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Vi prego, cambiamo musica

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Scimone
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_th Il mondo guarda all’Italia come al «Paese della musica»: eppure, per una di quelle contraddizioni di cui è ricca la nostra storia, il Paese che ha dato i natali ai più grandi genii quali Vivaldi, Verdi, Puccini, Toscanini e, in tempi più recenti, Nono, Muti, Uto Ughi non solo è stato fra gli ultimi a introdurre l’insegnamento della musica nella scuola di tutti ma, fino a oggi, è uno fra i pochissimi Paesi in cui all’istruzione musicale non è ancora pienamente riconosciuto il livello superiore. In questi ultimi mesi i conservatori italiani stanno attraversando un periodo di intenso, primaverile fermento, anche se non disgiunto - come tutti i periodi di forte espansione - dalla naturale esplosione, accanto agli entusiasmi, di contrasti interpretativi e di positive polemiche: si creano corsi sperimentali di materie nuove e importantissime nella vita sociale attuale (dalla musicoterapia alla pratica del teatro d’opera, dalla scrittura musicale per i portatori di handicap all’etnomusicologia), si allarga l’orizzonte degli studi musicali con attività pubblica, seminari e visite di artisti famosi. Questa nuova situazione è dovuta all’entrata in vigore, dal 18 gennaio 2000, della legge di iniziativa parlamentare 508 del 1999 che ha riconosciuto chiaramente, anche a ogni effetto pratico, ai conservatori italiani il ruolo di istituti di istruzione superiore di livello universitario - precedentemente riconosciuto in modo inequivoco solo da disposizioni frammentarie e da sentenze delle Supreme corti - attuando finalmente, con oltre cinquant’anni di ritardo, l’articolo 33 della Costituzione. Per usare un paragone forse banale, quelle istituzioni italiane che, nonostante un ordinamento antiquato e obsoleto, fornivano al mondo una percentuale importantissima dei migliori strumentisti, cantanti, direttori d’orchestra, compositori si trovano nella stessa situazione in cui si troverebbe un automobilista uso a vincere le competizioni mondiali con una Topolino che si vedesse offrire un’automobile da corsa di grande cilindrata. Purtroppo la tormentata strada di una riforma che cancella una delle più vergognose lacune dell’istruzione nel nostro Paese non è ancora completa: perché il provvedimento esplichi la sua efficacia alla fase legislativa deve seguire la fase regolamentare prevista del legislatore. Le lobbies potentissime che hanno ostacolato il processo della riforma sono sempre attive; il precipizio che può vanificare in poco tempo quarant’anni di lavoro è ancora aperto e tale sarà finché i regolamenti applicativi della legge non avranno completato il loro iter. A questo punto è giusto descrivere più esattamente questa situazione e cercare di individuarne le cause. I nostri artisti sono fra i più popolari nel mondo e tutti i giovani stranieri guardano al nostro Paese come al faro luminoso a cui rivolgersi per perfezionare la propria conoscenza dell’arte dei suoni e per arricchire la propria cultura e la propria sensibilità. Nel momento attuale in cui il processo di integrazione europea si va facendo sempre più stretto e la concorrenza internazionale più accanita, l’Italia deve dare ai propri giovani una scuola di musica tale da permettere loro di competere vantaggiosamente con i musicisti degli altri Paesi e, d’altra parte, essere per questi ultimi la sede ideale per ampliare le loro conoscenze in ogni campo dell’arte, imparando così ad ammirare l’Italia e a portare con convinzione ed entusiasmo il verbo dei nostri artisti in ogni parte del mondo. Bisogna oltretutto ricordare (ed è di fondamentale importanza) che l’Italia non è un Paese monocentrico come ad esempio la Francia: ogni città italiana ha le sue peculiari caratteristiche storiche e culturali e la propria vita intellettuale e artistica e realtà ben distinte da offrire allo studente italiano o straniero: per questo i conservatori superiori devono essere in numero uguale agli attuali, dei quali ovviamente si è sentita l’esigenza al momento in cui sono stati istituiti. Eppure fino a pochi anni or sono, a causa di un processo distruttivo di cui vedremo brevemente le tappe, questa funzione, così essenziale per il prestigio internazionale di un Paese che ha nella musica e nelle belle arti le sue armi principali, era demandata a conservatori nella maggior parte di gloriose tradizioni ma regolati legislativamente con un regime ibrido, complessivamente più vicino a quello della scuola secondaria che a quello dei conservatori superiori di altri Paesi. Tali istituti (e gran parte di queste lacune perdura anche oggi, finché non divenga pienamente operativa la legge 508): a) non possono rilasciare lauree ma solo diplomi dal valore giuridico