A proposito di luoghi comuni, vorrei sfatarne subito uno. Il problema del rapporto mass-media e Chiesa si risolve moltiplicando gli strumenti - i media, appunto - per noi disponibili, o abbandonandosi con impeto neofita all’ultimo strumento che si affaccia sul proscenio. Più strumenti non comportano, per automatismo magico, più comunicazione. Oggi aprire un sito è facilissimo. È molto più facile che installare una radio privata; e negli anni Settanta molti di noi pensavano, analogamente, che il problema dell’emittenza radiofonica libera si risolvesse occupando più frequenze. Che sono certo condizione indispensabile. Ma per comunicare che cosa? Negli stessi anni Settanta una gran massa di italiani trasmigrava verso le radio private. Oggi una massa non altrettanto imponente, ma comunque significativa di italiani naviga a vele spiegate sulle rotte del web. Perché lo fa? Che cosa cerca? E da noi che cosa vuole? Disponiamo di svariati media. Ma la sensazione che si dà talora è di essere poco più che coreografici, se non addirittura afoni.
Illusioni, dunque, oltre che luoghi comuni. Italiani & Media, il secondo rapporto sulla comunicazione, pubblicato dal Censis insieme all’Ucsi, rivela che un italiano su due non utilizza abitualmente alcun medium salvo la televisione. Il rapporto li definisce efficacemente «marginali» o «poveri», e sono la grande maggioranza. Un italiano su due non legge, se non del tutto saltuariamente; non acquista né possiede libri, se non i testi scolastici dei figli, se ha figli. I «pionieri», che usano tutti i media e anzi dedicano ai quotidiani e alla radio più tempo che alla tv, sono appena un milione, il 2.3 % della popolazione: un’élite di studenti e professionisti, laureati e diplomati al di sotto dei 45 anni. Un’élite di specializzati oppure semplicemente di intellettuali a tal punto consapevoli da rischiare un distacco sovrano rispetto all’indigenza di molti. Si ritiene che le coordinate culturali classiche resistano. Non ci si rende conto invece che sono ormai solo inerziali. E che la popolazione si trova per lo più in un’altra orbita. Ma la gente «nostra» dov’è, dove si colloca? I fedeli, il popolo delle parrocchie ma anche delle aggregazioni laicali, non sono poi in recinti separati, né li ritroviamo in statistiche speciali. Oso affermare che neanche i nostri parroci riservano chissà quale sorpresa. E anzi, il sovraccarico di lavoro per lo più li induce - loro fortuna - a disertare il video. Con il rischio purtroppo collegato di una sottovalutazione pratica circa la ricaduta concreta dei media sulla coscienza del pubblico. Prioritario così, a volte, finisce con l’essere invece l’orario delle riunioni. Un assillo, magari camuffato, garantire il colore in ogni pagina del proprio bollettino parrocchiale con splendido apparato fotografico, magari a soggetto fisso. Per il resto «non c’è tempo», anche se questo implica restare ai margini dei processi mentali più praticati. Salvo poi domandarsi, con un carico anche angoscioso: ma perché è così difficile oggi educare, formare, «tirar su» cristiani adeguati a questo tempo? Perché è più difficile di ieri incidere sul proprio territorio, su quel reticolo umano e sociale che pur è stato visto dispiegarsi e crescere? Salvo ancora restare attoniti dinanzi alle tragedie che accadono proprio nell’Italia della provincia, tra la gente che si conosce e dalla quale «mai ci si aspetterebbe…». Già, questo è il punto. Anzi, il sintomo.
