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Lezioni di liberalismo alla Umberto Eco

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Da qualche tempo, le grandi penne del giornalismo «serio e impegnato» si cimentano nell’educazione civica degli italiani - ovviamente di quelli che ne hanno bisogno, gli elettori del centrodestra - e, per l’occasione, s’improvvisano maître-à-penser di democrazia liberale. Umberto Eco, ad esempio, in un articolo su Repub-blica, «Difendo il diritto di scendere in piazza», ci spiega - bontà sua - che «le democrazie riconoscono anche al “popolo”, che è poi la pubblica opinione nelle sue varie sfaccettature, il diritto di controllare i vari poteri dello Stato, giudicarne l’azione e stimolarla, manifestare eventuali insoddisfazioni circa la conduzione della cosa pubblica»; e, ci ricorda, quali esempi di rilevanza etico-politica della piazza, Hyde Park Corner, le manifestazioni davanti al Con-gresso degli Stati Uniti, i meeting della Razza Pia-ve, i girotondi etc. Dimentica, però, due particolari forse non trascurabili: il primo è che «il diritto di manifestare liberamente e pacificamente le proprie opinioni», riguardando solo una legittima espressione di sentimenti, non può in nessun modo interferire col processo legislativo, che rimane di esclusiva competenza dei rappresentanti del popolo (quindi niente «rilevanza costituzionale della piazza!»). Senatori e deputati, in altre parole, debbono rispondere solo ai loro elettori: tre milioni di manifestanti del Polo o dell’Ulivo valgono quanto la percentuale di voti che poi riescono a raccogliere. Il secondo è che girotondisti, dipietristi, panchopardisti e altri esemplari del nostro zoo politico, quando scendono in piazza, lo fanno con la vecchia pretesa di portarvi «il Paese reale» contrapposto al «Paese legale», l’Italia degli «uomini di buona volontà» contro l’Italia dell’arte dell’arrangiarsi, dell’eterno qualunquismo, degli eterodiretti (prima dai preti, ora da Mediaset). Nel loro agire collettivo manca quello che il più geniale scienziato politico italiano del nostro tempo, il compianto Mario Stoppino, definiva il «sentimento del pubblico», ovvero «la consapevolezza dei limiti che la propria rivendicazione collettiva incontra nelle rivendicazioni e nei bisogni collettivi, nella ricerca costante di un equilibrio che in qualche modo corrisponda... agli interessi generali e pubblici». Sottesa ai girotondi non è l’antipolitica - come ha scritto Barbara Spinelli su La Stampa, bensì una diversa politica, la politica di chi vuole sentire una parola di sinistra, di chi - per riprendere la spiritosa critica di don Benedetto agli azionisti «non sa cosa vuole, ma lo vuole subito». Per carità, nessuno vuole criminalizzare una contestazione, che non ha nulla a che vedere con Tocqueville e l’arte delle associazioni (ma la Spinelli ha letto bene la Democrazia in America?), ma non si venga a dire che agnoletti e panchopardi sono espressione di quell’opinione pubblica vigile e responsabile esaltata dai padri del liberalismo. Anche la teoria della democrazia - come la semiologia - richiede lunghi e faticosi anni di apprendistato!
 

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