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Trafalgar, che ha cambiato il mondo

LIBERAL BIMESTRALE
di Jay Tolson
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Era poco prima di mezzogiorno del 21 ottobre 1805, un vento leggero soffiava verso est sull’Atlantico appena poche miglia a sud ovest a largo di Capo Trafalgar, in Spagna. L’ammiraglio Lord (Orazio) Nelson, con le 27 navi del suo schieramento che lentamente andava a chiudere la linea di 33 navi della Flotta alleata franco-spagnola dell’ammiraglio Pierre-Charles Villeneuve, ordinò al suo ufficiale segnalatore di segnalare l’incitamento le cui parole avrebbero risuonato nei 200 anni di storia della marina: «L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo compia il suo dovere». Come sempre, guidando con il suo esempio personale, il comandante con un braccio solo, che sembrava più vecchio e tormentato dei suoi 47 anni, era in piedi con i suoi ufficiali sul ponte della Victory armata di 102 cannoni, e si sforzava di avvistare, con il solo occhio rimastogli, la bandiera di Villeneuve. L’ammiraglio britannico aveva diviso la sua flotta in due divisioni e le 12 navi da guerra e le fregate di scorta nella colonna sopravento di Nelson erano pronte a virare a nord per bloccare la Flotta alleata e impedirle di far vela verso le acque sicure del porto amico di Cadice. Nelson aveva già inseguito il francese nel Mediterraneo e nell’Atlantico e viceversa e ora che aveva scorto Villeneuve che si dirigeva verso lo Stretto di Gibilterra per passare nel Mediterraneo, non voleva perderlo. Villeneuve non stava ritirandosi, Napoleone gli aveva ordinato di portare la sua flotta e i suoi 4000 uomini di rinforzo a Napoli in aiuto della campagna d’Italia. Villeneuve ordinò alla sua flotta di invertire la rotta e di prepararsi alla battaglia. Cinque minuti dopo che Nelson aveva trasmesso la sua famosa esortazione, il comandante francese a bordo della Bucentaure da 80 cannoni, ordinò alle sue navi di issare i propri colori; alla vista della bandiera del nemico, Nelson ordinò alla Victory di virare a tribordo in direzione della Bucentaure. Il secondo di Nelson, comandante della colonna delle 15 navi sottovento, contrammiraglio Cuthbert Collingwood, si era già lanciato sulla flotta franco-spagnola oltre le linee, lanciando la furiosa mischia per la quale Nelson e la sua «banda di fratelli» godevano di larga fama e timoroso rispetto. Alle 12,30 la Victory di Nelson aveva forzato lo schieramento nemico a poppa della Bucentaure sebbene non prima di scambiare pesanti bordate con le otto navi di Villeneuve, inclusa la formidabile Santisima Trinidad, nave spagnola a 4 ponti e 136 cannoni. Un colpo aveva messo fuori combattimento il segretario di Nelson, non lontano dall’ammiraglio, un altro aveva falciato otto Royal Marines che si trovavano proprio sotto di lui sul ponte di poppa e un altro ancora aveva distrutto il timone, complicando enormemente la guida. «Hardy, è un lavoro troppo caldo per durare a lungo», disse Nelson al capitano della Victory dopo che uno scoppio aveva mandato le schegge dall’altro lato del ponte e Nelson aveva comunque rifiutato di muoversi. «Impegnare il nemico più da vicino», diceva uno degli ultimi segnali che inviò dall’albero maestro di velaccio. Il comandante, che aveva perso il braccio e l’occhio destro e subito innumerevoli altri colpi alla sua fragile struttura in azioni precedenti, non era disposto a disertare il suo importante impegno. Nelle numerose ore che seguirono, la battaglia si svolse esattamente come Nelson aveva pianificato, anzi, in un certo senso, anche meglio. Le 10 navi all’ala della flotta franco-spagnola, al comando del contrammiraglio Dumanoir, avrebbero potuto invertire subito la rotta per aiutare i compagni dietro, le cui navi venivano rastrellate, fatte a pezzi e catturate dalla superiore artiglieria britannica (mentre erano necessari in media cinque minuti all’equipaggio della Flotta alleata franco-spagnola per ricaricare e rifare fuoco, agli equipaggi della Royal Navy bastavano in media