La storia del romanzo è anche la storia dei suoi deragliamenti. Ogni epoca ha i suoi. Ricordate il deragliamento politico? E quello linguistico? Quando nessuna storia d’amore o anche di violette meritava la pagina stampata senza il suo bravo accenno alla Resistenza? O quando uno scrittore veniva irrimediabilmente bocciato da un certo politburo di critici se non esibiva un’accettabile ricerca sul linguaggio? Oggi, invece, va di moda la fabula. Passata l’infatuazione per la correttezza del Discor-so, tocca a una nuova mania: quella per le «storie». Lo dicono gli editor: ci vogliono belle storie. Lo dicono i commerciali: la gente vuole storie. Lo dicono persino i teatranti: dobbiamo raccontare storie. Il Senso non sta più nell’analisi, ma nello Svolgimento. Anche l’invenzione letteraria si misura sulla capacità affabulatoria e non più, che so, sulla forza della lingua o sull’analisi psicologica. Questo è un dato incontrovertibile. Il successo di Ogni cosa è illuminata del giovanissimo americano Foer ne è un esempio.
Ma una moda non è ancora un deragliamento. Che è il momento in cui la moda mostra il proprio fondo irragionevole. Nel nostro caso, il deragliamento si ha quando, per restare fedele al principio della fabula, lo scrittore abbandona la letteratura. Storie senza letteratura. Storie senza disegno. Storie e basta. Ogni scrittore, si badi, sogna di scrivere un romanzo fatto di pura storia, che nella sua semplicità racchiuda - senza bisogno di esplicitazioni - il senso di tutto. Ma provate a leggere Ho pensato che mio padre fosse Dio di Paul Auster (traduzione di Federica Oddera). Auster è un eccellente narratore. Tra le sue opere ricordo La trilogia di New York, oppure Smoke & Blue in the face (che sono diventati due ottimi film, soprattutto il primo, con Harvey Keytel e William Hurt), o Lulu on the bridge. Ma Ho pensato che mio padre fosse Dio (così come il precedente Espe-rimento di verità) esce decisamente dalla letteratura. Il libro nasce da una sfida lanciata dallo scrittore agli ascoltatori di una radio americana. Chi aveva storie (brevi) da raccontare? Nes-sun limite di argomento o di stile. Potevano essere storie allegre o tristi, potevano ri-guardare grandi eventi o cose minime, purché fossero storie. Giustamente, secondo Auster, una storia è tale quando prende in contropiede «le nostre aspettative sul mondo». È il minimum per una storia, ci mancherebbe: un po’ come avere un ombrello quando piove è il minimum dei diritti umani (Dostoevskij). Le storie che arrivarono alla redazione di quella radio furono quattromila. Di queste, Auster ne ha scelte 125, le ha riscritte e presentate, con grande semplicità, ai lettori. L’editore promette un «ritratto meraviglioso e inaspettato dell’Ame-rica», ma non è vero.
La caratteristica di queste storie è che sono storie e basta, alcune (poche) graziose, ma perlopiù insignificanti, meri aneddoti, di quelli che siamo costretti ad ascoltare sul tram o al ristorante. Anche quando sono curiose, non riusciamo a capire perché ce le abbiano volute raccontare.
In questo «perché» risiede la forza dello scrittore. Auster è uno scrittore, ma non qui. Ha creduto che le storie bastassero a se stesse, ha finto di non sapere che ogni storia, privata della necessità che ce la pone davanti, è una successione insensata di fatti inutili.
Ho pensato che mio padre fosse Dio è, comunque un buon cattivo esempio. Il suo errore ci rivela qualcosa sull’essenza dello scrivere. Che non è innanzitutto né lingua né ideologia né fabula, ma il comunicarsi di un’urgenza.
Paul Auster, Ho pensato che mio padre fosse Dio, Eina-udi, 270 pagine, 15,00 euro