limitato e impreciso, tanto che i diplomati italiani vengono spesso rifiutati da istituzioni straniere che richiedono la laurea come titolo obbligatorio per il conferimento di incarichi di insegnamento o professionali. b) Sono governati da programmi stabiliti per legge nel 1930 e solo lievemente modificati nei settant’anni successivi: autori romantici vengono citati come «contemporanei», talune prove di esame vanno eseguite con tipi di strumenti che non si usano più (vedi i programmi di corno e trombone) e così via! c) Non dispongono di autonomia amministrativa e regolamentare, fino a pochi mesi or sono non avevano fondi da destinare alla ricerca e all’attività pubblica, fondamentale per costruire un rapporto con la società che li circonda. d) Lo stato giuridico del personale fino a poco tempo fa, essendo unificato con quello dei docenti della scuola secondaria, vietava di fatto agli insegnanti alcune delle forme più importanti di esercizio dell’arte musicale. d) Fino a pochi anni fa erano appesantiti dalla presenza di scuole medie e licei annessi che, oltre a inquinare il problema della qualificazione giuridica delle istituzioni, rendevano farraginosa la gestione assorbendo una quantità enorme di energie di direttori e docenti, per cui il corretto funzionamento della scuola di musica appare già compito sufficientemente impegnativo! A questa staticità nella normativa riguardante i conservatori, in attesa di una riforma che ha tardato decenni, si contrappone da parte delle università la tendenza a creare corsi che conferiscono invece vere e proprie lauree (con tutti i diritti e le priorità che ne conseguono) in materie attinenti alla musica insegnando (come parte secondaria dell’insegnamento e in pochi corsi semestrali o annuali di poche ore, talora solo ventiquattro annue, con denominazioni del tipo «elementi di ....») «tutta la musica» in tre o quattro anni. Si è arrivati al punto che alcuni corsi di questo tipo nel campo della didattica della musica conferiscono addirittura titoli di studio abilitanti all’insegnamento nelle scuole medie, mentre tale valore abilitante non è dato al titolo di studio finale (diploma) del corso di conservatorio di Didattica della musica, nonostante tale corso presupponga già il superamento di un esame di licenza di un conservatorio e consista in quattro anni di studio con una gamma completa (sessanta ore settimanali) di materie musicali e pedagogiche. È facile misurare il gravissimo danno che deriva da questa situazione a generazioni di giovanissimi allievi della scuola secondaria che avranno come insegnanti i laureati così «abilitati» al posto dei diplomati di conservatorio ben altrimenti preparati. Sia detto per inciso, questa situazione è stata oggetto di una lunga serie di segnalazioni e di proteste risultate del tutto inutili.
Qual è la storia di questo fenomeno del tutto incomprensibile? L’insegnamento della musica in Italia conta antiche e splendide tradizioni: i conservatori (così si chiamavano gli ospizi in cui i trovatelli venivano già dalla fine del Cinquecento avviati allo studio dell’arte dei suoni) avevano sedi gloriose e in alcuni casi (come quello dell’Ospedale della Pietà in Venezia, in cui si esibivano ogni domenica le allieve di Vivaldi) divenivano sedi di orchestre e cori ammirati in tutta Europa. A essi si affiancavano i «Collegi dei nobili», gestiti dagli Scolopi e dai Gesuiti, denominati anche «Scuole pie», ove l’insegnamento della musica era obbligatorio anche per i benestanti. Col predominio esclusivo del melodramma nel corso dell’Ottocento queste pratiche si riducevano. Nell’immediato dopoguerra, a causa di una concezione antiquata, fortunatamente superata negli anni Sessanta, per cui la pratica della musica era considerata un fatto elitario riservato a pochi eletti, così come l’ascolto della grande musica non era ancora un fatto popolare, l’insegnamento della musica nella scuola di tutti non esisteva (l’Italia è stato uno degli ultimi Paesi a introdurlo) e la pratica musicale veniva insegnata solo in una decina di conservatori divenendo così un fatto estremamente limitato. Negli anni Sessanta, in concomitanza con l’enorme diffusione della grande musica in ogni strato della popolazione, il numero dei conservatori veniva progressivamente aumentato superando il numero di cinquanta. Gli iniqui e interessati sarcasmi rivolti a questo aumento delle istituzioni, talora nella fase iniziale non sempre sorretto da possibilità tecniche adeguate, hanno cominciato a rivelarsi del tutto ingiustificati quando, dopo il periodo equivalente a un corso completo di studi (poco più di un decennio), questi conservatori hanno cominciato a fornire diplomati molti dei quali preparati: l’aumento dei giovani musicisti ha determinato interesse allo studio, aumento della competitività e conseguentemente considerevole accrescimento qualitativo.
