archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Elogio del mistero

LIBERAL BIMESTRALE
di Giorgio Montefoschi
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

Torna al sommario
copFL10_th In A’l’ombre des jeunes filles en fleurs, Proust riflette sulla sonata di Vinteuil e, in generale, attraverso la sonata di Vinteuil, sulla maniera con la quale ci accostiamo ai grandi capolavori dell’arte; in particolar modo, a quei capolavori che, nell’epoca in cui sono realizzati, ancora non vengono riconosciuti come tali. Scrive Proust: «E non solo non ci si impadronisce subito delle opere davvero rare, ma all’interno di ciascuna di esse, ed è quanto mi accade con la sonata di Vinteuil, le parti che si colgono prima sono proprio le meno pregiate (...) C’era ben altro: anche quando l’ebbi ascoltata da cima a fondo, la sonata mi restò quasi del tutto invisibile, come un monumento del quale la distanza o la bruma lasciano trasparire che esigue porzioni. Di qui la malinconia che accompagna la conoscenza di simili opere, come di tutto ciò che si realizza nel tempo (...) Non avendo potuto amare che in tempi successivi tutto ciò che la sonata mi offriva, non la possedetti mai per intero: somigliava alla vita». È possibile che un’esperienza analoga, o molto simile a questa, si accompagni alla lettura - fatta in diversi momenti della vita - di un’opera letteraria, in particolare della Recherche, per esempio del primo volume della Recherche, e cioè Du côté de chez Swann? È possibile, sì. Tuttavia - e la liceità di codesto dubbio, che si tramuta in un capovolgimento dell’affermazione precedente, potrebbe essere lo stesso Proust , in un’altra pagina del romanzo, a insinuarla - è possibile anche sostenere il contrario. Andiamo con ordine, però - e consideriamo il brano citato alla stessa stregua (pur nella sua incompletezza), delle note della piccola frase della sonata di Vinteuil (che commuovevano alle lacrime Swann); o della stanza da letto della zia Léonie; o del giardino di Combray, la sera, quando si attendeva l’arrivo di Swann; o della siepe dei biancospini; o della cucina di Françoise; o delle vetrate della chiesa di Combray; o della visita della duchessa di Guermantes nella chiesa di Combray; o di una frase di Madame Verdurin; o della descrizione dell’oltraggio che Mademoiselle Vinteuil e una sua amica fanno nei confronti del padre di Mademoiselle Vinteuil; o del salotto «orientale» di Odette...
Cominciamo con la prima affermazione del brano: «E non solo non ci si impadronisce subito delle opere davvero rare, ma all’interno di ciascuna di esse... le parti che si colgono prima sono proprio le meno pregiate...». Proust appoggia codesta affermazione a una riflessione sulla presunta incapacità che, i contemporanei di un qualsiasi «capolavoro nuovo», avrebbero di cogliere gli elementi della novità, abituati come sono, piuttosto, a riconoscere elementi più consueti, se vogliamo più codificati del linguaggio artistico. Può essere vero. Può essere anche vero, però, che la tabula rasa della prima lettura consenta di cogliere, comunque, e fermare, impressioni o elementi del linguaggio - nuovi o consueti - che successive letture non riusciranno a cancellare o modificare mai: impressioni, nelle quali, probabilmente, è contenuto il segreto più profondo dell’opera letteraria. La qual cosa, può capitare, per esempio, rileggendo dopo trent’anni Du côté de chez Swann. Quando, per esempio, si scopre di aver dimenticato non tanto la trama (poiché è ovvio che non si può parlare di trama), quanto, magari, la successione cronologica degli eventi, per meglio dire, dei momenti che compongono il romanzo (alla stessa stregua delle grandi scene che compongono l’Iliade, secondo la teoria di Shadewelt: da una parte l’ira di Achille, e dall’altra la gelosia di Swann), epperò non si sono dimenticati affatto, poiché rimangono scolpiti nella memoria, i colori dei biancospini, il colore degli occhi di Norpois, la goffagine di Legrandin, il verde del giardino, il rosa di Odette, il rosso di Gilberte, il rosso di suo padre: Swann, il tono aspro della voce di Madame Verdurin...
Veniamo alla seconda affermazione: «Quando l’ebbi ascoltata da cima a fondo, la sonata mi restò del tutto invisibile, come un monumento del quale la distanza o la bruma non lasciano trasparire che esigue porzioni. Di qui la malinconia che accompagna la conoscenza di simili opere, come di tutto ciò che si realizza nel tempo...». Qui, siamo nel cuore della filosofia proustiana: l’inafferabilità della vita e del tempo. Non c’è molto da aggiungere, se non la frase successiva, nella quale si dice: «Non avendo potuto amare che in tempi successivi tutto ciò che la sonata mi offriva, non la possedetti mai per intero: somigliava alla vita». Ancora il senso dell’inafferrabilità della vita; e, insieme con l’inafferrabilità della vita, l’inafferrabilità dell’opera letteraria. Tuttavia, con queste affermazioni, siamo in A’l’ombre des jeunes filles en fleurs. Non molte pagine prima, invece, in Du côté de chez Swann, contraddicendo quello che scriverà più tardi, Proust prova a penetrare nel profondo della sonata di Vinteuil. E, in una delle pagine più sublimi di tutta la Recherche, spiega in che modo, perché, come le note della sonata che noi ascoltiamo, non sono altro, in realtà, che una traduzione imperfetta, umana (con segni umani) di realtà divine che esistono prima della sonata e esistono dopo (tanto che, se tutto deve finire nel nulla, sapendo che le porteremo con noi nell’abisso del nulla, possiamo immaginare di rendere la morte meno terribile, o meno probabile addirittura). E, a codesta considerazione - sull’inafferabilità dell’opera d’arte e della vita - se ne può aggiungere una seconda, come corollario, che proviene direttamente da una «seconda lettura» del romanzo. La considerazione è la seguente: mai nessuno scrittore come Proust ha saputo descrivere con tanto dolore l’inafferabilità della vita; però, è anche vero che, nel farlo, mai nessuno scrittore ha saputo dimostrare e descrivere come lui il profondo amore nei confronti della vita. Un amore che è talmente prorompente, talmente assoluto, da consentire di pensare alla Recherche come a un grande romanzo cristiano - se l’amore nei confronti della vita è tale da farci convinti che questa vita così amata, e l’amore, non sono altro che lo specchio, l’immagine e somiglianza di Dio.
 

web agency Done Communication