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Cari italiani, siamo ancora di legno

LIBERAL BIMESTRALE
di Raffaele La  Capria
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_th così Pinocchio sarebbe l’unico vero personaggio della letteratura italiana, hai detto. Era uno scherzo?
- No, non era uno scherzo. Intanto devi chiederti cos’è un personaggio.
- Già, cos’è?
- È un’invenzione, una creatura nata dalla mente di un romanziere, dalla sua immaginazione; proprio come nasce Pinocchio, da un pezzo di legno lavorato dall’immaginazione di Mastro Geppetto e dalla sua abilità artigianale. E poi questa creatura immaginaria, impegnata in vicende anch’esse immaginarie, diventa più reale di una persona reale (come appunto accade a Pinocchio), perché è universale.
- Ma Pinocchio è un burattino, non un personaggio!
- Certo, e proprio qui è il senso di tutto il mio discorso. È un burattino che in tutto il libro si sforza di diventare un uomo. Ma che fatica fa a diventarlo! E quante ne combina! E infine, siamo proprio sicuri che è diventato un uomo e saprà restarlo?
- Spiegami però perché dai tanta importanza ai personaggi? In fondo sono creature della fantasia. Che ci siano o non ci siano, cosa cambia?
- Nelle loro virtù e nei loro vizi, nei moventi delle loro azioni, nella loro sensibilità, ognuno può riconoscere la propria origine più segreta. Insomma essi sono uno specchio in cui possiamo vedere riflessi noi stessi.
- In che senso?
- Nel senso che essi ci rappresentano, sono nello stesso tempo unici e universali e sono portatori di un destino in cui ognuno può intravvedere qualcosa del proprio.
- E ti sembra tanto importante?
- Senza di loro, privati della propria compagnia, ci sentiremmo molto più soli, privati di una parte essenziale di noi stessi. Questo ho detto.
- Hai anche detto che nella nostra tradizione ci sono tipi, caratteri, e soprattutto maschere. Personaggi, veri, grandi personaggi, nemmeno uno.
- I grandi romanzi e i grandi personaggi sono nati con la borghesia, là dove si afferma, riflette su se stessa, si critica, vuol conoscersi. La nostra borghesia è arrivata tardi, e non aveva tanta voglia di conoscersi.
- Perciò niente (o quasi) grandi romanzi, e nessun grande personaggio. Tranne Pinocchio. Ma lo vedi davvero così grande?
- Bè, almeno possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene.
- Quali, ad esempio.
- Tu l’hai letto Pinocchio, vero?
- Chi non lo ha letto?
- Dovresti rileggerlo, ora, da grande, alla luce di quanto stiamo dicendo, e pensando al tempo che attraversiamo. Troveresti delle corrispondenze incredibili.
- Ti sembra il modo giusto di leggere un libro?
- I modi sono tanti, questo è uno dei possibili. Ogni libro si presta a una doppia lettura, dopotutto. Quella che lo lega al tempo in cui fu scritto e alle intenzioni dell’autore e quella che lo lega al tempo in cui è letto. Le due letture dovrebbero fondersi, dovrebbero coesistere.
- E va bene, leggiamolo così allora.
- Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?
- Bè, vuol dire che non è capace di crescere.
- E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.
- Certo, non ne è capace. Ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.
- E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo a ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuol maturare e non sa giudicarsi?