novanta secondi, e qualcuno riusciva anche a fare di meglio); ma Dumanoir fece continuare le sue navi nella loro rotta verso nord così a lungo che quando la invertirono per ingaggiare battaglia, la mischia era stata già decisa in favore della Royal Navy. Non più tardi delle sei pomeridiane, la Flotta alleata aveva perso 18 navi - una affondata, le altre catturate - quello che rimaneva, in rotta, fuggiva verso porti più sicuri. La flotta britannica contò 1.666 morti, la «macchina di morte» di Nelson finemente oleata aveva lasciato invece la Flotta alleata con 5.239 tra morti e feriti. Grazie a Nelson, il comando delle marine britanniche era saldamente consolidato, cosa che aveva demolito le fantasie napoleoniche di conquista della Gran Bretagna e contribuito a cambiare il volto delle realtà geopolitiche del mondo per almeno i successivi cento anni.
Per quanto Trafalgar fosse decisiva, fu necessaria proprio una vittima britannica per fare del 21 ottobre 1805 un giorno di tragedia e al contempo un giorno di trionfo per la Gran Bretagna. Perché proprio come la battaglia si svolgeva come Nelson aveva pianificato, così la sua morte giunse proprio come egli aveva misteriosamente previsto. «Dio vi benedica, Blackwood, non avrò più occasione di parlarvi», aveva detto a uno dei suoi capitani di fregata mentre era in corso il combattimento, e quella non fu l’unica volta che diede voce alla sua premonizione quel giorno. Quasi esattamente un’ora dopo le sue parole di addio a Blackwood, all’1,15 circa, un colpo sparato da un tiratore scelto dall’albero di mezzana della nave francese Redoutable, allora impegnata in un combattimento fianco contro fianco con la Victory, squarciò la spalla sinistra di Nelson danneggiando seriamente un ramo dell’arteria polmonare per conficcarsi nella spina dorsale. «Alla fine ce l’hanno fatta, Hardy», mormorò l’ammiraglio. Probabilmente paralizzato dalla vita in giù, Nelson riuscì a coprirsi il volto e le medaglie con il suo largo fazzoletto, nella speranza che i suoi uomini non potessero identificare il loro comandante caduto e fu portato sotto il ponte, nell’infermeria della nave. Una volta lì, assicurò il chirurgo che non c’era niente da fare: «Mi rimane solo poco tempo da vivere; mi hanno sparato alla schiena». Aveva ragione. Ci sarebbero volute poco più di tre ore perché giungesse la morte, mentre l’eroe più amato della Gran Bretagna entrava in un profondo delirio chiamando il capitano Hardy - e in realtà la stessa Inghilterra - e chiedendo loro di occuparsi della sua amante Lady Emma Hamilton e della loro figlia Horatia. Ma alle 4.30 circa, poco dopo che il capitano Hardy lo aveva rassicurato che la battaglia era stata effettivamente vinta, più volte Nelson mormorò le sue ultime parole: «Grazie a Dio, ho compiuto il mio dovere». Sorprende poco, data l’importanza dell’uomo e della sua vittoria, che il bicentenario della Battaglia di Trafalgar abbia stimolato centinaia di conferenze pubbliche e seminari accademici, innumerevoli commemorazioni, almeno un grande rifacimento (sebbene la Royal Navy, senza alcuna sensibilità per i sentimenti dei francesi e degli spagnoli, abbia creato le fazioni opposte della finta battaglia della scorsa estate, le flotte Rossa e Blu), e una cascata di libri popolari e scolastici. Tra gli ultimi, ci sono eccellenti trattamenti della battaglia stessa (The Trafalgar Companion di Mark Adkin), il significato culturale contemporaneo dell’eroismo di Nelson e la sua eredità (Seize the fire: Heroism, Duty and the Battle of Trafalgar di Adam Nicolson; Admiral Lord Nelson: Context and Legacy, edito da David Cannadine), la duratura influenza dello stile di Nelson sul comando e controllo navale (Command at Sea: Naval Command and Control Since the Sixteenth Century di Michael Palmer) la corrispondenza del grande uomo (Nelson: The New Letters, edito da Colin White) e la più notevole vita di Nelson (Nelson: A dream of Glory, il primo di due volumi di John Sugden; The Pursuit of Victory: The Life and Achievements of Horatio Nelson di Roger Knight).

