In Croce e lo spirito del suo tempo, pubblicato anni fa dal Saggiatore e ristampato ora da Laterza con un’ampia postafazione, Giuseppe Galasso dà un quadro complessivo, visto nel suo divenire storico, della meditazione crociana: e si tratta di un quadro acuto e suggestivo. Peccato che, quando considera gli aspetti più propriamente politici del pensiero di Croce, Galasso spesso non li approfondisca. Avviene così che egli si soffermi molto (troppo) rapidamente sulla forte e acuta critica che il filosofo rivolse al Partito d’Azione: una critica che, riletta a quasi sessant’anni di distanza, conserva tutta la sua forza. Il Partito d’Azione, disse Croce nel 1944, «stringe in istrano connubio una professione di ardente fede liberale e un metodo pratico dittatoriale, promettendo (come ha scritto nel suo programma) la “simultanea” effettuazione di una proclamata libertà e di una totale riforma sociale, che non potrebbe a quel modo e in quel punto attuarsi se non con metodo antiliberale, senza elezioni, parlamento, dibattiti, votazioni di maggioranza, e con indispensabile complemento di una fedele guardia della rivoluzione, che ben s’intende che cosa sarebbe e quali altri complementi richiederebbe».
È più che probabile che questo giudizio suoni oggi troppo aspro per molte orecchie timorate, e quindi per tutti coloro che (proclamandosi liberali «progressivi») per tanti anni hanno tributato a Croce omaggi rituali e formali, ma al tempo stesso hanno esaltato la vicenda del Partito d’Azione come esemplare, in quanto esso aveva sognato una «totale riforma sociale», da attuare in un quadro di libertà. Senonché, il «rinnovamento totale» perseguito dal Partito d’Azione coincideva largamente con quello indicato dal Partito comunista: nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, commerciali, finanziari, assicurativi. E non si vede come con «riforme» di questo genere avrebbe potuto vivere ed espandersi la piccola e media industria, che il Partito d’Azio-ne diceva di voler difendere: in realtà, essa sarebbe stata presto strangolata dalle inefficienze e dal parassitismo dell’enorme settore statale dell’economia. Inoltre, un programma di questo tipo avrebbe potuto essere realizzato solo in caso di vittoria di un blocco formato da comunisti, socialisti e azionisti, e avrebbe comportato inevitabilmente una rapida sovietizzazione del Paese. Altro che libertà! Croce, dunque, aveva visto giusto.
Ed è significativo che gli azionisti rifiutassero sdegnosamente l’appello di Benedetto Croce a riprendere il cammino della vita liberale italiana bruscamente interrotto dal fascismo. Essi si rifacevano, infatti, alla visione della storia italiana elaborata da Gobetti e da Dorso, secondo la quale il fascismo era stato il frutto avvelenato e inevitabile di tutta la storia italiana post-unitaria, che da Cavour a Depretis a Mussolini aveva mostrato sempre gli stessi caratteri di trasformismo-conservazione. Questa visione della storia italiana, mentre taceva completamente gli enormi progressi che il Paese aveva realizzato dall’unità alla prima guerra mondiale, oscurava del tutto il fatto che nel «biennio rosso» 1919-1920 il massimalismo socialista e comunista aveva creato in Italia una situazione prerivoluzionaria, e che senza quella minaccia di rivoluzione bolscevica il piccolo movimento fascista non sarebbe mai divenuto un grande movimento di massa.
Giuseppe Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Laterza, 575 pagine, 35 euro