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Il doppio errore

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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cop15_th  
Cento volte mi sono detto che il Vietnam, se non un errore, fu almeno un grande equivoco. E cento volte mi sono ripetuto che se tornassi indietro, a trent’anni fa, riscriverei quello che ho scritto allora. È possibile? Lo è. Ora so, come del resto tutti, che alla parola giai-phong, cioè liberazione, non seguì la parola libertà, che la parola thong-nhat, cioè riunificazione, non equivalse al compimento di un moto risorgimentale ma a un’annessione, che l’indipendenza svanì rapidamente nella subalternità all’ormai decadente impero sovietico. E che quella guerra non fu la premessa di una pace felice. Anzi, fu il contrario. Ma finché restano senza risposta le domande sul perché gli americani non riuscirono a vincere, è davvero impossibile pensare a una metamorfosi. Se solo i bombardamenti sulle città avessero fatto sorgere nei loro abitanti il dubbio che la colpa del disastro era di chi li governava, cioè di Ho Chi Minh e dei suoi eredi, se solo a Saigon ci fosse stato, almeno una volta, un regime capace di creare un qualche consenso, se solo quel grande spiegamento di militari e di risorse avesse dato l’idea, per un momento, di poter essere vincente e che resistere era inutile, oggi non saremmo ancora alla ricerca di una spiegazione. Non accadde nulla di tutto questo. Charles de Gaulle cercò di spiegarlo a Lyndon Johnson con parole semplici, quando gli disse che era meglio stare lontani dall’Indocina e dalle sue risaie, dove non c’era nulla se non la muffa. Il nazionalismo vietnamita fu più forte. Non c’era nessuna ragione logica perché lo fosse, a meno di non credere che quel capitolo del «risveglio dell’Asia» fosse un processo ineluttabile, il punto obbligato di arrivo della decolonizzazione, dopo l’India e la Cina. Può darsi che fosse questo, che fosse solo l’epilogo di una stagione passata e che il conflitto sia stato tanto lungo da non lasciarlo vedere. Mentre nelle risaie si continuava a combattere, fuori il mondo era via via cambiato. Del resto - una volta liberato o, se si vuole, occupato il Sud - il tempo si è fermato e quel nazionalismo è rapidamente sfumato per lasciare posto solo a un’ortodossia comunista fuori tempo massimo. Se è difficile capire oggi, dopo tanto tempo, tanto più lo era allora. Già, perché non è vero che il pianeta diviso in due blocchi contrapposti fosse più facile da decifrare. C’erano molte nebbie. Tanto per ricordare - prendo una data non a caso, l’inizio dell’estate del 1972 - lungo le sponde del Mediterraneo c’erano solo tre democrazie, la Francia, l’Italia e Israele, e in Estremo Oriente c’era solo il Giappone. Non crea qualche problema pensarci? Non certo per cercare l’eterna giustificazione della «somma zero» - un male che legittima l’altro, ad esempio il regime di Franco che legittima quello di Honecker e viceversa - ma per tentare di spiegarsi perché gridavamo «Indocina libera». In quegli anni era ancora debole la democrazia, intesa come un sistema di valori. Olof Palme, il premier socialdemocratico svedese poi assassinato a Stoccolma da un estremista curdo, lo disse un giorno a Richard Nixon, spiegandogli che non si poteva fare una guerra così lunga (e così poco vittoriosa) nel nome di quei valori. E se quello fu l’errore dell’America - di tutta l’America, visto che lo cominciò John Kennedy - l’altro errore fu quello di scambiare la liberazione per libertà e di pensare che il diritto dei popoli fosse più forte dei diritti degli individui. Fu per una somma di errori speculari che diventò così pervasivo il più grande mito che abbia attraversato il mondo nell’ultimo mezzo secolo.

La provvisorietà della guerra (24 giugno 1972)
Per arrivare a Hanoi la strada meno scomoda era allora un interminabile volo da Mosca, ventisei ore a bordo di un Ilyushin 18 turboelica. Durante il quale mi chiedevo con curiosità - e con paura - cosa sarebbe stata quella guerra. Da noi, in Occidente, era l’immagine di una vittoria possibile del diritto dei piccoli contro l’arbitrio dei più potenti. Ognuno la chiamava con le parole che preferiva: comunismo, liberazione, emancipazione… (perché il pacifismo non c’era, nella pace che invocavamo a gran voce vedevamo solo la nostra vittoria). Ma sul terreno cos’era la guerra? Non basta dire orrore. Quando non la si conosce si ha sempre paura solo dei suoi aspetti classici. Ad esempio, della contraddizione tra la sua violenza e la sua retorica. Non sapevo ancora che, dopo averla frequentata un po’, si impara a temerla per quello che è davvero: cioè la normalità dell’irrazionale e l’abitudine che ci si fa. Poi cercavo di immaginare come fossero davvero i miei eroi. Avevo in testa la foto della piccola contadina che, con un fucile più grande di lei, arrestava un pilota il cui aereo era stato abbattuto - uno dei simboli del duello mediatico di quegli anni. Non mi aspettavo che uno di quegli eroi fosse il custode del garage dell’albergo che, elmetto in testa e kalashnikov imbracciato, vidi consumare il caricatore contro il cielo buio una notte, quando dopo il suono dell’allarme si sentì il rombo degli aerei. Il custode che salutava sempre sorridendo lo straniero che rientrava, anche se poi un francese che parlava vietnamita mi spiegò che le sue parole suonavano in realtà come «cane di un bianco». Non mi aspettavo neanche che un altro di quegli eroi fosse un giovane medico laureatosi in Francia che, senza mai alzare la voce, non si lasciò sfuggire l’occasione di dirmi che lui l’Occidente lo conosceva bene, era «la somma della barbarie», invitandomi gelidamente a visitare i feriti ricoverati nella sua corsia per troncare il mio tentativo di obiezione. Così come non mi aspettavo che i miei eroi fossero quei ragazzi inquadrati che una notte vidi passare in una strada accanto al mio albergo: alcune centinaia di reclute, con la loro nuova divisa verde, il casco in testa, il cinturone con la stella rossa sulla fibbia, che camminavano senza alcuna aria marziale e che erano disarmati. Ogni reparto era preceduto da un alfiere con una bandiera e le bandiere erano del Fronte di liberazione sudista. Quei ragazzi andavano lentamente a piedi verso il fronte, avrebbero trovato i kalashnikov molte centinaia di chilometri più in là, poco prima di venir gettati nella battaglia. Intanto attraversavano in silenzio le strade quasi deserte della capitale. Credevo anche di arrivare in una città tesa e compatta. Invece, quella mattina Hanoi era normalissima. La guerra più importante, dopo il 1945, sembrava provvisoria, davvero una parentesi della politica. Tutti erano convinti che stesse per finire. I nord-vietnamiti e i vietcong, che due mesi prima avevano lanciato un’offensiva in grande stile, giungendo fino alle porte di Saigon, avevano dimostrato che gli americani e i loro alleati sudisti - li chiamavamo «fantocci» - dovevano scendere a patti. Nixon, per tutta risposta, aveva deciso di spianare il Nord, per la seconda volta in pochi anni, di bloccarne le coste e di isolarlo dall’Urss di Breznev e dalla Cina di Mao, alla ricerca di un armistizio, che sarebbe arrivato con gli accordi Parigi del gennaio del ‘73. Così, visto sul campo, il conflitto era privo delle sue bardature ideologiche, era ormai una partita puramente geo-politica, era una somma di tanti duelli, individuali e collettivi. Come tutti gli altri conflitti della storia. Non pensavo che ci potessero essere, nella stessa giornata, tante contrastanti sequenze: i ragazzi che pescavano le carpe nel piccolo lago di Hanoi dove pure la pesca era severamente proibita, poi un vero e proprio tifo da parte di un gruppo di persone, bloccate dall’allarme sotto una tettoia, per un missile terra-aria Sam2 che inseguiva un Phantom, durante un attacco al ponte di Gia-lam, e ancora una ressa di bambini e contadini sorridenti in una risaia della periferia attorno ai resti di un aereo abbattuto, una lite tra un vigile urbano e un ciclista che non aveva accettato un rimprovero. Così come non avrei pensato neppure che un vecchio scrittore bohémien di nome Nguyen Tuàn anche lui per molti anni aveva vissuto a Parigi - mi avrebbe elencato le tante piccole libertà che la guerra consentiva: il Nhan-dhan, l’organo del partito, che gli chiedeva dei racconti per l’edizione domenicale dopo un lungo periodo di ostracismo, una sua amica regista che gli aveva offerto una cena a base di conigli nutriti con il riso che pure era razionato e che era un reato usare come mangime, la possibilità di infrangere la rigida norma che impediva ai vietnamiti di parlare con gli stranieri. Ma soprattutto non mi sarei aspettato, una sera, di sentire il racconto di un giornalista vietnamita appena rientrato dal Sud, dalla provincia di Quang Tri, appena liberata dai nordisti e dai vietcong. Aveva voluto seguire una ragazza, una miliziana, mentre andava a rivedere la sua famiglia dopo quattro anni passati nella giungla: tornando a casa c’erano stati gli abbracci e i baci, sua madre le aveva mostrato con orgoglio la televisione e il frigorifero che prima non c’erano, la sorella minore era rientrata a un certo punto guidando il motorino. Lei, la miliziana, era rimasta di sasso. Lei con le sue treccine, la sorellina con la messa in piega, lei nell’uniforme dei vietcong, il pigiama nero da contadina, la sorellina in jeans e t-shirt, lei in bicicletta e il suo fucile a tracolla, la sorellina sempre con la radiolina giapponese accesa, lei che combatteva, la sorellina che la sera andava in discoteca. Il racconto era finito qui. La domanda era implicita: chi aveva liberato chi? L’ideologia o i consumi?

