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Per capire davvero chi fu Don Milani

LIBERAL BIMESTRALE
di Rino Cammilleri

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Il giornalista Marco Sassano, a suo tempo tra i protagonisti del «caso Zanzara» (foglio studentesco fin troppo trasgressivo per i suoi tempi: 1965) al milanese liceo Parini, fu così accolto nella scuola di Barbiana: «È figlio di ricchi: non è all’altezza dei miei ragazzi che sono figli di poveri». Venne ammesso perché presentato da un amico, «ma dovrà stare in silenzio». Leggendo questa memoria non si può non rimanere un attimo interdetti, così come lo si rimane leggendo tante altre frasi a effetto di don Milani estrapolate dal loro contesto. E in effetti quel che di solito manca a chi cerca di farsi un giudizio su una figura controversa come quella del celebre autore di Lettera a una professoressa è proprio il contesto. Senza quest’ultimo ci si condanna a non capire il perché della spaccatura netta che ancora si ha fra sostenitori e detrattori del prete di Barbiana, figura capace di suscitare attrazioni fatali o repulsioni nette. Ritengo che il libro di Maurizio Di Giacomo, Don Milani tra solitudine e Vangelo sia un passaggio obbligato per chi voglia smetterla con le citazioni di terza mano e vedere una buona volta chi fu costui. L’opera, annotatissima, è di quelle atte a dire una parola definitiva sull’argomento e senza per questo volersi sostituire al lettore, consente a quest’ultimo di farsi un giudizio motivato e documentato.
Milani, scomodo ed estremo come tutti i convertiti tardivi, cominciò ad agitare la quiete clericale (che a volte è troppo simile a un rigor mortis) fin dal seminario; tanto che, una volta ordinato, non si sapeva dove piazzarlo. Et pour cause, visto che già nel 1947 scriveva, a proposito dei comunisti: «Perseguiteranno certo anche la Chiesa e i preti (ma se fosse bene? forse ce n’è bisogno). Porteranno peggio che il paganesimo: l’ateismo (ma di fronte a certi modi di essere religiosi che c’è nel nostro mondo è meglio l’ateismo, almeno è più schietto e coerente). Porteran-no un sistema economico che sicuramente non arricchirà ma impoverirà l’Europa e quei proletari che voleva aiutare (ma non è meglio morir di fame in un mondo nuovo e anelante a una nuova giustizia, più larga, più universale, senza barriere di classe, di nazione ecc., piuttosto che ingrassare in un mondo che sta per morire?)». E così via. Ora, la data nonché la qualifica dell’autore condurrebbero, di primo acchito, ad arricciare il naso su queste affermazioni. Ma se le si guarda da un altro punto di vista (e un altro c’è sempre) e magari dopo un certo accumulo di esperienze umane, si scopre che anche noi, di fronte a certi borghesi, a certi cattolici, a certi prelati perfino, non di rado ci siamo quasi augurati un interlocutore ateo e radicale per poter respirare. Di «provocazioni» (come si usa dire oggi) del genere Milani fu, certo, inesausto produttore, e non intendiamo, neanche noi, sovrapporre il nostro giudizio a quello di ciascuno; un giudizio che spesso, ahimè, rischia di venir falsato al vedere e sentire, oggi, certi personaggi che del controverso prete di Barbiana si dichiarano sfegatati discepoli. Credo che, se c’è un caso in cui la bontà dell’albero non possa venir dedotta da alcuni pretesi frutti, sia questo. Sia come sia, il precedente, toscano anch’esso, del Savonarola (si passi l’esempio) insegna che ci si può realisticamente attendere anche una beatificazione, senza che del beatificando si debbano condividere per forza le idee e le azioni. Il santo è tale perché ha amato Dio con tutta la sua forza, non perché è infallibile.

Maurizio Di Giacomo, Don Milani tra solitudine e Vangelo, Borla, 420 pagine, 20,66 euro
 

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