archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Se una società è senza padri e figli

LIBERAL BIMESTRALE
di Mariella Carlotti
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

Torna al sommario
cop34

 

L'emergenza oggi è l'educazione: viviamo in società in cui i giovani non sono figli e gli adulti non sono padri. Mentre tutto il gusto della vita è avere un padre ed essere un padre. Ciò che qualifica l'uomo non è il partorire un figlio - questo è anche dell'animale -, ma il generare in lui l'umano. Questa generazione dell'umano nell'altro si chiama educazione: è questo l'aspetto più propriamente umano della paternità. L'educazione perciò non è il mestiere di alcuni, ma il compito di tutti, la dimensione necessaria di ogni autentico rapporto umano. È comunque evidente che l'educazione dei giovani è il punto acuto di questo fenomeno: il grande problema di una società è innanzitutto questo e questo appare oggi in crisi. «Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli» è scritto nell'Appello per l'educazione, su cui si stanno raccogliendo firme e organizzando incontri in ogni angolo del nostro Paese. Educare è un rischio. E un rischio non si può correre soli: a ciò allude la natura, affidando la cura di una nuova vita a due persone. È così un rischio che la maggior parte non lo corre più: è accettare che la vita sia sempre un po' impreparata, sorpresa dall'altro, gremita di domande, insomma che sia vita! La maggior parte a un certo punto preferisce accusare la realtà, lamentarsi, scaricare la propria responsabilità su altro (scaricando così anche il gusto della vita che è nell'accettare che essa abbia un compito). Educare significa sentire la realtà come una risorsa della propria speranza, e così correre il rischio di voler bene a chi si ha davanti. Un adulto sente l'altro come una risorsa, quando non sente chiusa la propria partita con la vita, quando il problema del cambiamento è ancora proprio, non è stato scaricato su altre persone o circostanze.
*****
Il rischio educativo, da poco rieditato per i tipi di Rizzoli, raccoglie i frutti dell'intelligenza e dell'esperienza educativa di don Luigi Giussani. La prima cosa che colpisce è la definizione che don Giussani dà di educazione: «Introduzione nella realtà, ecco cosa è l'educazione. La parola "realtà" sta alla parola "educazione" come la meta sta a un cammino. La meta è tutto il significato dell'andare umano: essa è non solo nel momento in cui l'impresa si compie e termina, ma anche in ogni passo della strada. Così la realtà determina integralmente il movimento educativo passo passo e ne è compimento.... La linea educativa è così innegabilmente segnata in tutto il suo dinamismo essenziale: nelle sue prospettive, nelle sue modalità, nella sua trama di connessioni. La realtà la condiziona e la domina: la condiziona dalle origini e la domina come fine. Qualunque pedagogia, che conservi un minimo di lealtà colla evidenza, deve riconoscere e in qualche modo attendere a questa "realtà"». Oggi il dramma più acuto è il disprezzo della realtà, come ciò che precede, da cui si dipende: ognuno vive di quel che sente e pensa. Mi ha molto impressionato un episodio accadutomi lo scorso anno: dovendo spiegare, in una classe di un istituto professionale toscano, l'antisemitismo nazista, ho innanzitutto chiesto ai miei alunni di scrivere brevemente su un foglio chi fossero gli ebrei. Ho letto poi a voce alta, le risposte date e, di seguito, alcuni passi di Hitler sullo stesso tema: i concetti espressi erano gli stessi! Allora ho detto loro: «Vedete, ragazzi: siete tutti figli di famiglie di sinistra, siete cresciuti in uno Stato antifascista, vi commuovete vedendo La vita è bella e... sugli ebrei la pensate come Hitler! Senza l'avventura del conoscere la realtà per ciò che essa è, si resta prigionieri dei luoghi comuni dell'ideologia». Don Giussani qualche anno fa, concludeva così un suo intervento su Il Giornale in occasione del Natale: «Col Natale entra in scena una cosa assolutamente occulta a tutti, vale a dire il reale, la realtà. ....Questo è un problema di ragione. Perciò, paradossalmente, il primo problema che noi avvertiamo verso la cultura moderna è che ci sentiamo come mendicanti dell'idea di ragione, poiché è come se nessuno più avesse il concetto di ragione». Se educare è introdurre nella realtà, questo pone innanzitutto il problema dell'uso della ragione. Giussani abborda il problema educativo non innanzitutto in termini morali - come tutti oggi, dentro e soprattutto fuori la Chiesa - ma come evocazione della ragione. Don Giussani aggiunge: «La realtà non è mai veramente affermata, se non è affermata l'esistenza del suo significato». Il significato, intravisto o ricercato, è un'esigenza della ragione. Dico spesso ai miei allievi: se io do il mio orologio in mano a un bambino di due anni, egli realizza con l'oggetto un certo tipo di rapporto: ne vede forma e colori, ne ascolta il ticchettio, ma ne fa un uso inadeguato fino a romperlo, perché non ne comprende il significato. Siamo tutti d'accordo se l'esempio è applicato all'orologio: perché non dovrebbe valere se al posto dell'orologio, parliamo della ragazza di cui si è innamorati o della storia? Senza l'ipotesi di un significato, senza tensione alla verità, si resta estranei al reale.