Le bombe sul fiume (11 luglio 1972)
Alle 6 del mattino, nell’aria che manteneva ancora un po’ di frescura della notte e vista dall’alto dei dieci metri dell’argine del fiume Tha Binh, la campagna vietnamita appariva come lo sfondo esotico di una pittura rinascimentale. Verde tropicale, contadini al lavoro, bufali al pascolo e, soprattutto, silenzio. Poi un lontano rumore, un rombo, e qualche istante dopo i cacciabombardieri. Una voce «may-bay my» (aerei americani) e il suono frenetico di una campana in un villaggio vicino dettero l’allarme, mentre ci eravamo già tutti fermati a guardare e a indicare il cielo. Ne vidi prima due e poi altri tre e infine l’intera squadriglia. Non volavano molto in alto e, soprattutto, sembravano lenti. L’interprete mi indicò un vicino cratere, ricordando una norma della guerra: «Due bombe non cadono mai nello stesso posto». Il cratere era quello che dal pomeriggio di due giorni prima tagliava in due il grande argine di Catkhe, cioè - mi era stato spiegato arrivando - l’opera idraulica più importante di quella zona, nella provincia di Haihung, costruito per regolare la confluenza di sei corsi d’acqua e per proteggere dalle piene un territorio abitato da centomila persone. Senza quegli argini - senza la lotta secolare contro l’acqua e per la terra - non ci sarebbe stato il Vietnam. Ma più che un cratere dove rifugiarsi era una paurosa voragine. La prima esplosione mi sembrò assordante. Non era lontana, sullo stesso argine, a poco più di un chilometro di distanza. Poi, a raffica, le altre. Vortici di fumo, grandi zolle proiettate in cielo, un turbine di polvere rossastra, altissimi spruzzi d’acqua, onde di aria. Il tutto forse solo in un minuto, mentre gli aerei liberatisi delle bombe ci passavano sulla testa e una mitragliatrice della contraerea aveva cominciato inutilmente a sparare. Un minuto per un disastro. Contadini che correvano, bambini nascosti sotto gli alberi e il rimbombo nelle orecchie. Nel punto dell’attacco, erano rimasti una decina di crateri nelle risaie e un nuovo squarcio nell’argine. Non c’erano vittime. C’era solo l’ennesima prova di quanto quella guerra fosse un errore. Colpire gli argini dei fiumi in attesa di una possibile piena faceva parte di una scelta strategica, quella di distruggere strutture e infrastrutture nord-vietnamite. Costringeva quei contadini a lavorare giorno e notte per riparare, a forza di braccia, il sistema idrico. Ma rafforzava la più semplice delle loro convinzioni, quella di essere sulla linea del fronte e, soprattutto, di essere impegnati in una lotta di difesa. Cioè le due molle del loro elementare nazionalismo.

Il vecchio Sean MacBride (7 agosto 1972)
L’acqua cadeva fitta, ma calda. In una piazza di Nam Dinh, accanto al grande stabilimento tessile sventrato dai bombardamenti, piccoli gruppi di operai continuavano a lavorare per togliere detriti, usando pale e carriole. Ritmi lenti, un po’ per la pioggia, un po’ per abitudine. La città, centro industriale e quindi bersaglio primario, era ormai quasi vuota. Sean MacBride, coperto da un lungo impermeabile scuro, dopo aver girato tra i resti dei grandi telai meccanici ricoperti di calcinacci e ormai fuori uso, invece di risalire sull’auto si incamminò verso il gruppo più vicino, seguito dall’interprete con l’ombrello aperto. Strinse un po’ di mani. Poi salì a fatica su un piccolo terrapieno e cominciò a parlare. Una scena quasi irreale. Si avvicinarono via via tutti gli altri che erano al lavoro nella piazza. La sua voce all’inizio era bassa, poi si accorse che il rumore della pioggia la sovrastava e che anche il traduttore faticava a farsi sentire. Alzò il tono. E il traduttore lo imitò. Era un gesto di amicizia, di solidarietà, di incoraggiamento umano. Non fu un discorso lungo, durò pochi minuti. Ma la sua voce era sempre più forte e, alla fine, il suo braccio destro si alzò, fino all’altezza della bocca, e il suo pungo chiuso accompagnava le parole, con piccoli e secchi movimenti. Uno stile? Un riflesso? Da giovane era stato uno dei capi dell’Ira. I comizi volanti, rapidi, interrotti subito dalla polizia, erano forse stati una scuola. Ci fu un applauso irreale, che sembrava non finire. Erano solo cinquanta, sessanta persone che erano state prese da quelle poche parole, che non smettevano di battere le mani sporche di fango e che poi lo accompagnarono fino alla macchina, continuando a salutarlo sotto l’acqua che continuava a cadere. Sean MacBride, irlandese, giurista, aveva allora 68 anni, era stato ministro degli Esteri del suo Paese, aveva svolto importanti ruoli ai primi vagiti dell’Europa in cerca di unità, era presidente di Amnesty International ed era un ascoltato consigliere della Commissione pontificia Giustizia e Pace. A Hanoi era giunto con dei messaggi di Paolo VI, forse scritti forse affidati alla sua voce. Uno era per l’arcivescovo, il cui rapporto con il regime era teso e difficile. L’altro era per il primo ministro Pham Van Dong. Quella era l’estate della grande tessitura diplomatica, un accordo sembrava a portata di mano. Quel lungo, incredibile applauso rivoltogli - Sean MacBride non era un personaggio da poco, due anni dopo sarebbe stato insignito del Nobel per la pace, quando il Nobel aveva ancora un valore - era uno dei tanti enigmi del Vietnam in guerra. Il Vietnam che gli americani attaccavano nel nome della lotta al comunismo e che invece impregnava di sé il mondo perché era riuscito a sfondare i confini dell’appartenza di campo. Perché altrimenti un vecchio e consumato combattente della libertà irlandese vi si era rispecchiato, trovandovi più forza di quanta non ne trovasse nell’idea di libertà che l’America allora trasmetteva?

