Scomparso lo scorso 10 agosto, su Gianfranco Miglio la cultura italiana ha steso un silenzio che non le fa certo onore - nell’intento, neppure celato, di rimuovere la memoria di questo genio scomodo. Dopo l’iniziativa di Élites (allegata al n° 8 di liberal), sono stati i Quaderni Padani diretti da Gilberto Oneto a dedicare al «profesùr» un fascicolo ricco di spunti e suggestioni, questo numero-doppio corposo, raffinato, prezioso, curato da Carlo Stagnaro. Il volume si apre con un lucido intervento di Leo Miglio, il figlio dello studioso comasco, che spiega come l’eccezionalità della personalità e dell’intelligenza di Gianfranco Miglio stava anche nelle piccole cose. In un’insaziabile curiosità che lo portava a guardare al mondo senza le lenti offuscate dell’ideologia, ma con sguardo nuovo e vivo. «Era uno scienziato mosso dall’idea “ossessiva” che ogni giorno dovesse servire per far fare un passo avanti alla conoscenza», racconta Alessandro Vitale. Il segno distintivo del pensiero di Miglio è uno spietato realismo. Ma questo suo realismo non degenerò mai in cinismo disincantato, né in supina accettazione del reale. Come spiega Ettore A. Albertoni, egli sapeva «coniugare sempre la capacità di analisi storica e speculativa con l’approccio positivo a suggerire, consigliare e stimolare: in una parola a “fare”. Un riflesso preciso del suo innegabile pragmatismo di orgoglioso laghée lariano».
Di qui, l’esigenza di immaginare un modo per uscire dal vicolo cieco in cui ci hanno condotto gli Stati nazionali. Come? Ricorda Giancarlo Pagliarini: «Ero nella sua bella casa di Como, mi prende per un braccio e mi dice “Sai, quando mi sento stanco o deluso io vengo qui”. Apre una finestra ed esce su una terrazza. “Perché cosa c’è qui?” gli chiedo. E lui, con il suo famoso sorriso e con il braccio teso. “Perché c’è la Svizzera”».
«Da Como - scrive Carlo Lottieri - Miglio ha sempre avuto per la federazione svizzera quell’attenzione che Johannes Althusius aveva riservato all’originale esperimento olandese delle libere Province Unite, tanto vicine alla sua piccola Emden». Entrambe istituzioni moderne in qualche modo eccentriche, non riconducibili al modello vincente centralizzato, nazionale e giacobino. Sempre Lottieri nota come «per il federalismo libertario di Miglio, ogni potere legittimo è sempre e solo un potere delegato».
Se c’è un filo rosso che lega i vari contributi raccolti in questo fascicolo dei Quaderni Padani (che si può richiedere anche rivolgendosi a
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) è proprio l’accento posto sull’antistatalismo vigoroso del pensiero migliano. Roberto Formigoni ne sottolinea la valenza politica, Rocco Ronza ne svela le robuste radici cristiane, e tocca a Carlo Stagnaro declinarne la poderosa difesa delle libertà personali. È però Miglio stesso a ricordare, nella sezione antologica che chiude il volume, le coordinate del proprio pensiero. «Il grado di civiltà politica di un Paese dipende dal modo con cui si riesce a limitare la quantità e la presenza dei parassiti» scriveva, smascherando il lato oscuro di ogni ordine politico. L’inevitabile natura parassitaria del Potere. Non c’è da stupirsi se l’accademia, i media e i politici stentano a riconoscere la grandezza di quello che resterà nei secoli, pietra miliare del pensiero politico, a dispetto dei critici, degli invidiosi, degli statalisti.
Quaderni Padani n.37/38, Varese, 178 pagine, 10,30 euro