- Come si manifesta questa irresponsabilità?
- Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra «cattiva educazione». Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio «particulare», al bene comune, è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.
- Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.
- Questo avviene anche da noi, in politica. Mai uno che riconosca di aver sbagliato, che ammetta la propria colpa fino in fondo.
- E le bugie? Sono anche quelle un dato del carattere italiano, no?
- Tutti dicono le bugie, ma solo noi crediamo sinceramente che sono la verità. Solo noi amiamo ingannarci fino a questo punto. Basta leggere i nostri giornali, guardare la nostra televisione. Le bugie ronzano nell’aria intorno come le api di un alveare.
- Almeno a Pinocchio le bugie allungano il naso, e così diventano evidenti. A noi cosa allungano?
- Il debito pubblico, che, tanto per fare un esempio, è un buon rivelatore delle pubbliche bugie.
- E la storia dei cinque zecchini d’oro? Ho il sospetto che anche quella sia molto italiana.
- Certo. La riassumo: Pinocchio ha avuto dal terribile Mangiafuoco, che è riuscito a impietosire, cinque monete d’oro. Con quei cinque zecchini vuol regalare una bella casacca al suo povero babbo che ha venduto la sua per comprargli l’Abecedario, e ora trema dal freddo. Con queste buone intenzioni Pinocchio s’avvia verso casa, quando incontra altri due personaggi tipicamente italiani: il Gatto e la Volpe. Due lestofanti, due imbroglioni, disposti a tutto, e che approfittando dell’ingenuità e della dabbenaggine di quel burattino incapace di diventare uomo, gli raccontano che c’è un certo campo, detto il «Campo dei Miracoli», dove se si piantano cinque zecchini d’oro, dopo un poco spunta un albero tintinnante di zecchini: cento, mille zecchini! A Pinocchio non pare vero di diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro. Per fartela breve, pianta nel «Campo dei Miracoli» gli zecchini, e così viene derubato dai due furfanti.
- Mi ricordo bene, e credo di capire dove vuoi arrivare.
- Solo noi abbiamo in testa la «psicologia del miracolo», e cioè solo noi ci illudiamo che da un momento all’altro tutto possa cambiare in meglio a causa di un evento improbabile che non abbiamo né preparato né contribuito a far accadere con la nostra operosità e il nostro lavoro. Solo noi abbiamo in fondo alla testa questa idea di arricchire in breve tempo «senza durar fatica», non importa con quali spericolate speculazioni e quali imprudenti iniziative. Solo noi incontriamo a ogni angolo dei furfanti come il Gatto e la Volpe che coi loro imbrogli e raggiri ci confondono le idee e fanno apparire normale ciò che normale non è. Quanti calcoli di questo tipo sono stati fatti, pubblicamente, a spese di tutta la nazione, in questi ultimi anni!
- Quanto stai dicendo a proposito del «Campo dei Miracoli» lega bene, mi pare, con la storia delle faine ladre di polli.
- Vedo con piacere che ti stai appropriando della chiave di lettura da me suggerita. Sì, è vero, Pinocchio caduto in una tagliola mentre va a rubare uva nel campo di un contadino, viene da questi sorpreso e per punizione legato con un collare e messo a far guardia al posto del cane che è morto. È notte, Pinocchio sta dormendo nel canile, quando arrivano le quattro faine ladre del pollaio. Lo chiamano, credendo che sia il cane e... vuoi leggere per favore?

