archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Comunione e comunicazione

LIBERAL BIMESTRALE
di Joseph Cardinal Ratzinger

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

Torna al sommario
cop15_th  
Il tema, che mi è stato proposto, comprende tre concetti principali: comunicazione, cultura, evangelizzazione. Innanzitutto occorre dire che i due concetti di comunicazione e di evangelizzazione sono chiaramente collegati: evangelizzazione è comunicazione di una parola, che è qualcosa di più che una parola - è un modo di vivere, anzi la vita stessa. (...) Fra le due parole comunicazione ed evangelizzazione nel nostro tema si trova la parola cultura. Evidentemente si intende così designare il mezzo di comunicazione, l’ambiente, nel quale si può verificare la comunicazione. Di fatto il Vangelo non viene portato a uomini, il cui spirito sarebbe una tabula rasa, come secondo Aristotele e Tomaso d’Aquino è lo spirito umano nel primo momento del risvegliarsi alla vita. No, la tavola dello spirito, alla quale giunge la nostra predicazione, è riempita di molteplici scritte e viene continuamente in contatto con innumerevoli comunicazioni, così che sembra quasi impossibile collocarvi ancora qualche altra cosa. Nell’odierna sovrabbondanza di informazioni vi è ancora posto sulla tavola delle nostre anime o il Vangelo, come sembra accadere spesso, può essere scritto ormai solo sul suo margine più esterno? O forse il Vangelo non è un’informazione fra le altre, una riga sulla tavola accanto ad altre, ma la chiave, un messaggio di natura totalmente diversa dalle molte informazioni, che ci sommergono giorno dopo giorno? Se il Vangelo appare solo come una notizia fra molte, può forse essere scartato in favore di altri messaggi più importanti. Ma come fa la comunicazione, che noi chiamiamo Vangelo, a far capire che essa è appunto una forma totalmente altra di informazione? Non è facile dare una risposta. Avevo affermato che la tavola dello spirito non è priva di scritte. Dobbiamo aggiungere: la persona umana non è mai sola, essa viene plasmata da una comunità, che le offre le forme del pensare, del sentire, dell’agire. Questo insieme di forme di pensare e di rappresentare, che plasma in antecedenza l’essere umano, la chiamiamo cultura. Della cultura fanno parte innanzitutto la lingua comune, poi la costituzione della comunità, quindi lo Stato con le sue articolazioni, il diritto, le consuetudini, le concezioni morali, l’arte, le forme del culto, ecc.. La parola del Vangelo si inserisce in questo insieme vitale della «cultura» per essere in essa per così dire lievito, che penetra tutta la massa. Il Vangelo presuppone la cultura, non la sostituisce, ma la plasma. (...)

*****

Il tema a me proposto tuttavia aggiunge alla questione generale della comunicazione del Vangelo tramite lo strumento della cultura ancora una determinazione temporale: il Terzo millennio. Non si tratta quindi in astratto del rapporto fra Vangelo e cultura, ma di come si possa rendere comunicabile il Vangelo nell’ambito della cultura di oggi. Così occorre almeno in modo molto breve domandarci: cosa è dunque la nostra cultura, che scrive oggi sulla tavola delle nostre anime? La precisazione temporale è inoltre accompagnata a motivo della cornice del nostro convegno anche da una determinazione locale: si tratta della Chiesa in Italia. Ora, l’Italia con le sue caratteristiche del tutto specifiche fa parte del mondo occidentale e della sua cultura. Questa cultura da una parte è stata edificata dal cristianesimo, e in Italia questa conformazione attraverso la fede cattolica è senza dubbio ancora sostanzialmente più fortemente operante che in molti altri Paesi occidentali. In questo senso il Vangelo parla qui non semplicemente in una cornice totalmente estranea. Questi elementi perduranti di una cultura cristiana non possiamo sottovalutarli e non vogliamo nello zelo del rinnovamento metterli da parte quale ciarpame invecchiato, come è accaduto qui e là nel primo entusiasmo del tempo postconciliare. (...) Tuttavia già sempre, anche nel Medioevo, questa cultura cristiana era insidiata da elementi non cristiani e anticristiani. A partire dall’illuminismo la cultura dell’Occidente si allontana con velocità crescente dai suoi fondamenti cristiani. La dissoluzione della famiglia e del matrimonio, i crescenti attacchi alla vita umana e alla sua dignità, la riduzione della fede a realtà soggettiva e la conseguente secolarizzazione della coscienza pubblica così come la frammentazione e la relativizzazione dell’ethos ci mostrano questo in modo oltremodo chiaro. (...)

