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Recuperare Keynes per salvarsi l'anima

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Quando, alla vigilia dello scorso Natale, mi giunse sulla scrivania Viaggio italiano, firmato da Andrea Monorchio (il nostro più autorevole «ragioniere»), e Luigi Tivelli (Consigliere riservato ma ascoltatissimo, di ministri e parlamento), ne fui molto positivamente colpito. Lo misi da parte, dicendo: lo recensirò fra un anno. Non per pigrizia, attendere e… verificare. Infatti la tesi degli autori era grosso modo questa: l’Italia rischia di non reggere il passo degli altri Paesi europei, per l’antico vizio di enunciare i problemi senza tirarne le conseguenze. «L’arte cui la politica italiana sembra più assomigliare è quella delle ombre cinesi. (…) Sul palcoscenico politico-istituzionale è tutto un alternarsi di emergenze, questioni da affrontare e risolvere subito, che poi si dissolvono come ombre per riapparire eventualmente in qualche rappresentazione di comodo». Ancora: «… Una versione tutta italiana di democrazia che oseremmo definire “cicalecciocrazia”, con la complicità degli organi di stampa nella variante della “urlocrazia”, che spesso consiste in una delegittimazione dell’avversario, in un richiamo agli umori più torbidi dell’opinione pubblica, consentendo agli urlatori di restare qualche giorno in più sul proscenio».
Quest’analisi spietata, era tuttavia percorsa da un robusto filo di speranza, ricollegato alle parole «politica vuol dire realizzare» dell’Alcide De Gasperi della ricostruzione postbellica con le nette scelte in politica economica ed estera; di Ugo La Malfa uso a ripetere che maggioranza e opposizione debbono «confrontarsi sui contenuti e sui problemi concreti». Pertanto, con l’affermarsi di una solida forza di governo e (utopia) un’opposizione disponibile, sui temi caldi per l’interesse nazionale, alla logica bipartisan, la fine dello stallo era ipotesi realistica. Purtroppo, complici la recessione internazionale, il terrorismo, l’11 settembre, la frantumazione degli stessi blocchi partitici hanno rinviato a chissà quando il salto di qualità. Mentre la litania dolorosa resta la stessa: pensioni, sanità, Mezzogiorno, fisco, federalismo, giustizia, scuola, infrastrutture… Con il Parlamento contestato da piazza e girotondi: un po’ tutti che urlano, altri che si consolano coi sondaggi.
Monorchio-Tivelli, attraverso un documentato viaggio nella complessa profondità di un Paese dalle immense potenzialità, fanno riflettere sul «dove siamo» rispetto al «dove potremmo essere», causa una congenita debolezza dei ceti dirigenti. Dovessero ristampare questo libro, penso aggiungerebbero un post-scriptum dal disincanto sferzante, con qualche considerazione sull’Europa, a torto mitizzata. Piaccia o meno (e suscita interrogativi a valanga), l’Italia dà l’impressione di essersi «europeizzata» alla rovescia, nel senso che il Vecchio continente, Francia e Germania in particolare, paiono aver fatto proprie quelle «nostre» tecniche del rinvio, delle fughe in avanti, che hanno finito con l’allargare anziché comporre le «differenze» con gli Usa.
Alla faccia del liberismo già sbandierato, sia il centrodestra chirachiano che la multicolore galassia di Schroeder, incapaci di contenere il populismo della spesa pubblica, l’arroganza di burocrazie e corporazioni (sindacati in testa), per salvarsi l’anima e rinviare le riforme, richiamano in servizio il John M. Keynes degli anni Trenta: assistenzialismo e statalismo appena mascherato. Dov’è finito lo slancio liberal-liberista, del quale solo la Spagna tiene viva la fiamma?

Andrea Monorchio - Luigi Tivelli, Viaggio italiano - Vizi e virtù dell’Italia in Europa, Mondadori, 191 pagine, 14,46 euro
 

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