Il «tocco di Nelson» 

Non che ci fosse una mancanza di interesse negli anni che hanno preceduto il bicentenario, ma rivedendo molti dei nuovi lavori pubblicati sul Times Literary Supplement, N.A.M. Rodger ha osservato, senza ironia, che «un uomo che ha già ottenuto che su di lui si scrivesse grosso modo una biografia per ogni anno trascorso dalla sua morte, ha ovviamente bisogno di qualche altra». Rodger non è il solo a riconoscere la necessità di individuare e rettificare gli errori nei milioni di parole scritte su Nelson e Trafalgar. Ma se il nuovo sapere riesce con deferenza a fare ciò, anche discreditando qualcuno dei miti più affettuosi (adesso sembra che l’adolescente Nelson non sia, ahimé, andato mano per la mano con un orso polare in una spedizione al Polo Nord), questo esame più scrupoloso rivela un uomo non meno eroico e risultati non meno significativi di quanto lo storia, la biografia e la leggenda precedente abbiano riportato. Nelson con i suoi punti forti e le sue debolezze - inclusa la vanità, le sue meschinità occasionali e a volte una sconsiderata arroganza - non è una figura che ispira meno soggezione per tutti quei difetti. Allo stesso modo, se le innovazioni tattiche e strategiche di Nelson non erano tutte strettamente di sua fattura, il modo in cui le mise in pratica con il suo notevole stile di comando giustifica a buon diritto la sua esaltante inclusione negli annali della storia militare. Disciplina stressante e duro addestramento, insieme a empatia e preoccupazione per i suoi uomini: prima di tutto, infatti, egli incoraggiava (e preparava) i suoi subalterni a cogliere l’iniziativa, dove necessario, in particolare nella nebbia della guerra. «Questo - dice Palmer, uno storico della marina all’Università dell’East Carolina - era quello che lui chiamava il “tocco di Nelson”, e gli uomini che avevano prestato servizio ai suoi ordini, sapevano cosa si aspettava».
Nato nel 1758, figlio di un rettore anglicano, Nelson spese i suoi primi 12 anni nel villaggio di Burnham Thorpe, vicino alla costa orientale dell’Inghilterra. La madre morì quando aveva nove anni, forse per il peso di aver portato in grembo 11 figli (8 sopravvissero). Frequentò solo qualche anno della scuola elementare prima che lo zio materno, il capitano Maurice Suckling, gli desse un posto di aspirante cadetto sulla Raisonnable della Royal Navy. Prodotto della piccola nobiltà che gli assicurò la sua prima occupazione grazie a relazioni familiari, Nelson divenne presto un lavoratore energico e infaticabile in una nazione sempre più imprenditoriale e meritocratica che lo «spirito animalesco» del capitalismo stava trasformando. Non fu direttamente con il commercio che Nelson fece la sua rapida ascesa, fu grazie al servizio in una marina che rese possibile l’espansione galoppante del commercio della Gran Bretagna. (Gli inglesi pagavano le tasse più alte di qualsiasi altro Paese europeo, ma si ritenevano più liberi dei sudditi di altre nazioni - in gran parte perché sapevano che ingenti spese navali per costruire e fornire di equipaggi le navi da guerra assicurava quella prosperità che essi ritenevano fosse la pietra miliare della libertà). Alcune delle amicizie più veloci di Nelson si formarono con audaci mercanti di successo che riconobbero in lui esattamente il loro tipo di uomo, cioè un uomo di coraggio e di impresa. E se i gradi di ufficiale della Royal Navy richiedevano la loro quota di aristocratici con buone relazioni (anche se non tanti quanti nell’Esercito), questi gradi erano più aperti a uomini senza titoli ma di talento e ambizione di quanto lo fossero quelli delle marine dell’Europa continentale. Gli ufficiali britannici dovevano conoscere il loro lavoro se volevano sperare di comandare una nave. Nei suoi primi anni nella Royal Navy, nei suoi viaggi a Est e Ovest, nelle Indie e altrove, Nelson vinse la noia, malattie quasi fatali e un’inutilmente dura disciplina anche mentre imparava a distinguere le cime della marineria con una precisione che gli avrebbe permesso di superare gli esami per tenente all’insolita età di 18 anni. Tre anni prima, un breve servizio su un mercantile - che, tipicamente, era guidato in modo molto più umano e intelligente di una nave della marina - gli lasciò una lezione inestimabile: gli uomini trattati bene servono bene. Inserì la lezione negli esami quando diventò capitano di vascello e