«La guerra terribile» del generale Giap (3 settembre 1972)
La fotografia me l’aveva mandata l’autore, Marc Ribou, grande firma della Magnum. L’interno era la grande sala del palazzo che era stato la sede del governatore francese del Tonchino. L’occasione era il ricevimento offerto dalla presidenza vietnamita per la festa nazionale. Ci eravamo arrivati di corsa. L’invito, peraltro atteso, era stato rivolto per telefono solo un’ora prima, per ragioni di sicurezza. Erano giorni in cui le sirene dell’allarme squillavano di frequente e la mattina, fatto inusuale, c’era stato un duello aereo nel cielo un po’ oltre la periferia settentrionale di Hanoi. Più che visto lo si era sentito: un rombo continuo che andava e veniva, qualche scoppio secco dei missili aria-aria e poi due piccole sagome luminose - gli aerei - che a poca distanza l’una dall’altra sfrecciavano uscendo e rientrando nelle nubi. Il tutto nell’arco di un paio di minuti. Ma erano anche i giorni in cui la guerra stava scivolando via. La trattativa era intensa, si parlava di un accordo imminente. Nessuno lo diceva, ma erano tutti stanchi. E un conflitto - quando non c’è un chiaro vincitore sul campo - normalmente finisce per la stanchezza dei duellanti. Nella fotografia c’era Vo Ngueyn Giap, con le quattro stellette appuntate sul colletto della camicia, il viso illuminato dal faro di una telecamera, mentre stava scambiando qualche battuta con un giornalista straniero che gli era stato appena presentato e che gli stava per chiedere della trattativa con gli americani. Parlando in un perfetto francese, aveva prevenuto una domanda a cui non avrebbe risposto: «Questa guerra è terribile - mi aveva detto - ma siamo costretti a combatterla per conquistare una pace reale. Stiamo veramente combattendo contro le forze dell’oscurantismo e della barbarie per difendere i valori umani. E la vittoria sarà nostra». Era proprio Giap a parlare di «guerra terribile». Lui, il generale, il vincitore di Dien Bien Phu, il teorico della «lotta di popolo», il nome che veniva scandito a mo’ di slogan nei cortei di mezzo mondo - «Giap, Giap, Ho Chi Mihn…». Era proprio lui ad aggiungere che erano «costretti» a farla e a motivarla con «i valori umani» da difendere. Propaganda? Me lo sono chiesto tante volte. No, non era propaganda. Il fatto è che il Vietnam era infinitamente diverso dal suo mito propagatosi per il mondo. Combatteva solo per se stesso. Con il paradosso che non trasse alcun vantaggio dalla sua vittoria, anzi che vinse solo per gli altri.

La vittoria che non c’era (25 agosto 1976)
Da Nang era stata per anni una delle grandi basi americane nel Sud. Un simbolo negativo da colpire. I vietcong, quando volevano dimostrare di sapersi muovere come pesci nell’acqua, innalzavano la loro bandiera su uno sperone di roccia che sovrastava la città e con un mortaio, trasportato misteriosamente in cima, tiravano qualche colpo. Si era finito di combattere da poco più di un anno, con la presa di Saigon, con l’implosione del regime sud-vietnamita, con le scene angosciose di fuga degli americani e dei loro alleati, con un esito inseguito da un trentennio, da quando Ho Chi Minh, sull’onda della sconfitta dell’Asse nel secondo conflitto mondiale, aveva proclamato l’indipendenza. Ma non c’erano tracce di quella vittoria. Le botteghe sempre aperte erano ancora piene di tutti quei beni di consumo - televisori, radio, jeans, leccornie in scatola… - arrivati con i marines. Le strade erano piene di gente: immagini normali di Asia rumorosa, che parla, che mangia, che traffica. Per questo, colpiva la sede di un commissariato di polizia con il portone e le finestre blindate, colpiva vedere gli agenti di pattuglia armati di kalashnikov. Thong-nhat, la riunificazione, si mostrava con l’immagine dei liberatori trincerati e sospettosi e dei liberati che continuavano come se nulla fosse accaduto. In realtà era accaduto qualcosa. Alle sagge promesse di concedere un periodo di autonomia al Sud, di coinvolgere le «terze forze», cioè coloro che non si presentavano (e non erano) come partigiani del Nord e dei vietcong, di trasformare la pace in un vero e proprio tentativo di pacificazione e di ricostruire il Paese a tappe graduali, era seguita una pura e semplice annessione. Forse troppo lunga era stata la guerra e troppe élites aveva bruciato perché i vincitori potessero rinunciare a prendere tutto e perché tra i vincitori potessero avere una qualche voce i moderati, che pure c’erano. E poi perché il nazionalismo vietnamita non si affidasse alla potenza sovietica, cercando tutela e aiuti. Non c’era spazio per la parola libertà. E dopo l’indigestione di Vietnam, cominciava una grande fuga. La fuga dell’attenzione del mondo e la fuga di coloro che lì non riuscivano più a vivere per la paura dei campi di concentramento, pudicamente chiamati di «rieducazione», per il tenore di vita che si abbassava, per le crescenti rigidità del nuovo regime sempre più plasmato sul modello classico del «socialismo reale», per la ripresa delle tensioni a sfondo etnico, cominciando da quella con la numerosa e compatta minoranza cinese, gli hoa. La pace era stata soltanto la fine della guerra - certo importante dopo una devastazione così profonda. Ma nulla più. Anzi, con molto in meno, perché le conseguenze del passato continuavano non solo a pesare, ma anche a crescere, in un’Indocina sempre più chiusa in se stessa e al centro di nuovi possibili conflitti, questa volta inter-comunisti.

