
Cominciamo da questo numero a proporre una piccola innovazione che ci aiuti a uscire da un certo provincialismo e a diventare un po’ più europei sul serio: cittadini d’Europa, non solo di Eurolandia, l’area dell’euro. Ecco perché, sia pur non sistematicamente, un’occhiata alla produzione storica non italiana e a libri non (o non ancora) tradotti in italiano sarà utile: specie poi quando essi trattano, appunto, i grandi temi della storia comune europea. Come in questo caso. Il francese Alain Demurger, docente alla Sorbonne, è uno dei più accreditati studiosi europei di quello specifico fenomeno conosciuto col nome generico di «Ordini militari» (o «cavallereschi»). Un fenomeno che ha storia lunga e complessa e che giunge - e almeno in un caso specifico, quello dell’Ordine di Malta - ai giorni nostri. Ma la storia degli «Ordini militari» - pur disponendo di elementi che sul piano antropologico potrebbero avvicinarla a esperienze extracristiane ed extraeuropee - nasce nell’Europa del Dodicesimo secolo e si sviluppa secondo caratteristiche proprie del nostro Medioevo occidentale. Essa presuppone difatti non solo un contesto e una situazione specifici (l’espansione dell’Europa latina nel Mediterraneo e verso il Baltico, il rapporto con l’Islam in Siria e nella penisola iberica, il Drang nach Osten verso il Nordest baltico-slavo, lo sviluppo dei pellegrinaggi e dei commerci): ma anche uno dei molteplici aspetti di quella che si potrebbe definire «l’eccezione occidentale» nella storia del mondo e che sta alla base dello stesso processo di globalizzazione avviato nel Cinquecento e maturato nel Novecento, le basi del quale tuttavia già s’individuano nell’Europa cristiana del Medioevo.
Qui nasce difatti un paradosso: quello dell’Ordine monastico, alcuni membri «laici» del quale (non personalmente consacrati sacerdoti) vengono autorizzati a svolgere uffici come quelli dell’accoglienza e della difesa dei pellegrini, e quindi a portare le armi, a combattere; se necessario, a uccidere. I «monaci-guerrieri», scandalo per le Chiese orientali cristiane e, in seguito, per la coscienza laica moderna e motivo di storico imbarazzo per molti cattolici. Un paradosso che naturalmente toccava anche il tema del bellum iustum e l’elaborazione della tematica crociata: e che, per questo, assume oggi un carattere di «attualità» che in gran parte è frutto di malinteso, ma sul quale non ci si può esimere dal riflettere.
Certo, la nascente modernità - caratterizzata dall’autonomia della politica dalla religione e dalla nascita dello Stato laico - entrò in rotta di collisione con gli Ordini militari, la pratica dei quali presupponeva i caratteri d’una Christianitas retta da autorità universalistiche e caratterizzata da un regime giuridico di esenzioni e di privilegi. Non a caso il processo ai Templari, in Francia, segna il simbolico atto di nascita del primo Stato europeo «moderno», la monarchia capetingia all’inizio del Trecento. Non a caso la monarchia prussiana - altro Stato moderno esemplare - si sviluppò proprio a partire dalla secolarizzazione dell’Ordine teutonico. Soltanto grazie alla costante protezione della Chiesa, a un’insostituibile funzione marinara e a una tempestiva elaborazione d’un proprio statuto di sovranità l’Ordine di Malta riuscì a sfuggire ai tentativi di scioglimento e di secolarizzazione. Sotto questo profilo, la rinascita d’interessi attorno agli Ordini militari ai giorni nostri potrebbe anche considerarsi come uno in più dei tanti segni della «fine della modernità». E non è dunque poi così strano che degli Ordini militari medievali abbia cercato sotto certi aspetti d’impadronirsi la mitologia della new age.
Alain Demurger, Cheva-liers du Christ. Les ordres religieux-militaires au Moyen Age, XI-XVI siècle, Paris, Seuil, 408 pagine, 22 euro