*****

Prima che io cerchi di concretizzare ancora ulteriormente queste riflessioni in un paio di tesi, vorrei proporre per questo itinerario di incontro e di confronto culturale un’immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (379 d.C.), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti a un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all’autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: «Pastore sono e coltivatore di sicomori» (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l’ultima espressione: «Io ero uno, che taglia i sicomori». La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: «Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l’insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile». Christian Gnilka commenta così questo passo: «In questo simbolo si trovano l’ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo... ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca... I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio... D’altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell’immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella «fuoriuscita» del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione». (...) Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: sì, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei «coltivatori di sicomori»: l’intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell’insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola «abitudini» (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell’evangelizzazione nell’ambito della cultura. Il Vangelo non sta accanto alla cultura, l’evangelizzazione non è un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il Vangelo è un taglio, una purificazione, che diviene maturazione e risanamento. È un taglio che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, che esige quindi comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o anche palesi.

*****

A me sembra che in tal modo veramente sia stato detto l’essenziale di ciò che esige l’incontro fra fede e cultura. Così è anche corretta la concezione unilaterale che oggi spesso associamo con il concetto di inculturazione. Forse è però sempre utile illustrare ancora brevemente in tre tesi ciò che si è voluto dire.
1. La fede cristiana è aperta a tutto ciò che di grande, vero e puro vi è nella cultura del mondo, come Paolo ha ben espresso nella lettera ai Filippesi: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (4,8). (...) Chi oggi evangelizza, innanzitutto ricercherà nella nostra cultura, ciò che in essa si apre al Vangelo e si preoccuperà di sviluppare ulteriormente questi «semi del Verbo». Prenderà in considerazione anche i contesti sociologici e psicologici, che oggi si oppongono alla fede o viceversa possono divenire punti di incontro. Il cristianesimo in passato aveva avuto inizio in una cultura cittadina ed era riuscito solo lentamente a interessare la campagna: gli abitanti della campagna rimanevano «pagani». Si è poi associato alla cultura agraria e oggi deve ritrovare nelle culture cittadine gli spazi, in cui poter porre la sua dimora. I «movimenti», le nuove forme di itinerari alla fede nei pellegrinaggi, ecc., gli incontri nei santuari, le giornate della gioventù indicano dei modelli; su di ciò dovranno riflettere le Conferenze episcopali con i loro esperti.
2. La fede conosce e ricerca i punti di contatto, recupera ciò che vi è di buono, ma è anche opposizione a ciò che nelle culture sbarra le porte al Vangelo. È un «taglio», come abbiamo sentito. È quindi stata anche sempre critica delle culture e deve essere proprio anche oggi impavida e coraggiosa. Gli irenismi non aiutano nessuno. Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla pompa diaboli: del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla «pompa del demonio». Che cosa è? Da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell’uomo era il culmine dell’intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell’uomo un’immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo e un contrassegno per il «taglio», che qui si rende necessario. Chi non potrebbe vedere le analogie con il presente e le sue degenerazioni culturali?
3. Nessuno vive solo. Il richiamo al rapporto fra Vangelo e cultura vuole mettere in luce questo. L’evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione e una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (258 d.C.) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? Non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l’impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio e il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo al tema della cultura, al tema del «taglio». Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle «abitudini», cioè di una cultura che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (390 d.C.) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: «Per le sue conoscenze... rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, “che tutto crea” e “volge al meglio” (Amos 5,8 LXX) egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l’irragionevolezza alla ragione». Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha «messo in salvo» ciò che di essenziale e di vero essa conteneva. Questo è il compito che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo - questo è evangelizzazione della cultura.

 

web agency Done Communication