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Lucien, nostro fratello nella resistenza alla modernità

LIBERAL BIMESTRALE
di Elisabetta Rasy
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_th Se mi chiederessero qual è un romanzo del quale non è pensabile una versione attualizzata o trascritta ai giorni nostri penserei subito alle Illusions perdues. Per una sorta di effetto paradosso, però. Non credo infatti possibile il trasloco della storia che Balzac collocò all’inizio del secondo decennio del Diciannovesimo secolo all’inizio del primo del Ventunesimo, nel senso che questo romanzo, così com’è, è più che nostro contemporaneo: basta tenere gli occhi aperti nella lettura - non per modo di dire - e non lasciarsi sviare dall’arredo ottocentesco per rendersene conto. Vale a dire, insomma, che è esso stesso una versione attualizzata di se stesso, a leggerlo nel modo giusto. Illusions perdues, che è articolato in tre parti ed è piuttosto una trilogia romanzesca con gli stessi personaggi che non un testo unitario, era considerato dall’autore «opera capitale» in quell’opera capitale, mondo parallelo ma insieme vero speculum di quello reale, che era il grande progetto della Comédie humain e. Sull’interpretazione da dare a tale mondo parallelo - e dunque per estensione a questo suo nucleo rovente e centrale che sono le Illusions perdues - la critica venuta in seguito si è immediatamente spaccata in due grandi squadre, di cui per comodità prendo gli esempi più illustri. Da un lato l’interpretazione di Baudelaire che, intervenendo su un dibattito già in corso, scrive: «Tante volte mi sono meravigliato che la gloria di Balzac fosse di passare per un osservatore; mi era sempre sembrato che il suo principale merito fosse d’essere visionario e visionario appassionato. … Tutte le sue storie sono colorate quanto i sogni». Dall’altro l’interpretazione realista, che vedrà schierati Marx ed Engels, e più tardi Lucaks, i quali considerano Balzac un grande demistificatore delle dinamiche della società borghese e, naturalmente, dei suoi misfatti.
A rileggerlo a distanza di due secoli, e specialmente a rileggere quest’opera centrale, l’opposizione non sta in piedi e gli estremi si toccano sapientemente. Balzac si manifesta per quello che è: un realista profetico, un decifratore illuminato di segni, altrettanto importanti quanto le forze di produzione, che proprio in Illusions perdues coglie quel segmento di società destinato a svilupparsi e a diventare per così dire egemone in futuro, quella società che, sempre con intenzione deprecativa, è stata definita nella nostra epoca «dello spettacolo» o anche, passando nei paraggi dell’individuale, «del narcisismo». In altri termini, cominciando la sua carriera letteraria e soprattutto pubblica proprio negli anni in cui colloca l’inizio della vicenda di Lucien de Rubembré, l’eroe o l’antieroe delle Illusions, vale a dire nella Francia della Restaurazione, Balzac tocca da vicino l’essenza della trasformazione in atto, ne ha una visione, e in un certo senso l’anticipa, raccontando nelle peripezie di Lucien il percorso di disillusione, il tragitto della secolarizzazione in corpore vili, attraverso cui l’Ancien Régime si trasformerà irrevocabilmente e quasi senza residui nella Modernità.