Il silenzio di Phnom Penh (25 gennaio 1979)
Non ricordavo se fosse stato un episodio che Milovan Gilas aveva vissuto, durante uno dei suoi viaggi a Mosca per parlare con Stalin, o fosse un incontro citato da Alexander Werth, il grande cronista dell’assedio di Leningrado e dell’Unione Sovietica del dopoguerra. Mi ripetevo solo la frase, pronunciata nel 1945 da un giovane ufficiale dell’Armata Rossa quando era già chiara la sconfitta nazista: «Non c’è mai stata in passato una guerra così accanita e terribile. Ma quando il mondo sarà tutto comunista, le guerre fra comunisti saranno ancora più accanite». Il mondo non era diventato tutto comunista, ma lo scontro tra vietnamiti e khmer rossi stava dando corpo a quella previsione. Così, guardando dal finestrino verso il basso, speravo di scoprirne qualche segno. L’aereo - un piccolo Antonov a due eliche, dell’aviazione militare - era decollato poco prima dell’alba da Saigon e non volava troppo in alto. La campagna cambogiana, alle prime luci del sole, si mostrava rigogliosa, pronta per il raccolto d’inverno, le risaie erano segnate da grandi e squadrate opere di canalizzazione, ogni tanto apparivano dei villaggi collegati da strade su cui non si riusciva a vedere neanche un veicolo. Poi con il passar dei minuti, via via che ci si avvicinava a Phnom Penh, il panorama cominciava a cambiare: distese abbandonate e aride si alternavano a zone allagate e poi a campi gialli, il colore della sterpaglia. Infine, lunghi chilometri di paesaggio lunare, segnato dai crateri dei bombardamenti, cioè i resti di un’altra guerra, la precedente, quella americana, finita appena quattro anni prima. Era il passato. Lo sconquasso del presente da lontano non era visibile. Lo diventava però da vicino. Fin dal momento dell’atterraggio in un aeroporto, Pochetong, che era vuoto, a eccezione dei militari (vietnamiti) che lo presidiavano e dei tecnici che consentivano il traffico militare. Sul piazzale la prima immagine era quella di un camion senza ruote né motore, appoggiato sul muso. Poco più in là, abbandonata, una batteria di cannoni da 130 millimetri, di fabbricazione cinese. Per il resto solo deserto, anche lungo i primi chilometri di strada verso la città. Case abbandonate, giardini incolti e ridondanti di vegetazione; qualche serranda scardinata e rimasta sollevata lasciava vedere all’interno delle rimesse automobili e moto dalle ruote sgonfie. La prima presenza umana erano state, a un angolo, cinque figure femminili, donne anziane o così sembravano, vestite con costumi neri un po’ laceri e sul volto i segni della fatica e della denutrizione. Non lontani, tre uomini, seguiti da un bambino, stavano camminando lungo una stradina laterale. L’aria tropicale era, come sempre, pesante e profumata, ma ogni tanto ti colpiva una folata di tanfo, a segnalare corpi in putrefazione o cadaveri bruciati. Erano già passati una ventina di giorni dalla presa di Phnom Penh, avvenuta quasi senza combattere, ma c’erano lo stesso molti morti e, spesso, non c’era ancora nessuno per seppellirli, soprattutto in periferia.
Quei dodici chilometri di strada erano sembrati molto più lunghi. La guerra era evocata dai segni che aveva lasciato e da alcune presenze. Qualche lenta jeep con la bandierina rossa sul cofano e, a bordo, pattuglie cambogiane del Fronte inquadrato dai vietnamiti, quel Fronte utilizzato soprattutto nelle retrovie, o impiegato contro i khmer rossi come un paravento per le foto ufficiali della presa della capitale e per il battesimo del nuovo governo. E due camion, velocissimi, che correvano in direzione contraria alla nostra, carichi di bo-doi, in assetto di combattimento, ciascuno con il kalashnikov a tracolla, in più dotati di bazooka e di mitragliere. Forse era un reparto della Dien Bien Phu, la famosa divisione d’assalto, che secondo gli esperti americani aveva sostenuto vittoriosamente l’urto principale. Poi, ai due lati della strada, fabbriche abbandonate, gli edifici devastati dell’università, distributori di benzina ormai ricoperti di ruggine e, a un certo punto, nello stesso silenzio della campagna, cominciava la città. Gli edifici erano vuoti, molte porte, sia di case che di botteghe, erano aperte sulla strada, segno evidente di un minuzioso rastrellamento compiuto dopo la presa di Phnom Penh. Le vie secondarie erano state chiuse da tempo, alcune con sbarramenti di lamiera e altre con transenne, oltre le quali si vedeva l’asfalto bucato da piante e arbusti. Ogni tanto, a rompere la monotonia di una capitale ridotta a deserto, ci si imbatteva in qualcosa che evocava i disastri dell’utopia. I resti della sede della Banca nazionale, distrutta con la dinamite il giorno in cui i khmer rossi avevano deciso di abolire la moneta. Lo spiazzo davanti al Mercato centrale, dove forse si era combattuto e dove i resti di un corpo carbonizzato si confondevano con la spazzatura, da cui si stagliava però un teschio bianco. L’edificio del liceo Tuol Sleng, che era stato trasformato in una prigione-mattatoio, dove si potevano vedere a piano terra la stanza in cui i prigionieri venivano fotografati con una polaroid - le stesse che si trovano nelle stazioni e nei sottopassaggi - e poi le aule, trasformate in celle o in camere di tortura, il cui pavimento era ancora macchiato di sangue. Vi erano stati trovati duemila corpi, le ultime esecuzioni in massa compiute prima della fuga. Lì, stranamente, non era stato toccato nulla, tranne i cadaveri, rimossi e sepolti; il resto era stato lasciato così come era stato trovato il 7 gennaio dai vietnamiti, compreso un lungo tavolo su cui c’erano scodelle, ancora piene a metà di riso ormai puzzolente, segno di un allarme che aveva interrotto il pranzo (o la cena) dei poliziotti. Ancora non si sapeva che, scavando nel giardino attorno, sarebbero venute alla luce le fosse comuni piene di ossa. Era un deserto in cui si sentivano i propri passi, un posto dove si vedeva come la vita fosse stata interrotta all’improvviso con un taglio chirurgico o, meglio, con la rivoluzione più radicale dell’ultimo mezzo secolo. L’immagine più forte di questo taglio chirurgico si compose in una strada piena di negozi dalle saracinesche aperte o dalle vetrine sfondate. L’autista, un militare, aveva fatto una sosta, apparentemente senza una ragione precisa, in realtà per farci vedere qualche cosa che conosceva e che lo aveva colpito. Uno di quei negozi era un’edicola, come ce ne sono ovunque nel mondo, né grande né piccola, con i giornali e le riviste esposte secondo un ordine che è lo stesso a ogni latitudine: i quotidiani da una parte, i settimanali da un’altra, quelli stranieri messi in mostra tutti assieme, e poi la zona dei fumetti, un po’ di libri e altre pubblicazioni con i titoli e i testi in caratteri cambogiani di cui era difficile capire il genere. C’era perfino l’odore di carta che c’è in ogni edicola. Ma a dare l’idea che ci fosse una grande anomalia, che ci fosse stata una vera e propria distorsione del tempo, era un piccolo particolare: quei giornali e quelle riviste portavano la data di tre anni e mezzo prima. La sola testata un po’ famigliare rimasta in mostra era quella di Newsweek, guardando la data era l’ultima copertina prima della fuga degli americani, con l’ammainabandiera sul tetto dell’ambasciata e la spola degli elicotteri. La saracinesca, ora riaperta, era stata chiusa per l’ultima volta un giorno di aprile del 1975. Forse il 17, quando i khmer rossi erano entrati a Phnom Penh e tutti avevano pensato che con la conclusione della guerra fosse finito un incubo; oppure il giorno successivo, quando l’edicolante dovette lasciare la città insieme al resto della popolazione. Già, l’edicolante: che fine poteva aver fatto? E i suoi clienti? Tutto sembrava svanito tre anni e mezzo prima. Il resto era solo tempo. Tempo indistinto. Tempo durante il quale ciò che avveniva in una Cambogia ormai chiusa all’esterno, aveva continuato a dividere il mondo tra coloro che inseguivano l’ennesima utopia, all’ombra del maoismo, coloro che, invece, si erano accorti che veniva consumato un genocidio e coloro, a dire il vero i più numerosi, che facevano finta di niente.