Molte orchestre italiane, costrette per sopravvivere a ricorrere a stranieri non tutti di prima scelta, hanno potuto anche grazie a questa maggiore possibilità di selezione, completare gli organici con giovani strumentisti italiani preparati e spesso interessanti. A questo fenomeno di espansione si contrapponeva purtroppo una tendenza legislativa nefasta, incoraggiata da gruppi di potere facilmente identificabili, a deprimere il livello giuridico dei conservatori, giustificando tale azione con una vile e sotterranea opera di denigrazione e determinando le negative conseguenze di cui sopra. Con la soppressione nel ministero dell’Istruzione della Direzione generale delle antichità e belle arti, l’istruzione artistica superiore veniva a mancare in questo Ministero del referente ideale. Seguivano poi le leggi del 1962, con la creazione della scuola media annessa e i successivi «decreti delegati» del 1974 con cui la normativa dei conservatori veniva addirittura inserita, sia pure con alcune limitazioni, in quella della scuola secondaria. Si è perfino corso il rischio che - con una riforma fortunatamente abortita - i gloriosi conservatori italiani venissero addirittura degradati al rango di licei in vista della creazione di poche, mitiche accademie superiori, in quel momento neppure progettate. Molti dei migliori musicisti e docenti sono stati allontanati dai conservatori perché rei del grave crimine di voler unire l’insegnamento - di cui peraltro rispettavano pienamente i doveri - all’esercizio del concertismo o della vita orchestrale. Alcuni direttori di conservatorio - fra cui il sottoscritto - sono stati processati e assolti con formula piena dopo oltre un decennio per non aver istituito nel conservatorio classi di scuola media annessa (in cui non vi era niente di attinente alla musica) richieste solamente da una o due persone! L’azione per restituire al conservatorio italiano il ruolo di cui il nostro Paese ha bisogno ha assorbito per molti musicisti tre decenni della loro esistenza ed è costata ad alcuni perfino ingiustificate detenzioni seguite da assoluzioni con formula piena e liquidazione del danno da parte della Magistratura stessa. Ma lentamente, data l’indubitabile evidenza dell’oggetto e la sua importanza per la comunità nazionale, questa attività ha cominciato a dare i suoi frutti, dapprima con sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale e con una legge del 1993 che hanno riconosciuto al Conservatorio la natura di Istituto di alta cultura, e poi con la presentazione da parte di Vittorio Sgarbi, allora presidente della Commissione Istruzione della Camera, con l’adesione di numerosi deputati di tutti i partiti, di un progetto di legge che prevedeva il passaggio dei conservatori al ministero dell’Università e della ricerca scientifica. All’onorevole Luciana Sbarbati Carletti spettava il compito di coordinare tale progetto con quelli presentati da numerosi gruppi parlamentari, dando vita poi a un progetto unificato di iniziativa parlamentare. L’iter di tale progetto è stato lungo e difficile: come ha dichiarato l’onorevole Rodeghiero in un convegno a Padova, a esso si opponevano delle lobbies potentissime non solo nel mondo universitario e in quello della secondaria ma nello stesso mondo musicale. A questo si aggiungeva la tendenza, assai incomprensibile, di alcuni alti esponenti del mondo politico a dare talora peso preminente non agli organi istituzionali ma alle «consulenze» contrarie di musicisti di alto valore ma portatori di interessi particolari e comunque avulsi dal mondo della scuola. Essi infatti non hanno voluto affrontare il compito difficile e irto di sacrifici di coordinare l’insegnamento con carriere più vantaggiose, trascurando l’ovvia realtà che la vera conoscenza dei problemi della scuola nasce dall’amore per la medesima e dall’intensa pratica quotidiana, e che il conservatorio di oggi non è fatto per formare solo musicisti ma anche operatori della musica esperti in una ricca gamma di discipline che sfuggono a chi non è aggiornato con i progressi delle istituzioni.
