archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Quando i somari adorano gli sciacalli

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Mingardi

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

Torna al sommario
cop15_th  
Il nome di Henry L. Mencken (1880-1956) non dirà nulla al lettore italiano: l’unico suo lavoro tradotto è, a mia conoscenza, il Trattato sugli dei (Il Saggiatore, 1967), operetta ambiziosamente blasfema che tuttavia non va a gran merito del suo autore. Di più c’insegna The Skeptic. A life of H.L. Mencken, godibilissima biografia firmata da Terry Teachout. Critico letterario per il New York Times e Commentary, Teachout si carica sulle spalle il gravoso fardello di raccontare al lettore contemporaneo un maestro di cui si è persa memoria. Relativamente, s’intende. Quando Richard Posner s’è messo a cercare su Internet quali fossero gli «intellettuali pubblici» più citati fra il 1995 e il 2000, in un’ideale classifica ha dovuto piazzare Mencken al trentasettesimo posto, il sesto più citato fra i non viventi. Meno menzionato di Orwell, Shaw, Wells, Leary o Lewis - ma più di Auden, Brecht, Rand, Mann, Keynes e McLuhan. Mencken è stato forse l’uomo di lettere per eccellenza nel Novecento americano. Figlio di un produttore di sigari di Baltimora, si fece strada nel giornalismo statunitense con la determinazione e assieme il brio di un enfant prodige. Entrato per la prima volta in redazione a 17 anni, a 24 fu promosso editor dello stesso giornale: dopo aver macinato esperienza come cronista e come commentatore, come critico teatrale e stroncatore di successi letterari. Poi due grandi avventure: la direzione di The Smart Set, assieme a G.J. Nathan, e dell’Ame-rican Mercury.
La coabitazione con Nathan divenne insostenibile non appena si convinse che «un giornale o è una dittatura, o non è»: aforisma che calza ancor oggi a pennello ai migliori fra i direttori, capaci d’imporre non solo una linea ma una sensibilità, un profumo, al foglio che timonano. Ciò che forse più manca al libro di Teachout è una considerazione seria e ponderata del Mencken «politico». È ben vero che sa ricostruire il pensiero di Mencken per sommi capi, e giustamente lo etichetta come «libertarismo antiutopico», imperfettista. Tuttavia, non convincono certi commenti di Teachout sul presunto antisemitismo menckeniano (forse spiccati più per spirito di branco che per convinzione), e la sua sostanziale incapacità di comprendere le ragioni dell’isolazionismo.
Se The Skeptic è un libro fondamentale per capire il Mencken «gentiluomo vittoriano» e lo studioso (non sempre puntuale) di Nietzsche e Shaw, non riesce a riproporre lo spirito del Mencken «anarco-conservatore». Come scrisse Murray Rothbard, una passione guidava H.L. Mencken: quella per la libertà. «Io credo in una cosa e una cosa soltanto», disse all’amico Hamilton Owens, «cioè nella libertà individuale». In un manoscritto rimasto inedito, «io sono un libertario estremista». Lo si capisce, del resto, da alcune fra le sue più memorabili citazioni. «La democrazia è una forma di religione: è l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari». «Puritane-simo: il timore terribile che qualcuno, in qualche posto possa essere felice». «In democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l’altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione». «Ogni persona di buon senso si vergogna del governo sotto il quale vive».

Terry Teachout, The Skeptic. A life of H.L. Mencken, Harper Collins, New York, 410 pagine, 29.95 dollari
 

web agency Done Communication