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Tra totalitarismo e autoritarismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_th Facendo sua una tesi discutibile di Michael Walzer e di altri studiosi (anche i grandi quandoque dormitant), Simona Forti, nel saggio Il totalitarismo (Laterza, 154 pagine, 9,30 euro) si chiede se è «ancora necessario prospettare un’assoluta discontinuità tra totalitarismo e regimi autoritari o non ha forse più senso pensare “al totalitarismo come alla forma più terribile di autoritarismo”». Gli autoritarismi, in quest’ottica, «almeno alcuni di essi» (come aggiunge prudentemente la Forti, senza accorgersi che, in tal modo, vanifica la portata teorica della sua tesi), «sarebbero regimi in cui l’afflato totalitario nei confronti dell’utopia politica ha perso vigore, in cui la fine dei tempi è stata posposta, in cui la causa politica si è trasformata in una questione di carriera, in una retorica dell’obbedienza e in un comportamento cinico e corrotto». Insomma, nessuna indulgenza per i termidoriani, che cercano faticosamente di ridar vita - magari col sostegno di qualche grande «cinico e corrotto» come Benjamin Constant - a un Paese piagato e umiliato dal terrore giacobino! Nessuna indulgenza per l’attuale dirigenza cinese, che sarà anche carrierista e sicuramente tienammennista, ma che tenta di introdurre elementi di mercato (e cioè di benessere) in un’economia fatta a pezzi dalle varie rivoluzioni culturali.
Ma i regimi autoritari possono leggersi realmente «nei termini della weberiana “routinizzazione” del carisma»? Se si pensa solo a quelli iberici o ispano-americani la tesi non sta in piedi. Se la Forti avesse letto (e non solo citato in bibliografia) l’esemplare voce Totalitarismo di Mario Stoppino (nel Dizionario di politica, ed. Utet), se avesse meditato sugli scritti (fondamentali) di Harold Lasswell (neppure citati), avrebbe capito (forse) quanto l’aspettativa della violenza, intensificatasi in un contesto di irrimediabile anarchia internazionale, abbia contribuito a trasformare in totalitari i regimi politici di «grandi potenze» a rischio di perdita di status e quanto fattori come l’ideologia, il partito unico, il capo carismatico fossero impensabili in Stati arretrati, deboli, ignari delle dinamiche delle mobilitazioni di massa (studiate da Gino Germani, un altro Carneade per la Forti!).
In realtà, al fondo di questa analisi pretenziosa, v’è il timore che, a troppo distinguere autoritarismo e totalitarismo si finisca per essere indulgenti coi regimi autoritari, spesso conservatori, liberisti, filoamericani. Sennonché, cosa c’entra l’uso politico di una teoria con la sua tenuta concettuale? Una storia del duce, come quella di De Felice, viene invalidata dal fatto che, oggettivamente, non ci presenta più il fascismo come una banda di malfattori? Non è stato Norberto Bobbio a ricordarci che i giudizi di fatto sono una cosa, i giudizi di valore un’altra cosa? E se questa «grande divisione» viene presa sul serio, non ne dovrebbe derivare la messa al bando del criterio del cui prodest nello studio delle società e dei sistemi politici?
 

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