sa dare alle parole con quel loro tessuto leggero che lega insieme senza parere e le lascia vivere vive in una dolce luce». E ancora: «La sua ars retorica, la sua regola di scrittore non ha nulla di imparato o di caparbiamente volontario, non è superbia d’ingegno e tanto meno vanagloria… Un giorno tutti gli riconosceranno che, fra quelli della sua generazione, lui solo candidamente difese gli studi e le lettere e la più disprezzata delle arti, che è quella di saper scrivere». In un saggio del 1932 De Robertis tornava sulla lingua di Baldini: «La stessa lingua è d’una temperata bellezza, che non ha l’eguale oggi: sapientemente fusa di antico e di moderno, e di parole illustri e di dialetto, di rarità insomma che smorzano il raro in un tono piano, affabile, cordiale. Prosa ben tagliata, quadrata».
Antonio Baldini è nato a Roma nel 1889: amico fin dall’adolescenza di Cecchi, di Cardarelli e di Bacchelli partecipò alla fondazione della Ronda (l’importante mensile uscito tra il ’19 e il ’22). Molto attivo nella prima parte del Novecento, lega il suo nome a opere come Nostro Purgatorio sulla guerra del ’15 (1918), Michelaccio (1924), La dolce calamita (1929), Beato tra le donne (1940), le prose romane sotto il titolo di Rugantino del ’42.
Osservava Enrico Falqui nel ’66: «Di solito Baldini passava per uno scrittore scacciapensieri da divertircisi e distrarcisi, nel leggerlo, senza starci troppo a preoccupare dei significati reconditi da lui riposti in certe fantasie. Ma è proprio con scrittori come Baldini che spesso si pecca di superficialità e di grossolaneria, accontentandosi di prenderli alla lettera». Ma - insisteva Falqui - «in ogni umorista che si rispetti non c’è sempre un moralista?». Baldini non amava le biografie e diceva che «la vita di ogni uomo è un pozzo così fondo e così nero che è sempre meglio tenersi alle apparenze».
Di Baldini niente è stato ristampato di recente. Solo la brava Marta Bruscia ha curato nell’84 il carteggio tra Baldini e Papini e nell’89 quello tra Baldini e Palazzeschi. Anche se ha benissimo interpretato l’aria della prosa d’arte della sua stagione, Baldini merita di tornare a circolare tra i lettori insegnando loro, appunto, bonarietà, esperienza di vita, improvvise impennate della sua prosa robusta ma sempre duttile ed emozionante.
Si figura in un vecchio fachiro assomigliante a San Girolamo in mezzo a un vasto gruppo di belle e contrite peccatrici: «Egli può entrare senza paura nelle pieghe vellutate delle anime femminili, perché la sua carne fu a lungo mortificata dai digiuni, le sue membra furono domate da tutte le intemperie… e ormai i sensi non gli chiedono e il cuore non gli suggerisce più nulla. A questo bisognerebbe arrivare».
Baldini studia sempre i suoi classici e particolarmente ama l’Ariosto al quale dedica un importante saggio, Ludovico della tranquillità (’33). Non so chi, se Michelaccio o Melafumo o Baldini fanno visita al Museo Borghese soffermandosi sulla splendida scultura del Canova che ritrae Paolina distesa in un letto: il visitatore la contempla e poi vuole un posto accanto a lei e le dice: «Paolina, fatti in là».