ricevette il suo primo comando, la fregata Hinchinbrooke con 28 cannoni, all’età di vent’anni. Per i successivi 18 anni, Nelson avrebbe servito nella marina con grande competenza ma senza evidente distinzione eroica. Nel 1787, sposò Frances (Fanny) Herbert Nisbet, una vedova con un figlio che allora vivevano sull’isola di Nevis. In pochi mesi Nelson aveva perso il suo comando e viveva solamente con mezza paga in Inghilterra con la sua famiglia. Solo l’avvento della Rivoluzione francese nel 1793 lo riportò in mare, e partendo dal Mediterraneo lo mise sulla via della gloria. Quella via fu segnata da molte azioni navali di minore importanza e da quattro battaglie in mare più importanti: St. Vincent (1797), il Nilo (1798), Copenhagen (1801) e Trafalgar. Ciascuna delle sue performance in successione, avrebbe fatto guadagnare a Nelson il rispetto dei suoi ufficiali e superiori, l’amore dei suoi subordinati, l’invidia dei suoi nemici (Napoleone teneva un busto di Nelson nel suo studio) e l’adulazione crescente dei suoi cittadini. Ancora prima della sua morte, quell’adulazione si tradusse in un’esplosione di culto commerciale con vendita di medaglie, libri e memorabilia assortiti.
Offuscando la sua fama - o facendolo agli occhi di qualcuno - Nelson iniziò una storia d’amore con la moglie di Lord Hamilton, l’ambasciatore inglese a Napoli, che divenne presto il chiacchiericcio d’Europa. Nelson, si deve dire, prese alcune delle sue peggiori decisioni sotto l’influenza di Emma Hamilton, non ultima quella associata alla sua inadeguata ingerenza nella politica italiana. Dopo la morte di Lord Hamilton, Nelson abbandonò la moglie e si trasferì in casa di Emma inducendo molti nell’Ammiragliato a sperare che egli non fosse un leader così indispensabile. L’amore fuori misura tra le due figure attirava l’attenzione per quanto era ardente confacendosi così a un eroe della marina senza nessuna paura e a una bella donna alla quale piaceva «atteggiarsi» (mettendo in mostra modi ispirati alla mitologia o alla letteratura) in pubblico. Erano entrambi presi di mira dai giornali scandalistici e dai fumetti più audaci, e la Hamilton sarebbe divenuta l’ovvio modello dei principali protagonisti dei romanzi di Jane Austen e William Makepeace Thackeray. Fu, naturalmente la prodezza senza pari di Nelson che impedì ai due amanti di essere distrutti dallo scandalo. Sebbene Nelson non fosse il comandante della flotta nella battaglia di St. Vincent del 1797 a largo della costa spagnola, il comandante ammiraglio John Jervis si sarebbe trovato in una pessima situazione contro i nemici spagnoli se Nelson non avesse preso l’iniziativa, rotto l’allineamento e venuto in suo aiuto lanciando un attacco contro la flotta spagnola, che sarebbe stato alla fine decisivo per la battaglia. La nave di Nelson, la Captain, fu malamente danneggiata, ma egli tuttavia riuscì a speronare una delle due navi spagnole libere, guidò personalmente la carica sulla prima obbligandola alla resa, e dopo, utilizzandola come «ponte» obbligò alla resa il capitano della seconda. Furono una serie di azioni brillanti e coraggiose, come riferì Jervis all’Ammiragliato; insufficientemente, pensò Nelson che si assicurò che un rapporto più ampio giungesse in Inghilterra. Detenendo il pieno comando nella Battaglia del Nilo, nel 1798, Nelson, che solo l’anno prima aveva perso il braccio destro in un raid alle Isole Canarie, con la sua tattica sbaragliò la flotta francese, ancorata nella Baia di Aboukir in Egitto. La flotta britannica catturò o distrusse solo quattro delle 17 navi e fregate francesi dello schieramento con un unico inconveniente: se Nelson avesse catturato la flotta francese prima, avrebbe potuto prenderla quando Napoleone e il suo esercito erano ancora a bordo, risparmiando così a tutta l’Europa le guerre napoleoniche che sarebbero state scatenate cinque anni più tardi, nel 1805, dall’auto-proclamatosi imperatore di Francia. Ancora una volta si pone l’interrogativo dell’importanza di Nelson e di Trafalgar: hanno veramente cambiato il volto al corso della storia? Possono i grandi uomini o i grandi eventi avere la stessa importanza dei fattori economici e demografici, delle risorse climatiche e naturali, delle strutture di organizzazioni socio-politiche - quelle grandi forze impersonali, su cui argomentavano Carlo Marx e altri, erano i veri motori del cambiamento storico? 

