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Non illudiamoci, la transizione continua

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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L’Italia è ancora nel pieno della sua transizione politica. La tesi che Gian-franco Pasquino sostiene è esplicita e ripropone un problema solo esorcizzato dal risultato elettorale del 2001, che per la prima volta nell’era del maggioritario ha dato ad uno dei due schieramenti una solida maggioranza parlamentare. Si tratta - va subito detto - di una tesi largamente condivisibile. In questo lungo saggio viene argomentata in diversi modi. C’è una ricostruzione storica dell’ultimo decennio - dalla crisi della prima Repubblica culminata con «Mani pulite», non per un complotto ma per la debolezza dei partiti e per la rottura del loro rapporto con la società (come dimostrarono i referendum tra il ‘91 e il ‘93). C’è una riflessione critica sulle leggi elettorali e sulla loro incompiutezza, con il maggioritario incompiuto. C’è un’analisi della debolezza delle istituzioni. Ma c’è soprattutto un quadro sulla mancanza di una dialettica vitale tra le diverse componenti della società - politica, economia, strutture sociali, eccetera - dalle quali dipende la salute di una democrazia.
È una chiave di lettura abbastanza inedita in una fase come questa, contrassegnata da un’ampia maggioranza parlamentare, quella ottenuta dalla Casa delle libertà, che ha lasciato intravedere la possibilità di chiudere la fase dell’instabilità che si è aperta, come ricorda Pasquino, per una serie di fattori concomitanti, la caduta del Muro di Berlino, i cambiamenti provocati dal vincolo esterno del Trattato di Maastricht e la fine dei vecchi partiti. Ma è una chiave di lettura grazie alla quale diventa più agevole capire l’insieme delle difficoltà che si ripresentano a ogni livello, dal rapporto tra i poteri dello Stato (in primo piano resta tra esecutivo e giudiziario) fino al difficile completamento del bipolarismo.
Perché si tratta di una tesi condivisibile? Le ragioni sono molte. Ma dal saggio di Pasquino se ne possono trarre essenzialmente di due ordini. Il primo è quello delle riforme mancate. Ovviamen-te, in primo piano, quando si parla di sistema politico, ci sono quelle istituzionali, di cui si discute da almeno un quindicennio. Ma non si tratta solo di queste. Si tratta di un vuoto che trae la sua origine essenzialmente dalla fragilità dei partiti, anche dei nuovi che si sono configurati nell’ultimo decennio e che pure, come Forza Italia, hanno costruito un omogeneo insediamento. Il secondo ordine è, invece, rappresentato dalla costante sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, con la riproposizione di un distacco che vede l’Italia priva di quel sistema di controllo - fatto di una reciproca assunzione di responsabilità - tra elettorato e poteri che rende invece vitali altre democrazie. I tormenti dell’ultimo decennio hanno sostanzialmente lasciato irrisolti questi due problemi centrali, affidando solo all’azione di governo una funzione di tenuta (del resto la crisi profonda del centrosinistra è nata proprio qui, dalle sequenze Prodi-D’Alema-Amato e la tenuta del centrodestra è, viceversa, garantita finora dalla leadership di Berlusconi). In altri termini, i grovigli di fondo della transizione restano intatti sotto il velo della consistente maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni del 2001, una maggioranza che però stenta a usare i numeri di cui dispone per lanciare le riforme che ha pure annunciato nel suo programma.
Come dire - se dall’analisi ci si trasferisce sul piano dell’azione politica - che l’Italia troverà la sua stabilità solo nel momento in cui uno schieramento riuscirà a rimodellare le istituzioni e costruire le basi di un loro compiuto funzionamento, riproponendo anche quello che si chiama «lo spirito pubblico».

Gianfranco Pasquino, Il sistema politico italiano, Bononia university press, 236 pagine, 10 euro
 

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