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L'Europa sono due (ma una è peduta…)

LIBERAL BIMESTRALE
di Renato Cristin
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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Quando parliamo di confini dell’Europa pensiamo a quelli geografici, politici, anche culturali, ma quasi mai a qualcosa come i confini temporali. Eppure ci sono: si tratta di quelle radici originarie che sono state evidenziate da alcune ricerche relativamente recenti, e che si rivelano come un elemento essenziale della coscienza che gli europei possono avere di se stessi. Affrontando il problema della formazione della civiltà europea mediante ricerche in svariati campi (linguistica, genetica, antropologia, archeologia, storia delle religioni), questo libro ha il pregio di far riflettere sui tempi lunghi della storia e della costituzione delle identità collettive.
Da questo insieme di indagini, che potremmo chiamare archeologia della mente europea, vorrei evidenziare quella di Marija Gimbutas (non presente nel volume ma citata da molti degli autori e tema del saggio di Joan Marler), archeologa lituano-americana morta nel 1994, che con la sua «archeomitologia» ha portato alla luce gli inizi della vita sociale nel nostro continente. È stata lei a denominare «Kurgan» le popolazioni protoindoeuropee che arrivarono nell’Euro-pa centro-orientale dal Nord del Caucaso, dove risiedevano fin dal Quinto millennio a.C. Ed è stata lei a coniare il concetto di «Europa antica» per designare quella civiltà che, prima dell’arrivo dei Kurgan, aveva raggiunto livelli altissimi già nel Neolitico, con la creazione di veri e propri centri urbani. Le differenze tra queste due culture consistevano in una diversa concezione della vita nel suo complesso: a una società patriarcale, guerresca, nomade e dedita all’allevamento si contrapponeva una società matriarcale, pacifica, fondata sulla stabilità e sull’agricoltura. Grazie agli studi di Gimbutas possiamo oggi conoscere i termini di quello «scontro fra culture» che si è verificato tra il Quattromila e il Tremila a.C. e valutarne le conseguenze «catastrofiche» per la cultura antico-europea che occupava l’Europa centro-orientale fino al Baltico, ma anche ridefinire il concetto stesso di civiltà. L’idea che «con il termine civiltà ci si riferisca necessariamente a società guerriere maschili» viene respinta da Gimbutas, che considera invece la base di ogni civiltà «nel suo livello di creazioni artistiche, di conquiste estetiche, di valori non materiali e di libertà, che danno significato, valore e gioia alla vita per tutti i suoi cittadini, così come un equilibrio di potere tra i due sessi». È quest’ultimo aspetto, concretizzato nel culto della Dea madre e in strutture di organizzazione matrilineare delle relazioni familiari e sociali (un sistema definito «matristico»), ciò che caratterizza la cultura antico-europea.
Tuttavia, per svariate ragioni, la civiltà europea in senso proprio, quella che ha preso le mosse dall’antica Grecia e che, attraverso Roma, il confronto e l’incontro con la cultura germanica e quella slava, ha poi dato vita all’Europa medievale e moderna, si fonda su quelle civiltà protoindoeuropee e indoeuropee che distrussero e sostituirono la società antico-europea. In tal senso, la frattura tra queste due culture rappresenta anche una spaccatura tra due Europe. C’è dunque un’altra Europa, più originaria della nostra ma non meno europea, un’Europa perduta, che ha potuto contribuire solo in minima parte alla formazione della nostra civiltà, ma che può aiutarci a comprendere meglio l’identità e l’esistenza storica del nostro continente, proprio perché ci permette di avvicinarci alla nostra origine culturale.

Le radici prime dell’Eu-ropa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Bruno Mon-dadori, 389 pagine, 23,008 euro.
 

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