Questi «consulenti» sono pronti a bollare come «dequalificati» conservatori di cui non conoscono l’attuale dinamica, citando difetti e lacune che risalgono al passato, portando come esempio i vantaggi di leggendarie istituzioni straniere - di cui nominano solo le caratteristiche che fanno loro comodo - e fanno passare in secondo piano l’obiettiva considerazione che il valore di un’istituzione dipende anche dalle possibilità che l’ordinamento le accorda e che lo Stato di fronte a una ricca serie di istituti di grandi tradizioni deve operare sull’esistente per migliorarlo piuttosto che dare maggiori possibilità a istituzioni private, spesso opera di singoli personaggi geniali ma non competitive con quelle statali sul piano della ricchezza di sedi, insegnamenti e programmi e su quello della serietà amministrativa. La stessa parola «dequalificato» è d’altra parte usata proprio da coloro che hanno contribuito alla «dequalificazione» tentando di appiattire per sempre il conservatorio a un livello inferiore, per poi poter liberamente infierire sul risultato della loro stessa azione. Quanto all’idea di concentrare l’insegnamento accademico in poche sedi nelle grandi città, ricordiamo a chi cita sempre le istituzioni straniere che una delle più famose scuole degli Stati Uniti, l’Istituto superiore di Bloomington (Indiana), sorge in un piccolo centro isolato distante da tutte le grandi città. Grazie all’approfondito e coraggioso esame da parte delle Commissioni Istruzione della Camera e del Senato la legge 508 è stata finalmente approvata con votazione unanime da tutti i gruppi parlamentari delle Commissioni competenti della Camera, e ha finalmente ricevuto il sigillo del presidente della Repubblica il 21.12.1999. Fra le principali innovazioni della legge citiamo: 1) Il riconoscimento esplicito ai conservatori del livello di Istituti di istruzione superiore: i conservatori e le accademi di belle arti divengono sedi primarie di alta formazione, di specializzazione e di ricerca e svolgono correlate attività di produzione. 2) La possibilità per il conservatorio di conferire titoli accademici di primo e secondo livello. 3) La concessione ai conservatori dell’autonomia statutaria, didattica, scientifica e amministrativa e quindi la possibilità di adeguare, dopo settant’anni, i programmi alle esigenze del mondo moderno in modo da poter formare non solo musicisti ma operatori musicali adeguati a una nuova realtà sociale in continua evoluzione. E inoltre la possibilità di svolgere attività pubblica. 4) L’istituzione del Cnam (Consiglio dell’alta formazione artistica e musicale), organo in larga misura elettivo da parte dei conservatori e delle accademie, con funzioni consultive in una materia così delicata da richiedere competenze particolari. 5) La possibilità di stipulare convenzioni con università e altri istituti di ricerca o di produzione musicale. 6) L’istituzione per conservatori e accademie di belle arti di un comparto di contrattazione riservato, in modo che le esigenze organizzative dell’istruzione artistica superiore non divengano una goccia minima dispersa nel mare magnum degli altri ordini di scuole. L’approvazione della legge produceva subito alcuni effetti di grande importanza almeno sul piano psicologico, come si è visto all’inizio di questo articolo. Ma perché le nuove disposizioni possano produrre la loro piena efficacia, la legge prevede una fase regolamentare assai complessa. Data la situazione che abbiamo esposto, non c’è da stupirsi che già l’approvazione del primo e più importante regolamento, quello dell’autonomia, non abbia ancora terminato il suo percorso. Dopo quasi un biennio, il regolamento, nella versione proposta dal Cnam, è stato approvato, con alcuni emendamenti migliorativi, dalle Commissioni cultura delle due Camere all’inizio di agosto del 2001. Ma a questo punto ancora una volta l’iter si è interrotto: nella fase conclusiva l’ufficio legislativo del Ministero ha apportato una modifica sostanziale riguardante la composizione dei consigli d’amministrazione. Secondo tale modifica i consigli d’amministrazione - a differenza di quanto avviene nelle università e in ogni istituzione scolastica - sono composti in maggioranza da elementi esterni, per la massima parte di nomina politica. La partecipazione delle componenti interne è limitata a quattro persone (il direttore, due docenti e un rappresentante degli allievi). La presidenza spetta a uno dei componenti esterni che diventa praticamente il capo dell’istituto! È inutile dire che il Cnam ha respinto all’unanimità tale modifica, secondo cui istitituti di istruzione superiore vengono gestiti come una asl o come un’ente di produzione, facendo rilevare che la modifica apportata è incostituzionale, non rispetta ogni esistente realtà e tradizione accademica, darebbe un colpo mortale alla libertà della cultura e dell’arte nel nostro Paese. Per garantire la libertà e il successo dell’opera delle Istituzioni di alta cultura è indispensabile che gli organi direttivi e gli statuti siano deliberati esclusivamente da chi ne fa parte. Siamo del parere che la musica sia una realtà troppo importante per l’Italia - di cui rappresenta il biglietto da visita, utilmente e opportunamente utilizzato anche agli effetti diplomatici, politici, turistici e commerciali - perché anche quest’ultima fase non venga superata con l’appoggio del ministro e dei numerosi personaggi di altissima statura sul piano culturale presenti nelle nostre istituzioni. I reggitori italiani sanno anche rettificare in itinere le asperità del percorso, come dimostra il ben noto caso di Verdi non ammesso al Conservatorio di Milano, che successivamente è stato addirittura intitolato al suo nome! E i governanti attuali hanno la possibilità di cancellare una vergogna del passato e acquisire definitivamente il merito di aver dato ai giovani e agli amanti dell’arte una scuola musicale all’altezza di quello che l’Italia e il mondo si attendono da noi!
 

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