Per questo le Illusions perdues non possono essere attualizzate: c’è una visionaria anticipazione dei tempi che verranno o quantomeno di un loro versante potentemente significativo, che non può essere attualizzato, perché coglie dell’oggi qualcosa in più di quanto la stessa attualità possa cogliere. Tanto più efficace perché Balzac non è un osservatore distaccato. Al pari di Lucien - che è un suo doppio disperato e fallimentare, quasi una figura esorcistica, un capro espiatorio letterario delle sue delusioni e dei suoi fallimenti - lo scrittore si mette in gioco, in primo luogo non in ciò che dichiara, ma in ciò che scrive: la probità di David Séchard, l’amico di Lucien che non ne condivide il destino e usa le sue personali sconfitte per guadagnare una posizione ritirata, tanto onesta quanto rinunciataria e remota, o il gruppo degli artisti del Cenacolo, guidati dall’irreprensibile e romantico d’Arthez, non godono del suo favore letterario come quella macchina desiderante fatua e vanesia, ma irriducibile nel confronto con il mondo, che è Rubempré, e sono al contrario di lui pallide decalcomanie del Bene, un Bene che fatalmente finirà per coincidere con la convenzione piuttosto che con l’azione narrativa. Considerando in due parole lo scheletro del romanzo di formazione, esso consiste in quel cammino - pericoloso rito di passaggio - che distingue l’età giovanile dall’età adulta: attraverso una serie di prove - spesso sconfitte, delusioni, appunto, o disillusioni - l’eroe impara a distinguere il bene dal male, ad assumersi il coraggio delle proprie decisioni e a valutare le conseguenze delle proprie azioni, in altri termini afferra il proprio principio di responsabilità. Tutto il contrario di quanto avviene a Lucien, per una ragione essenziale fra le altre: che l’orizzonte contro il quale Balzac fa muovere Lucien non è un orizzonte etico, ma un orizzonte sociale. Anzi, un orizzonte esclusivamente sociale, che ha divorato nel proprio ventre capiente e frenetico ogni residua traccia, ogni tessera sopravvissuta dell’orizzonte etico che lo ha preceduto. La storia di Lucien è piuttosto un romanzo di de-formazione, non perché Lucien sia crudele, ma perché non sa e forse non può decifrare il mondo adulto nel quale è deciso a penetrare. Del mondo che è deciso a sfidare e a conquistare, Lucien percepisce il cambiamento - rispetto a tutto ciò che aveva immaginato, cioè rispetto a tutto ciò su cui si era illuso - ma non lo capisce: dunque, è pronto a mimetizzarsi, ad adeguarsi, non a impugnarlo. L’adeguamento sempre più funambolico di Lucien non è l’accettazione di quella complessa costellazione del Moderno, che gli si para davanti, ma una forma di resistenza e di dissimulazione: diventa così il protagonista di una delle tante storie di resistenza alla Storia che la letteratura moderna nel corso degli ultimi due secoli ha raccontato, una resistenza che non sapendo di essere tale non è eroica, ma intimamente mistificatrice. Pur di non capire, pur di non cambiare se stesso cioè, Lucien è disposto a cambiare tutto: rinnega il nome del padre per quello della madre, che, preceduto dal suo «de» nobiliare, suppone in grado di aprirgli più facili strade; rinnega la parte bassa di Angoulême per la parte alta - un doppio cammino che prefigura la futura alternativa, anche quella non esclusivamente personale o psicologica, tra il côté de chez Swann e il côté des Guermantes del narratore della Recherche proustiana. Una volta a Parigi rinnega i suoi vestiti, le sue amicizie, infine la sua vocazione. Difficile però, ancora per noi lettori dell’alba del Terzo Millennio, non condividere il suo smarrimento, la sua incertezza, persino i suoi errori. Lucien in fondo parte dalla provincia inseguendo l’arte - vuole diventare scrittore, proprio come Balzac alla sua stessa età - e con l’arte inseguendo l’onore e la gloria. Invece dell’arte nella capitale, dove tutto si trasforma come in un set cinematografico e tutti sono sotto gli occhi di tutti come in un set televisivo, trova il mercato: i libri sono una merce quasi come un’altra (Lucien, però, non percepisce il quasi), prodotti oltre che dagli scrittori da un nuovo e misterioso meccanismo che si chiama industria culturale. Al posto dell’onore c’è la carriera. Al posto della gloria c’è il successo. E soprattutto gli individui non sono affrancati dalla fraternité, ma sopraffatti da una nuova temibile e misteriosa malattia, che è la promiscuità, e da un’altrettanto inesorabile forza, che è la massa. Né liberati grazie alla égalité, ma piuttosto da essa spinti a un’incessante concorrenza e a una dolorosa invidia. Lucien oscilla tra un partito e l’altro, tra un clan e l’altro: alla fine, quando nei panni dell’abate Herrera incontra quella sorta di perfetta incarnazione del Male e allo stesso tempo lucido analista che è l’ex forzato Vautrin, oscilla persino tra un’identità sessuale e l’altra senza dar eccessivo peso alla propria oscillazione. È Vautrin, del resto, a dare al giovane dandy smarrito una lezione sulla società dello spettacolo che egli invano ha cercato di conquistare: «Oggi in Francia il successo è la ragione suprema di tutte le azioni, qualsiasi esse siano. Il fatto in sé non conta più niente, quello che conta è l’idea che se ne fanno gli altri». In seguito (la storia continua come in Beautiful con «Splendori e miserie delle cortigiane»: Balzac sa bene l’importanza della serialità e della ripetizione nell’immemore mondo di massa moderno) non ci sarà un lieto fine: Balzac non vuol fare la morale, tanto meno il moralista, perché è un vero e grande scrittore. In più, anche per esperienza personale, sa che le cose non stanno mai in un unico modo, tantomeno quelle delle modernità, che incombe sul cuore e non soltanto sui meccanismi di produzione.
 

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