L’ostilità tra Popper e Wittgenstein è nota. Chi si diverte con le biografie può leggere ora un libro brillante dei giornalisti-scrittori inglesi David Edmons e John Eidinow, il cui titolo e sottotitolo dicono tutto: La lite di Cambridge. Quanto (e perché) Ludwig Wittgenstein minacciò Karl Popper con un attizzatoio (mentre Bertrand Russel faceva da arbitro). Per Popper, Wittgenstein volta le spalle ai problemi reali della filosofia, riducendo quest’ultima a una semplice terapia del linguaggio. Ma Popper non sa scalzare il fondamento della posizione filosofica a cui Wittgenstein era pervenuto e che egli esprime affermando: «Io mi muovo costantemente nel linguag-gio, non posso uscirne». Non è facile scalzarla, perché, per farlo, bisogna parlare, cioè rimanere all’interno del linguaggio. Einaudi ristampa ora la nuova edizione delle Osservazioni filosofiche di Wittgenstein, con l’ampia e intelligente introduzione di Marino Rosso. A proposito di quel fondamento egli osserva come esso «traduca in senso linguistico l’asserzione, infinitamente ripetuta da filosofi delle più varie correnti, dopo Cartesio, che “noi non possiamo uscire da noi stessi”, e come non sia teoreticamente più solido di quella». Sono d’accordo circa la «traduzione»; che però non si lascia togliere di mezzo così facilmente. Qui posso rinviare il lettore al mio libro Oltre il linguaggio (Adelphi, 1992). Aggiun-gendo però che l’idealismo, soprattutto quello di Gio-vanni Gentile, è una di quelle varianti del «noi non possiamo uscire da noi stessi», che ancor meno delle altre si presta a essere liquidata alla svelta - e tanto meno si presta quanto più l’attuale cultura filosofica anglosassone (e non solo) a mala pena conosce il nome di questo nostro grandissimo pensatore. Una quindicina d’anni prima, come Rosso ricorda, Wittgen-stein aveva indicato, nei suoi appunti, «la strada» da lui percorsa, e concludeva: «L’idealismo, pensato come rigore sino in fondo, porta al realismo».
Rosso annota: «Ritengo che in queste frasi sia contenuta una tra le più geniali intuizioni del giovane Wittgenstein, che lo pone in una posizione storiograficamente autonoma rispetto al Nove-cento filosofico». D’accordo sulla «genialità»; ma è proprio così pacifica quella autonomia storiografica? In uno degli ultimi paragrafi del suo Sistema di logica, Gentile non ricorda forse che il proprio idealismo (o «formalismo assoluto») è «assoluto realismo»? Certo, i motivi per i quali egli lo afferma non sono quelli addotti da Wittgenstein, ma la convergenza c’è e va approfondita - e può capitare che si scorga la radicalità di Gentile rispetto a Wittgenstein. Comunque, quando Wit-tgenstein dice che un io non può uscire dal linguaggio, non è agli antipodi del Wittgenstein che vede il proprio idealismo risolversi nel realismo.
Infatti, se il linguaggio è il tutto, il non poter uscire dal linguaggio non è un restar imprigionati in un luogo «chiuso», «semplicemente» linguistico, ma è il mantenersi nel luogo aperto di ciò che è. E riconoscere questo è, appunto, realismo.
David Edmons - John Eidinow, La lite di Cam-bridge, Garzanti, 265 pagine, 18 euro; Ludwig Wit-tgenstein, Osservazioni filosofiche, Einaudi, 304 pagine, 22,72 euro