Il divano bianco di Pol Pot
Alla porta montavano la guardia due bo-doi in assetto di guerra. Dentro, l’ufficio era vuoto, spoglia la scrivania, sporche le fodere bianche delle poltrone e del divano dove le rare fotografie e le altrettanto rare riprese televisive lo avevano mostrato insieme ai suoi ospiti stranieri. Lui, Pol Pot, aveva fatto perdere da alcuni giorni le sue tracce. Forse era salito sull’ultimo aereo per Pechino, forse era alla frontiera thailandese, forse si era rintanato sui monti Cardamoni, la roccaforte storica dei khmer rossi, dove nei villaggi venivano arruolati i ragazzi che non sapevano leggere né scrivere, non ancora contaminati dalla modernità urbana, per essere trasformati nei guerriglieri più puri. La sua ombra però si sentiva, pesava ancora come una minaccia. Per il futuro, per il presente, ma anche per quello che c’era ancora da scoprire del passato. Allora si sapeva già che i morti erano stati tanti, che erano stati certamente più di un milione, forse due, anche se non era possibile dire una cifra credibile. Non lo sapeva neanche un piccolo cambogiano, in giacca a cravatta, che si era presentato con il suo cognome e il suo ruolo - Keochanda, ministro delle informazioni - e che si era limitato a dire che «c’erano stati molti massacri, cominciati subito dopo la liberazione, nel 1975» e che «erano stati uccisi anche molti dirigenti e militanti del partito». Insomma, c’era ancora molto da scoprire: quanta gente fosse morta, come venisse eliminata, perché i figli avessero denunciato i genitori e perché chi sapeva leggere e scrivere dovesse far finta di essere analfabeta, e i tanti altri orrori che componevano quella che era stata definita l’«utopia degli uguali». Da quando i khmer rossi erano entrati a Phnom Penh, ciascun cambogiano era stato reso uguale agli altri: aveva dovuto lasciar la casa, la gran parte dei suoi oggetti e, con essi, il suo passato e la sua identità. Non doveva aver soldi, non poteva andare a scuola, non gli era consentito possedere nulla: aveva perso ogni diritto. Tutto era sotto il controllo vigile di un’entità superiore, l’Organizzazione, cioè il partito, a essere precisi il partito comunista. Era difficile attribuire a un uomo solo una catastrofe di quella portata che poteva essere provocata solo da un concorso eccezionale di circostanze, oltre che di singole volontà. Un uomo solo non poteva averne la forza né la possibilità. Poteva esserne però il simbolo: Pol Pot lo era e lo sarebbe rimasto fino alla sua morte. Di lui, nel 1975, quando vinse la guerra, non si sapeva nulla, neanche che esistesse. Per l’Organizzazione era il Fratello numero 1. Il suo nome spuntò fuori solo dopo dodici mesi di mistero, durante i quali non si sapeva chi comandasse davvero. Si sapeva che non comandava il principe Norodom Sihanouk. Si conosceva il nome di Khieu Samphan, l’unico personaggio pubblico che aveva perforato la cortina della segretezza costruita attorno ai khmer rossi: giovane e brillante studente alla Sorbona, era diventato famoso nel Terzo mondo e fra i terzomondisti per una tesi di laurea che gli era valsa, appena rientrato in patria, la nomina a ministro, ma alla prima tangente che gli era stata offerta, nel lontano 1967, aveva sbattuto la porta ed era passato nella clandestinità. Un altro nome conosciuto era quello di Ieng Sary, ma solo perché ministro degli Esteri. Si parlava poi di Hou Youn e Hu Nim, entrambi allievi a Parigi, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, di uno dei più noti (e discussi) intellettuali vietnamiti, Nguyen Khac Vien, con il quale avevano passato giornate e nottate a discutere di liberazione nazionale, di riforma agraria e di marxismo-leninismo. Di Pol Pot nessuno o quasi sapeva nulla quando nel 1976 radio Phnom Penh ne parlò nelle sue emissioni per l’estero come del primo ministro della «Kampuchea democratica», come recitava la dizione ufficiale. Perfino sua cognata, Chea Samy, scoprì solo più tardi che il Fratello numero 1 era in realtà il fratello del marito. Lo avrebbe raccontato così (nel suo Danzando in Cambogia) lo scrittore Amitav Ghosh, uno dei grandi cronisti dell’Asia contemporanea: Chea Samy e suo marito «per un paio d’anni non seppero nulla di quello che era accaduto: era parte integrante della strategia del terrore dei khmer rossi tenere la popolazione all’oscuro di tutto. Udirono per la prima volta le parole “Pol Pot” nel 1978, quando il regime cercò di creare il culto della personalità attorno al suo capo nel tentativo di evitare il crollo imminente... Verso la fine dell’anno alcuni lavoratori iscritti al partito incollarono dei poster sui muri della mensa: dissero che era il ritratto del loro capo, Pol Pot. Appena guardò il poster lo riconobbe. Ecco come aveva scoperto che il leader dell’Angkar, la terribile, insondabile Organizzazione che dominava le loro vite, altro non era che il piccolo Saloth Sar». Saloth Sar era il nome, cancellato, di un cambogiano che si può definire fortunato. Fortunato perché era nato in una famiglia di contadini agiati, perché già all’età di sei anni aveva lasciato il suo villaggio, il cui orizzonte era delimitato dalle risaie, per cominciare un viaggio nel mondo. Così mentre l’Indocina era in fiamme tra il secondo conflitto mondiale e l’inizio della guerra guidata da Ho Chi Minh, aveva studiato al liceo Sihanouk, dove si selezionava la futura (e scarsa) classe dirigente, non era riuscito a essere ammesso al liceo Sisowath, l’altra grande scuola creata dalla monarchia, ma aveva ottenuto in compenso una borsa di studio per Parigi, cioè il vero esame di maturità attraverso cui era passata la generazione che guidò il movimento anticoloniale. Allora Robespierre diventò il suo eroe, allora avvenne l’incontro con il comunismo, con quello del Pcf a cui si era iscritto, con quello eretico di Tito (in un viaggio del 1950), con lo stalinismo (in un viaggio a Berlino nel 1952). Aveva vissuto in una delle grandi capitali occidentali gli anni più duri della guerra fredda e dello scontro nelle colonie. Erano stati per lui gli «anni del contatto», in cui si era amalgamata una miscela esplosiva costituita dai tanti elementi che poi avrebbero dato il loro segno alla tragedia cambogiana: il nazionalismo, il comunismo stalinista, l’egualitarismo contadino, il giacobinismo. Il resto - dal momento del ritorno in patria nel 1953 fino alla presa di Phnom Penh - era stato il seguito di una storia fatta di attività politica legale, di azione clandestina, di guerra di liberazione vera e propria alla guida del «popolo vecchio», cioè i contadini, i non contaminati dalla modernità. Una guerra contro gli americani, contro il vecchio regime, ma anche contro «il popolo nuovo», quello della città, quello alfabetizzato, che cominciava a conoscere i consumi.
I due soldati vietnamiti montavano la guardia a un ufficio vuoto e lo facevano sul serio. Uno dei due protestò un po’ nel momento in cui prevalse la curiosità e venne aperto uno degli armadi. La speranza era di scoprire le carte di Pol Pot e, invece, venne fuori un reperto di archeologia politica: gli scaffali erano ancora colmi della carta da lettere del principe Sihanouk, fino a dieci anni prima «capo dello Stato cambogiano». Nessuno aveva toccato nulla né durante il periodo in cui comandò il generale Lon Nol, né durante il regime dei khmer rossi. L’armadio non era stato nemmeno sfiorato dal decennio infernale del genocidio.