-Buona sera Melampo.
- Io non mi chiamo Melampo -, rispose il burattino.
- O dunque chi sei?
- Io sono Pinocchio.
- E cosa fai costì?
- Faccio il cane da guardia.
(...)
- Ebbene io ti propongo gli stessi patti che avevo col defunto Melampo, e sarai contento.
- E questi patti sarebbero?
- Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
- E Melampo faceva proprio così? - domandò Pinocchio.
- Faceva così, e fra noi e lui siamo andati sempre d’accordo.

- Cosa ti ricorda questo dialogo tra Pinocchio e la faina? Non è stupendamente italiano?
- È perfetto nella sua semplicità, lapidario. E, va da sé, mi ricorda una pratica largamente diffusa nel nostro Paese.
- Anzi direi considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema.
- Il sistema della tangente!
- Dove non c’è un corrotto e un corruttore...
- ... ma sono entrambi corrotti.
- E dove non c’è in ballo una gallina, come ai bei tempi di Pinocchio.
- Ma molte migliaia di miliardi.
- Bravissimo. E ora andiamo avanti. Quali altri punti vogliamo toccare per avvalorare la nostra tesi, e cioè che Pinocchio è l’unico vero personaggio italiano della nostra letteratura? Ce ne sono tanti di questi punti, non c’è che da scegliere.
- Potrei suggerire questo: Pinocchio non mantiene mai i suoi buoni propositi; li concepisce, ma non li mantiene. E non mantiene mai quel che ha promesso agli altri e a se stesso. Manca sempre di parola.
- Perfetto! Questo è un ottimo spunto. Potremmo svilupparlo, ma è così chiaro. Quante volte noi italiani abbiamo espresso buoni propositi come: tagliare la spesa pubblica, ridurre il debito pubblico, non avanzare pretese superiori alle nostre possibilità, e così via. Ma è sempre stato impossibile, era più forte di noi.
- E che hai da dire sul «Paese dei Balocchi», dove Lucignolo trascina Pinocchio?
- Vedo che ormai ti sei appropriato della mia chiave di lettura, che certo è tendenziosa, ma è anche a volte illuminante. Già, il «Paese dei Balocchi» è un altro di quei sogni italiani, simile al «Campo dei Miracoli». È il paese dove si passa il tempo a non far nulla, tra fannulloni che vogliono solo divertirsi, e che soprattutto non vogliono mai lavorare.
- Dice Pinocchio a Lucignolo che lo sta tentando: «Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!». Anche l’italiano non c’è stato mai in quel paese, ma non fa che figurarselo.
- Ora possiamo andare avanti più spediti, io suggerisco e tu rispondi. Il Grillo Parlante?
- La nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio forse ha ucciso il Grillo (che però poi gli riappare). Di Grilli Parlanti ne abbiamo sentiti tanti in questi anni, ma chi ha mai dato loro ascolto?
- La Fatina Azzurra?
- Una mamma sempre disposta a perdonare. La cosa che più piace agli italiani è di pentirsi (dopo il misfatto però) per essere perdonati «dalla mamma», da qualcuno cioè pronto a concedere lo stesso tipo di indulgenza plenaria.
- Il burattinaio Mangiafuoco, che per poco non arrostisce Pinocchio e Arlecchino per mangiarseli?
- Quando ci sono i burattini esce quasi sempre fuori un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine. Il nostro più recente burattinaio fu Mussolini. Ma se continuiamo a essere dei burattini, prima o poi spunta un altro burattinaio.
- Gli Assassini?
- Il nostro è il tempo degli Assassini, diceva Rimbaud. Non solo in Italia è arrivato quel tempo. Noi siamo un popolo di Santi, di Navigatori, e di Poeti, ma anche, di sequestratori di persone, di mafiosi, di cammorristi, insomma di assassini qualificati e ben organizzati. Pinocchio ne ha trovati due nella sua strada, ma oggi la percentuale è aumentata.
- I Medici, cioè il Corvo e la Civetta, con le loro diagnosi?
- Quelli poi... non voglio aggiungere altro. Preferisco leggere:
Il Corvo facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso. Poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole: - A mio credere il burattino è bell’e morto. Ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo. - Mi dispiace - disse la Civetta - di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega; per me invece il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.
- Anche questo è molto sintetico, non trovi? E ben espresso. E poi ci sono i Carabinieri che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero. E ci sono i Giudici come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato, e così via...
- Non c’è dubbio che ci troviamo in Italia.
- Pinocchio è l’unico vero, grande, e più completo personaggio italiano della nostra letteratura, anche per questo: perché nuota, come un pesce nella sua acqua, nell’ambiente in cui si è formato, in questo nostro bel paese. Dove, è noto, c’è una serie di altri personaggi, certo più piccoli di lui, ma Istituzionali, che gli danno rilievo e consistenza, e lo spiegano, come appunto tutti quelli che abbiamo elencato: i Giudici, i Carabinieri, i Medici, gli Assassini, i Gatti e le Volpi, le Faine, gli Amici Fannulloni, i Mangiafuoco, le Fate dai Capelli Turchini, (mamme troppo indulgenti), i Mastri Geppetto (babbi poco severi). Con tutti questi personaggi che l’accompagnano e che, per così dire, gli lanciano la palla, non è tanto facile per un burattino diventare un uomo, non trovi? Ecco perché ti dicevo che non credo Pinocchio possa mai diventarlo. Come può riuscirci se è così male accompagnato?
- Un’ultima domanda: i grandi personaggi si trovano nei grandi romanzi. Ma Pinocchio è una fiaba, non è un grande romanzo.
- È vero, non è un grande romanzo, ma non è neanche una fiaba, a mio avviso, visto il carico di realtà che si trascina appresso. Per me è un grande racconto fantastico, come quelli di Hoffman. Solo che è il più italiano di tutti i racconti, e spero dopo gli esempi fatti, che tu ne convenga.

Il testo di Raffaele La Capria è tratto dal Sentimento della letteratura (1997) che sta per essere
ripubblicato negli Oscar Mondadori in un’edizione che comprende anche Letteratura e salti mortali.
 

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