Giancarlo Galli compie un lungo viaggio nella crisi italiana e propone una chiave di lettura molto coraggiosa: la causa della grande difficoltà degli ultimi quindici anni sta nella debolezza dei poteri, di tutti i poteri. Forse, finora c'è stato un eccesso di strabismo in chi seguito passo dopo passo la transizione iniziata con l'implosione del vecchio sistema dei partiti. L'attesa ha riguardato essenzialmente la ricomposizione virtuosa del ceto politico, la domanda si è concentrata sui programmi, sulla capacità dei governi, sulle ricette istituzionali. Si è giunti a invocare e a cercare i supplenti nei mondi più diversi, dalla magistratura all'imprenditoria. Mentre in ombra è rimasta la frammentazione e la fragilità dell'insieme della «classe dirigente», almeno fino agli ultimi mesi, quando ci si è accorti che non esistono zone franche, con l'esplosione dei conflitti che hanno avuto come protagonisti i «furbetti del quartierino», i frequentatori dei «salotti buoni», gli ambiziosi finanzieri dell'Unipol, il governatore Antonio Fazio.
Poteri deboli è presentato come una mappa del capitalismo, di cui l'autore è un profondo e acuto conoscitore, come del resto i lettori di liberal ben sanno. In realtà c'è molto di più. C'è un racconto che Galli offre, ripescando - almeno così appare - dai suoi appunti o dai suoi ricordi episodi emblematici e ritratti dei grandi protagonisti del presente o del più recente passato italiano. Un racconto in cui è descritto quel che si può definire l'intreccio dell'immobilità delle élites, in un sistema in cui è prevalso il protezionismo di ceto, di lobby, di corporazione, in cui i tentativi di innovazione economica e sociale sono stati bloccati da una costante e suicida tentazione consociativa e in cui la ricomposizione degli interessi (sociali, produttivi, finanziari e politici) non è mai avvenuta guardando allo sviluppo e alla competività del Paese. Si può dire che la spinta bipolare, con cui ci si era illusi di fondare una seconda Repubblica, abbia riguardato solo e in parte la dimensione della politica, mentre l'equilibrio tra i poteri che contraddistinguono una moderna democrazia ha rappresentato una zavorra. Un capitalismo indebolito dalle «tare famigliari» e una finanza privatizzata, ma protetta dai pericoli della concorrenza, si sono così aggiunti al conservatorismo sociale. Le «classi dirigenti» nel loro insieme si sono fermate, si sono reciprocamente condizionate, non hanno rischiato nulla neanche davanti alle novità proposte prima dall'illusione politica del bipolarismo e poi dall'utopia europea condensata nella moneta unica.
La radiografia suggerita da Galli è non solo realistica, ma condivisibile. Anche nella conclusione politica che se ne può trarre: il progetto innovativo del berlusconismo - cioè la legislatura che si è chiusa - ha avuto una capacità realizzativa inferiore alle attese. In particolare su un punto: il non essere fin qui riuscito a comporre un'aggregazione delle «classi dirigenti» italiane, condizione indispensabile per restituire forza quanto meno al potere della politica. In altri termini la progettualità innovativa è stata in larga misura arginata. Con una sola riserva: questo viaggio nel debole capitalismo italiano - con le sue stazioni nella Fiat, in Parmalat, nella Banca d'Italia, nelle scalate alla Telecom, nelle contorsioni di Confindustria e così via - suggerisce una domanda che giro all'autore. Questa: se alla fin fine non sia il ceto politico la parte migliore della «classe dirigente»?
Giancarlo Galli, Poteri deboli. La nuova mappa del capitalismo nell'Italia in declino, Mondadori. 296 pagine, 18,00 euro