La verità che non era verità
Non so perché, ma ero convinto che il titolo dell’articolo, un reportage da Bangkok, suonasse così: «La fabbrica della menzogna». Era uscito sulla terza pagina dell’Unità, alla fine di marzo del 1977, due anni dopo la vittoria dei khmer rossi e poco più di un anno e mezzo prima della loro cacciata da Phnom Penh a opera dei vietnamiti. Forse di «fabbrica della menzogna» parlava una prima versione, poi cambiata. Forse in redazione se ne era discusso in quei termini. In realtà era un po’ più sfumato, più problematico («Cambogia: la verità difficile»), però il senso del testo era proprio quello di negare a priori il massacro perpetrato da Pol Pot e di dimostrare l’esistenza di un piano per falsificare la realtà. Il lungo articolo spiegava, infatti, che «una campagna di stampa, i cui promotori sono più che sospetti per i loro rapporti con la Cia e per la loro dichiarata ostilità alle forze popolari, cerca di accreditare l’immagine di una nazione in balia della crudele follia dei vincitori». Dei massacri si parlava usando sempre le virgolette, quanto alle cifre si sosteneva che erano state inventate a tavolino: venivano citate anonime fonti cambogiane per spiegare e giustificare tutto («Non è stata uccisa più gente di quanta ne sia stata uccisa in Europa alla caduta del fascismo...»), il regime veniva chiamato «governo popolare» di «un Paese teso a superare le conseguenze di una guerra spietata» e coloro che nei campi profughi alla frontiera tailandese lavoravano a raccogliere notizie e testimonianze erano definiti «personaggi il cui grado di attendibilità è misurabile sull’intensità dei servizi resi a Lon Nol». Mentre giravo per Phnom Penh deserta, mi era venuto in mente quell’articolo in cui veniva descritta come una menzogna la realtà che in quel momento avevo sotto gli occhi. Mi era venuto in mente semplicemente perché mi ero accorto che la distruzione della Cambogia era avvenuta grazie a una rete di silenziose complicità. Quei guerriglieri piccoli, bassi, vestiti di stracci neri, che non avevano alle spalle né una storia né scrittori o cronisti in grado di raccontarla, ma avevano goduto a lungo di molte simpatie nel mondo. Forse l’equivoco era nato proprio perché di loro non si sapeva nulla se non che erano contadini poveri che stavano per sconfiggere, insieme ai vietnamiti, la grande superpotenza americana, ovvero la capitale dell’impero. Era semplicemente un’altra rivoluzione, anche se misteriosa: così durante la guerra, tra il 1970 e il 1975, c’era stata una complicità dell’informazione anche se nessun giornalista - a differenza di quanto era successo nel resto del sud-est asiatico - era riuscito a raggiungere «le zone liberate», unico modo per scoprire l’identità di quel misterioso esercito. Complice era stato il principe Sihanouk, che solo la protezione cinese salvò poi dalle purghe polpottiane. Complici erano stati coloro che resistevano alla guerra americana senza essere comunisti (né di impronta moderata né di convinzione maoista): l’ambasciatore della Kampuchea a Hanoi, ad esempio - si chiamava Sien An, nel 1972 lo avevo incontrato spesso a cena nel ristorante dell’albergo vietnamita dove alloggiavo, poi venne arrestato con l’accusa di tradimento e ucciso a Tuol Sleng - era una persona gentile, colta, educata, che parlava un perfetto francese ma che rispondeva con frasi generiche a ogni domanda che gli veniva posta. Complici erano stati i grandi amici-rivali dei khmer rossi, cioè i vietnamiti, che conoscevano bene, anzi benissimo quella strana lotta di liberazione, che, in segreto, erano impegnati in un duello spesso cruento con il vertice dell’Organizzazione e che solo dopo la guerra aperta e la conquista di Phnom Penh, cioè a cose fatte, cominciarono a parlare apertamente dei massacri. Del resto la sinistra cambogiana, nonostante il mix di nazionalismo e di ortodossia marxista che la contraddistingueva, in fondo era anch’essa figlia di Ho Chi Minh e molti dei suoi capi e dei suoi attivisti avevano sangue viet nelle vene. Sponsor, più che complice, fu la Cina di Mao che durante la «rivoluzione culturale» aveva visto in Pol Pot un fedele alleato, nella sua guerriglia una propria arma e, poi, nella radicalità del regime uno specchio ideologico. E sponsor fu poi anche la Cina di Deng Xiaoping, quando iniziò l’era della moderazione, che vedeva nel regime di Phnom Penh un contrappeso strategico alla potenza regionale vietnamita e al sistema delle alleanze costruite dall’Urss di Breznev. Complice fu ancora, finché durò, il silenzio della sinistra occidentale, che negava l’esistenza di un regime di terrore solo perché quella era una verità raccontata dagli avversari. E, infine, complice fu il fatto che in molti, in buona o cattiva fede, stentavano a misurarsi con l’idea stessa di un nuovo genocidio. Invece, di sicuro, non fu complice Jimmy Carter, che era allora presidente degli Stati Uniti. Democratico, era stato eletto da un’America in crisi: nel momento in cui la presidenza era stata indebolita dallo scandalo del Watergate e il ruolo di superpotenza ridimensionato dalla sconfitta appena subita in Indocina. Pochi gli avevano dunque dato credito quando aveva cercato di porre all’attenzione del mondo il problema dei diritti umani e di tracciare un confine tra chi li rispettava e chi li calpestava. E quando aveva cominciato a parlare dei massacri in Cambogia non era riuscito a suscitare una grande attenzione, né d’altro canto aveva in mano, nelle condizioni date, altri mezzi efficaci di intervento. Così lo sterminio del «popolo nuovo» si consumò nel silenzio dei tanti amici che avevano allora i khmer rossi, nel disinteresse di quasi tutti coloro che non erano amici, e senza incontrare alcuna reale resistenza da parte di coloro che avrebbero voluto impedirlo.

L’illusione di Pham Van Dong
«Forse siamo riusciti a liberare il mondo da Pol Pot e a evitare la guerra con la Cina... Forse riusciremo a non interrompere il disgelo in corso con l’America... Forse Jimmy Carter ci sarà riconoscente». Pham Van Dong era uno dei «padri fondatori» del Vietnam, da anni la sua figura era nota nel mondo, era un moderato in un’Asia dominata da spinte radicali. Prima di cominciare a parlare, aveva chiesto che venisse spento il registratore, poi aveva ragionato a lungo. Forse aveva detto ciò che voleva sentire chi lo stava ascoltando, forse ciò che davvero pensava, più probabilmente aveva confuso la realtà con la sua illusione. Più alto della media dei vietnamiti, elegante nella sua giubba beige abbottonata fino al collo, mai categorico nei suoi discorsi ma sempre problematico, mai banale ma sempre denso, il vecchio primo ministro aveva un’aria triste, quella mattina a Hanoi, e faceva finta di non sapere che il pendolo della storia era stato fin troppo rapido nel tornare indietro. Faceva finta di non rendersi conto che la guerra-lampo in Cambogia aveva già avuto pesanti conseguenze: aveva quasi assolto quei khmer rossi che la comunità internazionale aveva appena bollato come i grandi criminali del decennio e aveva assimilato gli eredi di Ho Chi Minh all’espansionismo dell’Unione Sovietica di Breznev. In quei giorni, il Vietnam era caduto dal piedistallo ed era stato trascinato in un abbraccio mortale dalla tragedia cambogiana. La prima guerra aperta inter-comunista aveva avuto come effetto principale la cancellazione di quello che era stato vissuto - a torto o ragione che fosse - come un simbolo universale di libertà.