Grande tempestività 

Roger Knight, autore di un’eccellente recente biografia di Nelson, sottolinea un fatto importante: «Nelson è stato fortunato a raggiungere il grado di ufficiale al momento giusto, sulla cresta dell’onda della superiorità della marina britannica». Ancora di più, tuttavia, la carriera di Nelson raggiunse il suo apice quando la lunga ascendenza geopolitica - territoriale, economica e militare - britannica, affrontava una delle sue più grandi sfide. Per la maggior parte del Diciottesimo secolo, la Gran Bretagna si era impegnata a rafforzarsi sui mari, non solo per proteggere gli scambi commerciali con i suoi crescenti possedimenti coloniali ma anche per controllare l’accesso alle entrate a Ovest e a Est del canale che la separava dal Continente. Quest’ultimo, cruciale per l’autodifesa nazionale, consentiva anche alla Gran Bretagna di interferire con i mercantili di altre nazioni che usavano il canale come passaggio da e per i porti dell’Europa settentrionale, inclusi quelli del Baltico. Dopo la guerra dei Sette Anni (1756-63), quando ricevette i territori nelle Indie Occidentali e in America dalla Francia e dalla Spagna, la Gran Bretagna aveva un po’ abbassato la guardia e, durante la Rivoluzione americana, aveva subito qualche sorprendente sconfitta navale. Dopo, l’Ammiragliato si dedicò a fare della Royal Navy la marina più forte, più grande e dotata dell’equipaggio più abile del mondo. L’ascesa di Napoleone al potere e la vicina dominazione dell’Europa continentale erano state costruite su forze di terra, ma l’imperatore considerava la Gran Bretagna - e in particolare la sua potenza sui mari - la sua vera nemesi, e sognava che un giorno l’avrebbe invasa. L’alleanza che aveva costituito con la Spagna faceva parte del piano, ma alla luce di quello che aveva imparato dalla Battaglia del Nilo, sapeva che il suo sogno non era esente da rischi: non disponeva di un comandante di marina uguale a Nelson che, a differenza della maggior parte degli altri comandanti di marina, inclusi quelli inglesi, non aveva mai combattuto per apparire migliore del nemico, indietreggiando quando si rischiava di perdere troppo sangue, Nelson combatteva per sopraffarlo e annientarlo il nemico, anche spargendo il suo sangue, se necessario. Combatteva sui mari come Napoleone combatteva sulla terra - un pensiero questo che calmava l’imperatore. Se riusciva a tenere Nelson occupato, credeva Napoleone, avrebbe potuto ottenere qualche successo contro le navi inglesi e dopo avrebbe potuto fare un sol boccone dell’Europa e occuparsi della Russia e poi, infine, sarebbe ritornato in Inghilterra. Trafalgar cancellò quel sogno stabilendo l’indubbia supremazia della Gran Bretagna; quella supremazia non solo rendeva impensabile l’invasione della Gran Bretagna ma le consentiva il controllo degli scambi commerciali del canale e di usare gli utili che ne derivavano per pagare la coalizione continentale contro Napoleone. «Il potere sui mari funziona come il radio», dice Palmer. «Richiede tempo. Ha elaborato una morte lenta per la Francia e Trafalgar ne faceva parte». Possiamo dire che il controllo dei mari da parte della Gran Bretagna e la fine di Napoleone siano stati un bene per il mondo? Dipende, naturalmente, se si pensa che la crescente interconnessione del mondo - una certa conseguenza dell’Impero britannico e gli scambi commerciali che si sono sviluppati attraverso di esso - sono stati una buona cosa. L’abbandono dei britannici delle loro severe leggi sulla navigazione, alla metà del Diciannovesimo secolo, diede un forte impulso al libero scambio tra tutte le nazioni lungo le rotte marine, rese più sicure dalla presenza della potenza navale inglese: un ulteriore impulso alla globalizzazione. A Nelson tutto questo importava veramente? Questo è l’interrogativo su cui l’anniversario della più famosa battaglia navale ci invita a riflettere. 

 

© liberal - U.S. News & World Report, L.P. 
(Traduzione di Giustina Pennisi)
 
 

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