*****
Don Giussani descrive poi quali sono i fattori del fenomeno educativo. Innanzitutto sottolinea che «per educare occorre proporre adeguatamente il passato... la tradizione infatti è come un'ipotesi di lavoro con cui la natura butta l'uomo nel paragone con tutte le cose». La tradizione è un'ipotesi esplicativa della realtà, che permette quella certezza nella positività della propria ricerca, senza cui nulla si muove, nulla si conquista. Solo così può avvenire l'avventura della conoscenza, l'introduzione alla realtà. «Notevoli nella loro drammaticità paiono invece le conseguenze della negazione del principio esposto; negazione diffusa nella concezione razionalistica e laicista moderna per la quale la personalità sarebbe il termine di una spontaneità evolutiva, senza che occorra alcuna regola o guida oltre se stessi senza cioè che ci sia qualcosa da cui veramente dipendere: tutto ciò che sta fuori del proprio io non sarebbe che pura occasione per reazioni totalmente autonome... A lungo andare le conseguenze sul carattere stesso dei giovani sono gravissime. Dover camminare senza indirizzo preciso è sentito come dispersione di tempo dalla sensibilità di una coscienza viva. Si genera allora quella caratteristica incertezza che impaurisce il giovane, da natura inscritto in una ovvia esigenza di possibilità chiara, oppure lo confonde come di fronte all'ambiguità, o comunque lo impazientisce perché l'indecisione dell'offerta gli pare istintivamente contraddittoria al richiamo essenziale delle cose che è richiamo a immediata adesione. Il risultato di tutto questo è poi quell'indifferenza e quel disamore, quella tremenda carenza d'impegno con la realtà che assume così spesso aria di smarrita o amaramente distaccata derisione per ogni serio invito a quell'impegno». Senza un'ipotesi da verificare, i giovani crescono incerti, scettici o fanatici. Si avvera ciò che notava profeticamente Pasolini negli anni ettanta: «Oh sfortunata generazione/ piangerai, ma di lacrime senza vita/ perché forse non saprai neanche riandare/ a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto». La tradizione può essere proposta solo dentro un vissuto presente che ne sottolinei le ragioni, la corrispondenza con le esigenze del cuore: è questo il concetto di autorità, etimologicamente colui che fa crescere. Interessante l'osservazione, carica di implicazioni, che don Giussani fa a questo proposito sul ruolo degli insegnanti: «È strano che si sia pretesa scuola ideale quella in cui la funzione dell'insegnamento sarebbe quasi attuabile da un magnetofono: si strappa al rapporto insegnante-discepolo ciò che di più caratteristicamente umano vi si trova, l'apporto propriamente umano, la genialità del maestro.... la mancata offerta di un significato fa sì che l'insegnante non sia più "maestro", e porta l'alunno a erigersi a maestro di se stesso e a codificare le impressioni e le reazioni contingenti, con quella diffusa presuntuosità colma di impertinenza e di chiusi pregiudizi che sì spesso oggi sviliscono la schiettezza e l'apertura propria della giovinezza».
Se la tradizione non è proposta, se non è comunicata dentro un vissuto presente che cerchi di dare le proprie ragioni, non si ottiene quella che per don Giussani è la terza cosa necessaria all'educazione: la critica. La vera educazione deve essere un'educazione alla critica. «Fino a dieci anni (adesso anche prima), il bambino può ripetere ancora: "L'ha detto la signora maestra, l'ha detto la mamma". Perché? Perché, per natura, chi ama il bambino mette nel suo sacco, sulle spalle, quello che di meglio ha vissuto nella vita, quello che di meglio ha scelto nella vita. Ma, a un certo punto, la natura dà al bambino, a chi era bambino, l'istinto di prendere il sacco e di metterselo davanti agli occhi (in greco si dice pro-bállo, da cui deriva l'italiano "problema"). Deve dunque diventare problema quello che ci hanno detto! Se non diventa problema, non diventerà mai maturo e lo si abbandonerà irrazionalmente o lo si terrà irrazionalmente. Portato il sacco davanti agli occhi, ci si rovista dentro. Sempre in greco, questo "rovistarci dentro" si dice krinein, krísis, da cui deriva "critica". La critica, perciò, consiste nel rendersi ragione delle cose, non ha un senso necessariamente negativo». «Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono», ricordava San Paolo ai primi cristiani. È questo il concetto di critica ripresa da don Giussani, che sottolinea la positività di questo vaglio, in polemica sia con quel tradizionalismo che ne ha paura, sia con tanta modernità che ha identificato problema e dubbio. Solo questa verifica personale, può far diventare convinzione ciò che si è ricevuto. «Se la storia e l'esistenza sono veicoli di valori da riscoprire in novità di esperienze, chi deve compiere tale scoperta? Il padre? Il maestro? No: perché in tal caso si tratterebbe di tradizionalismo. Un'esperienza deve farla il giovane stesso, perché questo rappresenta l'avverarsi della sua libertà». Entrando a insegnare al liceo Berchet negli anni Cinquanta, don Giussani ripeteva ai suoi alunni: «Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò. E le cose che io vi dirò sono un'esperienza che è l'esito di un lungo passato: duemila anni». Soltanto un uomo così educato è capace di dialogo reale, di un'apertura piena di simpatia verso l'altro, che è portatore sempre di un accento di verità e perciò sempre contributo al proprio cammino umano. Tanto più un uomo ha coscienza di sé, tanto più è capace di dialogo con l'altro: l'educazione così concepita diventa fattore di autentica democrazia.
 

web agency Done Communication