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I primi hippies stavano a Fiume

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Canali

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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cop15_th  
L’impresa fiumana di D’Annunzio attirò per tempo l’attenzione degli storici del fascismo Alatri, Valeri, De Felice e, più recentemente, Vivarelli, Ledeen e Perfetti, poiché si individuava in essa un momento decisivo della crisi dello Stato liberale e l’inizio della fase rivoluzionaria che sarebbe finita con la marcia su Roma, il passaggio della crisi del dopoguerra da una fase potenziale a una effettuale. Essa metteva a nudo le contraddizioni del regime liberale e suggeriva alle forze antidemocratiche una formula per risolverle; insomma, Fiume come laboratorio sperimentale della sedizione mussoliniana e D’Annunzio il Giovanni Battista del fascismo. I successivi studi si sono per lo più mossi su tali binari, approfondendo gli aspetti rituali ed espressivi del dannunzianesimo antesignano del mussolinismo. I caratteri di grande comunicatore del Vate, il dialogo diretto con i suoi uomini, la ritualizzazione delle celebrazioni politiche, la miscela politicaarte, furono alcuni degli stereotipi di cui fece sfoggio il fascismo-movimento; come, ad esempio, nei suggestivi comizi elettorali del 1919, consumatisi tra arditi e legionari dannunziani e con l’esibizione pittoresca di pugnali, gagliardetti, labari e «alalà», il grido fiumano coniato da D’Annunzio per suggellare i suoi immaginifici discorsi.
Claudia Salaris, studiosa della storia della letteratura e dell’arte, che al futurismo aveva già dedicato alcuni lavori (vedi ad esempio Artecrazia del 1992), con questa nuova opera, Alla festa della rivoluzione, ci conduce nella Fiume occupata da D’Annunzio, descrivendocela quasi come una minuscola, tumultuosa comunità di iniziati, dove si cerca di realizzare un antico mito e cioè l’arte e l’immaginazione al potere. Infatti la sua ipotesi centrale è che il Novecento non sia stato solo il secolo delle rivoluzioni, ma anche quello delle rivolte giovanili, culturali e dei costumi; prendendo a prestito il termine dallo studioso americano Hakim Bey, Salaris definisce Fiume una Taz (temporary autonomous zone), insomma una antesignana delle università investite dal Sessantot-to; trasgressione sessuale, l’assoluta libertà dei sensi, il bisogno di scandalizzare la borghesia, la libera circolazione delle droghe, i modelli di comportamento e di vita in armonia con la natura, l’odio a qualsiasi ordine gerarchico, che dominano a Fiume sembrano in effetti la copia delle più tarde comunità hippies o a quelle dei «figli dei fiori». Il lavoro della Salaris è ricco di osservazioni e di episodi finora lasciati in ombra dalla ricerca; l’iniziativa della rivista spiritualista-futurista Yoga, che testimonia sin dal titolo la presenza a Fiume d’una componente esoterica importante; la stessa lista dei partecipanti all’impresa fiumana si arricchisce di personaggi singolari, come ad esempio Ludovico Toeplitz, figlio del potente amministratore delegato della Banca Commerciale o l’aviatore Guido Keller, l’«asso di cuori» della squadriglia di Francesco Baracca e figura centrale per comprendere alcuni percorsi dei falliti del fascismo-movimento. Quello della Salaris è un esempio di approccio storiografico in cui, per dirla con Hobsbawm, la storia della «struttura» (politico-sociale) perde il centro dell’analisi, sostituita dalla storia della «cultura». Con risultati interessanti.

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione, il Mulino, 240 pagine, 17 euro