Coppia curiosa, quella costituita da azione e reazione, cui lo storico della scienza Jean Starobinski dedica il suo ultimo libro: Azione e reazione. Vita e avventure di una coppia. Una coppia da tener d’occhio anche dal punto di vista della psiche individuale e collettiva. Infatti, gran parte delle patologie più osservate in Occidente oggi, sono, a quanto pare, disturbi dell’azione. È questo fondamentale campo del comportamento umano che appare indebolito e quasi leso. La difficoltà crescente nel separarsi dai genitori, quella nell’intraprendere un’attività, nel formare una famiglia, nella stessa iniziativa sessuale, sono, a ben vedere, disturbi nell’azione, difficoltà nell’intraprenderla. Se l’azione è in difficoltà però, anche l’altro partner della coppia, non brilla: la reazione appare nettamente più debole dell’adattamento. Spesso poi, tipicamente nelle proteste politiche giovanili, sembra piuttosto una richiesta di adattamento camuffata. Ecco allora che un libro come questo, che senza il linguaggio un po’ usurato della psicologia, studia questa coppia, che è poi una fondamentale manifestazione della forza vitale, può essere ricco di indicazioni per capire la situazione.
Tra tutte, particolarmente interessanti sono le osservazioni che, sull’indebolimento della coppia protagonista del libro, Starobinski svolge seguendo autori che rappresentano snodi centrali nella modernità. A cominciare da Goethe che valorizza la nostra coppia calandola in molte altre: la luce e l’oscurità, la sistole e la diastole. Momenti che egli non si limita a rilevare nella natura, ma ritiene indispensabili nell’attività scientifica, di conoscenza. E l’autore del Faust già intravede i pericoli cui la nostra coppia va incontro nella modernità che avanza: «Un secolo che si affida unicamente all’analisi, e teme la sintesi, non è sulla via giusta, perché solo tutt’e due insieme, come l’espirazione e l’in-spirazione, fanno la vita della scienza». Ahimè, non solo quella della scienza; ma anche quella degli individui.
L’abbandono della sintesi, infatti, finisce col slegare i due partner della coppia, che raggiunge sempre più difficilmente un equilibrio. Nel 1913, Bernheim spiega come il soggetto isterico reagisce troppo, e, di solito, agisce troppo poco. Ma ciò accade, spiega Freud, proprio perché, all’origine, ha reagito in modo insufficiente a un evento traumatico. C’è stato, spiega Freud un blocco dell’«a/breazione» (ecco ancora spuntare metà della coppia) dell’evento traumatico attraverso una scarica naturale. Lo studio della psiche all’inizio del Novecento esamina dunque, in modo diverso nei vari autori, l’intorbidarsi della relazione di coppia azione-reazione, i meccanismi con cui gli «affetti» vengono trattenuti o deviati, generando poi nevrosi e isteria. Tutto ciò che in un’emozione improvvisa non viene evacuato immediatamente, produrrà patologia.
Come si esce dai guai causati da questa coppia ammalata? L’ultimo tentativo è forse quello di superarla, con l’«inter/azione», parola che, osserva Staro-binski, «in clinica psichiatrica gode attualmente di un favore evidente». Come ha osservato Wit-tgenstein, noi reagiamo alla causa. «Dare il nome di causa a qualcosa è come dire: “Ecco il colpevole”». Quando si parla di un rapporto di interazione, invece, non viene più indicato alcun colpevole. Ma è poi vero che il colpevole non esiste? O dirlo è più comodo per i terapeuti, meno coraggiosi dei fondatori della psicoanalisi? O forse dotati, nella loro psiche, di una coppia azione-reazione che, da allora, si è ulteriormente indebolita.
Jean Starobinski, Azione e reazione. Vita e avventure di una coppia, Einaudi, 310 pagine, 21,48 euro.