Tra Vietnam e Cina (29 gennaio 1979)
Il capitano Linh era sbucato fuori da una porta da dove fino a un istante prima, pur senza capire le parole, si era sentito un dialogo abbastanza agitato attraverso una radio da campo. Aveva sorriso, salutando, ma aveva subito spiegato che c’era uno scontro in corso: «Due ore fa i cinesi hanno attaccato con i bazooka la nostra postazione, davanti al cippo 23. Prima ci siamo ritirati di trecento metri, ora ne abbiamo ripresi la metà, ma abbiamo dei feriti». Poi aveva aggiunto: «È la loro tattica. Cercano gradualmente di avanzare, un po’ qua e un po’ là, ogni volta di poco e poi si consolidano». Dal piazzale aveva indicato una stazione radar, all’altro capo della valle: «Hanno realizzato quella postazione utilizzando i resti di un forte che i francesi costruirono sul cippo 18. Anche quell’edificio bianco laggiù, quello dove sventola la bandiera cinese, è opera dei francesi. Dovrebbe essere territorio nostro, invece ci sono loro». Lo aveva interrotto una staffetta che gli aveva consegnato dei fogli e, subito dopo, era stato richiamato alla radio. Avevo puntato il teleobiettivo della macchina fotografica sulla stazione radaristica, costruita su un cucuzzolo, in fondo alla strada. Ci saranno stati al massimo seicento metri, pochi per darti l’idea di una vera lontananza. Un po’ più sotto, sulla sinistra, il posto di frontiera sembrava a due passi, l’edificio bianco a più piani che si stagliava in mezzo al verde, con le finestre bloccate da serrande, con una lunga asta sul tetto e in cima all’asta una grande e vistosa bandiera rossa della Repubblica popolare cinese, su cui si potevano immaginare le cinque stelline gialle. Sulla destra l’altro posto di frontiera, alcune casette a un piano costruite a ferro di cavallo attorno a uno spiazzo al centro del quale era piantato un pennone da cui sventolava una seconda grande e vistosa bandiera rossa con lo stellone giallo della Repubblica socialista del Vietnam.
Guardando la postazione militare lontana, l’occhio era caduto su due piccole figure che si stagliavano, da un muro contro il cielo. Erano due militari, raggiunti quasi subito da un terzo. Erano rimasti immobili. Quasi certamente guardavano verso di noi, forse avevamo incrociato gli sguardi. Un momento strano, mentre le due bandiere rosse - cioè l’ideologia - davano la sensazione di una tranquillità amara e illusoria. Il capitano Linh tornava lentamente verso di noi quando si sentirono distintamente alcuni colpi in lontananza, verso Est, nella zona del cippo 23. «Tiri di artiglieria leggera», era stato spiegato. Tutto attorno una cornice di colline. Eravamo alla Porta dell’amicizia, che non era più tale, anche se per abitudine la si continuava a chiamare così. Fino a poche settimane prima era stato il valico più frequentato nel lungo e frastagliato confine tra il Vietnam e la Cina. A guardarla bene dava un po’ l’idea di una porta che chiunque poteva aprire o chiudere a piacimento. Il passaggio era sempre stato intenso. Si raccontava di tribù (le famose «minoranze delle montagne») che vivevano tranquillamente da una parte e dall’altra della linea tracciata, nel secolo scorso, dall’amministrazione coloniale francese; lì attorno - secondo alcuni addirittura fino alla metropoli di Canton - le popolazioni parlavano una lingua praticamente simile, anche se al Nord la scrittura era in ideogrammi e al Sud in caratteri latini; si aggiungeva che liberi erano i piccoli commerci e il va-e-vieni della gente della zona sia in un senso che nell’altro, anche se chi ci era passato in treno riferiva di rigidi e occhiuti controlli dei documenti e dei bagagli da parte dei doganieri. Quanto all’amicizia, la definizione risaliva agli anni in cui due rivoluzioni, quella guidata da Mao e quella diretta da Ho Chi Minh, avevano mescolato ideali, aspirazioni, slogan e visioni politiche, senza per questo riuscire a cancellare fino in fondo la tradizionale e reciproca diffidenza che separava i due popoli e le loro aristocrazie di nobili e di mandarini, almeno da quando i vietnamiti avevano cercato una propria identità. Ma da un mese tutto era fermo. Il traffico ferroviario e quello stradale erano stati interrotti, la frontiera era chiusa. Quel pomeriggio, gli unici a usare la famosa strada numero 1 erano i soldati di pattuglia, con il kalashnikov a tracolla e le bombe a mano alla cintola.
Il capitano Linh aveva spiegato, carte alla mano, cosa era quella strana guerra che si stava combattendo, quasi in segreto, lungo i cippi che indicavano una linea di confine di diverse centinaia di chilometri, concordata tra il 1887 e il 1895 dalla Francia, allora potenza coloniale in Indocina, e dall’Impero di mezzo. Aveva detto che la collocazione di 58 di quei cippi era contestata dai cinesi che, oltretutto, consideravano quel confine come il frutto di un «trattato ineguale». Eppure, lì si era materializzato per anni e anni, grazie al passaggio di merci e di uomini, un lungo rapporto di vicinanza e di solidarietà politica. Di questo rapporto si vedevano i resti lunghi i chilometri, ai lati della lunga strada che partiva da Hanoi e risaliva verso il Nord. L’asfalto consumato dalle buche, i camion sgangherati, il traffico delle biciclette e l’attraversamento dei villaggi rallentavano la marcia della Volga nera. Accanto, lungo tutto il percorso, offrendo la stessa idea di lentezza, ci seguiva la linea ferroviaria. I binari erano tre e alla domanda che non si poteva evitare di fare mi ero sentito rispondere che lo scartamento era duplice, quello ridotto per i trenini coloniali vietnamiti e quello normale per i convogli cinesi. C’era stata una pausa e poi un’aggiunta, con un tono amaro di voce: «Quando passavano». Sembrava che si parlasse di un’altra epoca, quella in cui treni che venivano dalla Cina avevano attraversato la piana del Tonchino che era uno dei grandi teatri della guerra più lunga del secolo (perché era iniziata nel momento della resa della Francia nel 1940 ed era continuata grazie a tanti protagonisti, dai giapponesi agli americani, e ripresa anche quando era sembrato che potesse finire, come era avvenuto nel 1954, nel 1968 o nel 1975). Un altro resto erano i lunghi tubi che uscivano a tratti dal terrapieno accanto alla strada, soprattutto quando si incontrava un ponte, ma che però erano spesso spezzati e rievocavano la fantasia e le risorse che consentirono una resistenza così lunga alla grande potenza americana. Era stato uno dei tanti piccoli oleodotti grazie ai quali il carburante giungeva attraverso il confine, negli anni del blocco delle coste e dei bombardamenti dal cielo. Segno invece che l’amicizia apparteneva al passato era la presenza dei militari, che diventava sempre più visibile, con il macinar dei chilometri: soldati al lavoro attorno a baracche che davano l’idea di acquartieramenti improvvisati; soldati che parlavano fra loro in gruppi, forse in libera uscita, forse semplicemente in attesa dei giorni di guerra; soldati in addestramento, armati di fucile e apparentemente attenti ai comandi del loro ufficiale; soldati fra la gente, nei villaggi che si superavano. Così, entrando nella città di Lang Son, quella più vicina alla frontiera, mi sembrava di essere tornato indietro di qualche anno. Davanti alle case erano di nuovo spuntati i rifugi, montarozzi di terra battuta e di mattoni rossi a copertura delle trincee scavate sotto il livello della strada. Il Vietnam era di nuovo in guerra. Questa volta però il nemico non erano gli americani, ma i cinesi. Ovvero gli amici, o meglio, gli stretti alleati di un tempo.

