
Eugenio Balzan (1874-1953) fu, a partire dal 1903, e per oltre un ventennio, il più fidato collaboratore di Luigi Albertini, che lo chiamò a ricoprire, giovane poco più che ventenne, il delicato ruolo di direttore amministrativo del Corriere della Sera. Entrato nel 1897 al giornale di via Solferino come correttore di bozze, si era fatto in seguito notare per alcuni articoli sull’emigrazione italiana in Canada e per la cronaca di alcuni particolari momenti della vita interna del socialismo italiano. Anche se poi i fatti confermarono trattarsi di una scelta felice, lì per lì non furono pochi a chiedersi i veri motivi della nomina, che per certi versi, continua a rimanere inspiegabile. Quando era approdato al Corriere della Sera, Balzan non aveva alle sue spalle una grande esperienza giornalistica, se non qualche articolo scritto per l’Arena di Verona. Più ricca si presentava la sua esperienza umana; sebbene ancora molto giovane, l’irrequieto Eugenio, proveniente da una ricca famiglia del Polesine, che aveva perso tutto con l’alluvione del 1882, era riuscito a ottenere con fatica il diploma di geometra, accompagnando i suoi studi con un impiego al catasto di Verona, si era sposato, era diventato padre e aveva trovato il tempo di separarsi.
Dall’osservatorio privilegiato rappresentato dal Corriere della Sera, egli vide sfilare gli anni giolittiani con la tumultuosa crescita del socialismo italiano, la guerra, la rivoluzione russa, il biennio «rosso» e la nascita e l’avvento del fascismo. Ebbe anche il tempo di vivere gli anni della cosiddetta organizzazione dello Stato totalitario mussoliniano. Vide il suo amico e antico benefattore, Luigi Albertini, costretto a lasciare la direzione del Corriere, dopo aver lottato invano per conservare al giornale una posizione indipendente nei confronti del governo fascista.
Renata Broggini, autrice di un lavoro sui rifugiati politici in Svizzera durante l’ultima guerra, ci restituisce ora, con l’ausilio di documenti per lo più inediti, e grazie alla liberalità di alcune istituzioni, che le hanno consentito l’accesso ai propri archivi, un profilo biografico senza dubbio più chiaro di questo straordinario protagonista del primo scorcio del secolo passato, e ci aiuta a comprendere meglio i cosiddetti «lati oscuri» di alcune scelte e passaggi importanti della sua vita pubblica. Li elenca la stessa studiosa, quando, nell’introduzione, si chiede perché Balzan «era restato per otto anni in via Solferino dopo l’uscita degli Albertini e in un’atmosfera sempre più ostile alla sua gestione? Cosa lo aveva spinto a lasciare da un giorno all’altro il Corriere? Quali erano i suoi veri rapporti con il fascismo? Come aveva accumulato una fortuna?». Interrogativi che si rincorrono, collegati l’uno all’altro; e se nel lavoro della Broggini trovano una prima sistemazione, che di per sé consente una loro migliore comprensione, si ha tuttavia la sensazione che alla fine essi conservino inalterate le loro motivazioni più profonde. La natura dei rapporti con il faccendiere Arnaldo Mussolini e con il fascismo più in generale continua a presentare zone consistenti d’ombra; e se l’analisi si presenta oggettivamente difficile nel caso di Arnaldo, del quale la persistente mancanza di studi specifici rischia ormai di divenire quasi un «caso storiografico», del tutto diverso appare oggi, per fortuna, lo stato degli studi sul fascismo degli anni Venti, ai quali forse la studiosa avrebbe potuto attingere di più per presentarci un quadro più esauriente dei rapporti tra Balzan e il regime mussoliniano.
Renata Broggini, Eugenio Balzan 1874-1953, Rizzo-li, 474 pagine, 18,59 euro