Il futuro del rapporto tra cristianesimo e civiltà occidentale è la questione di fondo che si pone il libro di Vittorio Possenti Religione e vita civile. In un contesto, quello del passaggio di secolo che coincide in certo senso con quello dal moderno al postmoderno, nel quale il fattore religioso sembra tornare un po’ ovunque a svolgere un crescente ruolo pubblico, invertendo quella tendenza alla privatizzazione della fede che era secondo alcuni oramai fenomeno irreversibile, e questo perché il trascendente, col tramonto degli orizzontalismi, appare la sola dimensione in grado di dare senso alla nostra vita sociale sormontando la tecnicizzazione dell’ordine civile e la frammentazione di quello etico-politico. Possenti è convinto che questa sia una tendenza significativa del nostro tempo anche se, con apprezzabile prudenza, afferma che l’alternativa tra società cristiana o nichilista è oggi quanto mai aperta. Il taglio della riflessione è antropologico filosofico, la propensione è al «pensiero forte» con un continuo confronto con i classici del pensiero europeo, da Aristotele a Weber.
Al centro è il confronto col liberalismo. Il liberalismo è stato il pensiero che è riuscito a porre fine ai conflitti religiosi in virtù della laicità, è quello che oggi consente di uscire dalla guerra delle ideologie del Ventesimo secolo. Ma quella che è la sua forza racchiude anche un’antinomia. Laicità significa infatti separazione tra ambito (e potere) religioso e ambito (e potere) civile. Ma vuol dire anche neutralizzazione del conflitto sui valori e quindi, potenzialmente, relativismo etico e infine nichilismo. In tal modo però esso giunge a contraddire la stessa fonte del liberalismo e la causa del suo primato: il valore prioritario della persona di derivazione cristiana. Possenti sottolinea che il pensiero liberale è, tanto più oggi, molto variegato; ma la sua stessa riflessione aiuta a mettere a fuoco quella che è forse una bipartizione fondamentale. Teologicamente, come egli dice, quella tra una impostazione «pelagiana che attribuisce valore assoluto e autosalvifico alla libertà umana» e un’altra di impianto tomista ma che potrebbe dirsi comune ai Padri che, sulla base della dottrina del peccato originale, sottolinea i limiti dell’avventura mondana. La prima che inclina all’esteriorità sociale delle opere, allo scientismo e al progressismo, la seconda all’interiorità morale, al realismo e alla limitazione di ogni potere, compreso quello scientifico. Si potrebbe dire che il secondo è il liberalismo delle origini e il primo quello prevalso successivamente, al punto che, secondo alcuni, ad esempio Del Noce, giova distinguere tra liberalismo e (neo)illuminismo.
È questo il nuovo cleavage ideale della nostra epoca? In ogni caso il rapporto che si instaura tra cristianesimo e pensiero laico (usando questo temine per unificare i due filoni, quello liberale e neoilluminista) è straordinariamente dialettico. Se infatti va bipartito il pensiero laico va anche bipartito quello cristiano (più di quanto l’autore faccia), in quanto anche il pensiero neoilluminista ha una certa matrice cristiana. La sfida, insomma, non sembra esser quella tra un pensiero laico dialogante col cristianesimo e uno ostile ma tra diverse impostazioni liberali e differenti impostazioni cristiane. Come diceva Hegel nella sua Fenomenologia «Un partito si comprova vincitore solo perché si scinde in due partiti». La vittoria del cristianesimo e del liberalismo nella nostra cultura dopo l’89 è comprovata dalla necessaria divisione dell’uno e dell’altro al proprio interno.
Vittorio Possenti, Religione e vita civile, Armando editore, 315 pagine, 18 euro