La risaia di Mao
Hoang Doan Luoc e Nguyen Ngoc Hoa, guardie di frontiera, poco più che ragazzi, avrebbero certamente ricordato a lungo quel giorno. Erano appena stati fatti scendere in barella dall’ambulanza e, distesi su due lettini, erano attorniati da infermiere che parlavano tutte insieme senza fermarsi. Il primo aveva un piede squarciato e le gambe spezzate, due strettissimi lacci sulle cosce avevano bloccato l’emorragia e, attraverso i pantaloni stracciati, il colore della pelle si confondeva con il bianco della calce: gli era caduto addosso un muro della postazione costruita davanti a uno dei cippi collocati a segnare il confine tra la Cina e il Vietnam. L’altro soldatino era stato colpito al fianco destro e la sua uniforme era zuppa. Erano stati feriti durante il combattimento al cippo 23, di cui ci aveva parlato quasi in diretta il capitano Linh. Uscendo dall’ospedale mi erano venute in mente le conversazioni avute qualche anno prima a Hanoi, quando avevo chiesto in giro se la vicinanza geografica fosse motivo di amicizia o, al contrario, di diffidenza, se i vietnamiti nel grande scisma del comunismo mondiale si fossero sentiti più legati ai cinesi o ai sovietici, se e come la riconquista di un’identità nazionale, dopo aver subito una lunga dominazione coloniale, fosse prevalente sulla stessa idea (o formula?) dell’internazionalismo. In risposta ricevetti il racconto di tre storie, probabilmente tutte e tre vere.
La prima riguardava i mesi, nel 1954, in cui i bo-doi del generale Giap, trasportando i rifornimenti in bicicletta, stavano stringendo l’assedio attorno al campo fortificato di Dien Bien Phu in quella che fu la battaglia decisiva, destinata a far tramontare l’impero coloniale francese. La condotta militare dei vietnamiti era contrassegnata dalla prudenza: conquistavano un avamposto del nemico dopo l’altro, senza fretta, riducendo al minimo le perdite e compiendo lo sforzo più ridotto. Era un’avanzata lenta, sicura, ma esposta ad alcuni rischi politici. In particolare uno, quello di concedere il tempo agli americani per organizzare un loro intervento. Cinesi e sovietici avevano preso sul serio la minaccia formulata dal segretario di stato John Foster Dulles sul possibile uso dell’arma atomica. Così Mao, probabilmente d’accordo con i sovietici, mandò da Ho Chi Minh il suo Stato maggiore per convincerlo a un’azione più rapida, con assalti a ondate successive di soldati, un metodo che avrebbe chiuso la battaglia in poche ore, anche se al prezzo della decimazione dell’esercito. Ho Chi Minh non aveva alcuna intenzione di accettare quel suggerimento che in realtà suonava un po’ come un’imposizione, ma non voleva neanche pronunciare un esplicito rifiuto. Così venne organizzato in gran fretta un lungo spettacolo di danza tradizionale che occupò, con l’eccezione di uno scambio di brindisi, l’intero incontro finale, in cui i cinesi si aspettavano una risposta prima della loro partenza.
La seconda storia riguardava la richiesta di Ho Chi Minh, dopo la conquista dell’indipendenza nel 1954, di preparare i piani di difesa nazionale. Gli vennero portati, dopo qualche settimana, gli incartamenti che riguardavano tutti i progetti per contrastare un attacco da Est, dal Golfo del Tonchino, quindi via mare, un’offensiva dal Sud, quindi dal Vietnam meridionale dove si era installato il governo filo-americano di Ngo Dinh Diem e da Ovest, cioè dal Laos dove c’era una lotta dall’esito incerto e da dove avrebbero potuto essere attuate operazioni militari e infiltrazioni di diversa natura. Non era stato preparato alcun piano di difesa dal Nord, lungo le centinaia di chilometri di frastagliata frontiera con la Cina. Ai suoi collaboratori, stupiti, chiese perché ci fosse stata quell’omissione. Si sentì rispondere che la rivoluzione di Mao era una rivoluzione affine alla loro e ribattè domandando per quale ragione non si dovesse pensare di doversi difendere anche dagli amici. La terza storia riguardava un episodio più recente, avvenuto nel periodo della «rivoluzione culturale». Era successo che il collettivo politico dell’ambasciata di Pechino aveva organizzato una manifestazione, chiamando tecnici, studenti, ma soprattutto cercando di coinvolgere i vietnamiti di origine cinese, cioè gli hoa, con l’intenzione di protestare anche sotto l’ambasciata sovietica e di creare un clima di tensione. Si pose il problema di cosa fare: pressioni diplomatiche, cordoni della polizia, un divieto esplicito. Nulla di tutto questo: quel giorno le sirene dell’allarme anti-aereo suonarono mezz’ora prima dell’inizio previsto del corteo e il cessato allarme venne dato a notte fonda.
Erano tre storie che rivelavano un rapporto difficile, complicato, di diffidenza, ma anche contrassegnato dalla prudenza. E riguardavano il passato. In quei giorni, invece, non c’era più alcuna prudenza. Su, alla frontiera si parlava di «guerra dei cippi», ma si sapeva benissimo che lo scontro non era sulla linea di confine, bensì sulla Cambogia, sull’egemonia in Asia, sui rapporti con l’Unione Sovietica. Hoang Doan Luoc e Nguyen Ngoc Hoa non erano stati feriti per difendere il suolo della patria, ma semplicemente in uno scontro nel nome di una superiorità politica e ideologica che Pechino e Hanoi rivendicavano l’una contro l’altra, sventolando ciascuna la propria bandiera rossa. In quei giorni, l’anziano Le Duan, segretario del Partito comunista, diventato noto in Occidente per aver proposto una volta una sorta di «terza via» tra Urss e Cina, aveva raccontato altre storie, meno leggere. C’erano stati anni in cui aveva stretto rapporti di amicizia anche personale con Mao, si erano incontrati spesso soprattutto nel periodo in cui il grande timoniere dopo la rottura con i sovietici aveva progettato di costruire un polo del comunismo asiatico. «Lo conoscevo bene - mi aveva detto - e vi assicuro che il suo sguardo non andava oltre la risaia. Non ragionava più di un contadino». E poi, trascinato da una foga polemica, coinvolse nel peccato l’intera leadership cinese, anche quella moderata, visto che in quel momento stava tornando al vertice Deng Xiaoping. «Vi ricordate Liu Shaoqi?», chiese. «Venne qui, proprio in questo palazzo, nel 1965 a dirci che anche noi avremmo dovuto aiutarli a mandare armi ai comunisti indonesiani, perché quello era il momento giusto per prendere il potere e di assestare un colpo definitivo alla presenza americana nell’Asia sud-orientale. Noi cercammo di dissuaderli, cercammo di dissuadere anche il capo del Pc Aidit. Ma invano. Ecco chi ha sulla coscienza quel milione di morti nella repressione seguita al tentativo fallito di impadronirsi dell’Indonesia».
Vero? Falso? Non si saprà mai. Salutando Le Duan si era però capito che l’urto tra quei due comunismi era totale, viscerale, pre-politico. In quel momento ciascuno pensava di poter chiudere vecchi conti ancora aperti. Ideologici, politici, nazionali, forse anche personali. Poco più di tre settimane dopo i cinesi attaccarono per dare «una lezione», come aveva detto pubblicamente Deng. Usarono la tecnica delle ondate di soldati, quella che Ho Chi Minh aveva rifiutato a Dien Bien Phu. Ci fu una guerra breve, con diverse decine di migliaia di morti da una parte e dall’altra. La guerra in cui svanì l’immagine del comunismo asiatico. Finì allora, con il velo sollevato sul genocidio cambogiano e con le cannonate alla Porta dell’amicizia, l’idea che dall’Asia potesse affermarsi un modello di socialismo capace di essere più forte e convincente di quello sovietico, costruito sulle burocrazie, sugli apparati e sull’ortodossia. Per dieci anni, forse più, in mezzo mondo si era guardato a una costruzione in cui era mescolato tutto: la «Lunga marcia» e il guerrigliero vietnamita con i sandali di caucciù, la «rivoluzione culturale proletaria», i khmer rossi e l’antimperialismo nord-coreano, la legittimazione del ribellismo nello slogan con cui Mao invitava a «sparare sul quartier generale» e il nazionalismo di Ho Chi Minh, il contadino che strappava alle acque una terrazza di risaia e gli altiforni di villaggio, la bomba atomica cinese e l’esaltazione del «grande disordine», il rifiuto dei consumi e l’egualitarismo... Per dieci anni, dal ’68 in poi, in mezzo mondo, grandi pezzi di sinistra e quasi un’intera generazione avevano pensato che l’Asia, nel suo insieme e in quanto capitale del Terzo mondo, avrebbe segnato il successo di un socialismo puro, un socialismo dei poveri, alternativo a quelli di Krusciov e di Breznev. Anche per questo gridavamo «Indocina libera».

Giap, il generale che perse la sua libertà (18 dicembre 1986)
Sulla scalinata del palazzo dove si svolgeva il sesto congresso del Partito comunista vietnamita, nel pieno dell’«era Gorbaciov» che cominciava a sconvolgere il grande impero sovietico, Vo Nguyen Giap stava parlando con un vietnamita in giacca e cravatta. Mi avvicinai per salutarlo e fargli qualche domanda. Non feci in tempo a dire «Bonjour, général…» che il vecchio vincitore di Dien Bien Phu si ritrasse istintivamente di un passo e che il suo interlocutore ne fece invece uno in avanti per dirmi che «le général ne parle pas français…». Mi scusai, non insistetti. Sapevo benissimo che il francese era la sua seconda lingua. Ma era un suo diritto stare zitto. Da tempo il Vietnam non era più un mito. Con la stessa facilità con cui era diventato un simbolo per mezzo mondo, era stato rimosso. Ma il silenzio di Giap - che in quegli anni si era schierato con la svolta gorbacioviana - era ancora eloquente. Lui, uomo simbolo di una lotta di liberazione, aveva finito col perdere la sua libertà di parlare. Sì, anche lui.

 

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