Tutti sulle spalle di Enea
Il problema, scarsamente avvertito all’interno delle nostre comunità, è che siamo già tutti - proprio tutti - sulle spalle dell’Enea mediatico, ossia che - consapevoli o meno - viviamo tutti in simbiosi con i media. (...) La «cultura pubblica» - cioè lo stampo sul quale tende a formarsi la mentalità individuale - si sagoma sul tornio di un palinsesto che è un combinato di programmazione televisiva miscelata dallo zapping, pubblicità subita senza filtri, un po’ di radio e di carta stampata consumata in modo sempre più anomalo rispetto al timone redazionale, il tutto inserito in un contesto spettacolare-giocoso che oltre a banalizzare qualsiasi contenuto sembra imporsi come il codice trionfante dell’era ipermediale. Ne esce singolarmente confermata la storica profezia del massmediologo americano Neil Postman: la società dei media altro non fa che proporre di «divertirsi da morire». Attenzione, non sto già parlando dei contenuti dei media, o dei messaggi. Ma dei mezzi di comunicazione in sé. Sento dire non raramente che il medium (e s’intende di solito la tv) è neutro, tutto dipende da quello che vi infilano dentro. E dunque il problema si ridurrebbe alla qualità dei programmi. Vorrei naturalmente che fosse vero: sarebbe tutto più semplice. Ricordo qui le parole di Giovanni Cesareo, nell’Introduzione all’edizione dell’86 del classico Gli strumenti del comunicare (Understanding Media, 1964), che così spiega il famoso, e abusato, motto di McLuhan, il me-dium è il messaggio: «Affermando che l’“uso” del medium “non conta”, McLuhan intendeva indicare, con il massimo di carica provocatoria, che gli “idioti tecnologici” non riuscivano a capire quanto ampio, pesante e determinato fosse l’impatto dei diversi media nel condizionare la concezione del mondo e l’organizzazione dei rapporti tra gli uomini già a monte dei “messaggi” che essi potevano veicolare. Si trattava, dunque, della smentita più radicale a una presunta neutralità dei media (…). Il medium è ben più d’un semplice canale».
I mass-media, la nostra aria
I mass-media cioè non sono semplici «mezzi», freddi «strumenti» che asetticamente veicolano i messaggi, o fanno scorrere contenuti. I mass-media sono bocche di fuoco che già fanno ambiente, che già determinano l’aria che respiriamo, l’acqua in cui nuotiamo, l’universo che abitiamo. Sono loro, strutturalmente - questo stava a cuore a McLuhan, la struttura dei singoli media, da comprendere e disvelare per un uso, o un rifiuto, consapevoli - i principali ispiratori della modernità. Impossibile oggi comprendere il mondo e i nostri simili a prescindere da una comprensione profonda dei mass-media. E questo basterebbe per renderci inquieti. Come possiamo appellarci al giacimento religioso-cattolico, che è in dotazione della nostra coscienza collettiva, quando i media per natura loro intrinseca procedono per impressioni e non attraverso accumulo? Che risultato dà puntare sull’interiorità quando le nostre strutture cognitive sono tutte proiettate verso l’esterno? Ha ancora valore il procedimento logico-progressivo in cui è cresciuta la generazione precedente la mia, se le pulsioni a cui si è soggetti modificano l’organizzazione del sapere? Se la ritenzione dei significati e del proprio punto di vista è inesorabilmente sfidata e fatalmente infiacchita? (...) Che cosa significa per noi, in ultima analisi, quel «conoscere bene il mondo contemporaneo» raccomandato vivamente dal Concilio (cfr.A.A.29b), e quel saperci porre continuamente «al livello della cultura» della società in cui viviamo, la quale inesorabilmente evolve e non sempre per linee razionali e prevedibili?
Modernità liquida
Ma che tipo di società è la nostra? Zygmunt Bauman parla di modernità liquida. Nulla è durevole e tutto deve cambiare; i modelli sono tanti, innumerevoli, tutti sullo stesso piano e in contrasto tra loro, con il risultato che nessuno ha reale autorità né potere coercitivo. Non ci sono più strutture date una volta per sempre. Bisogna cambiare, questo è l’imperativo. (...) La coscienza non sopporta né confini segnati né posti di frontiera. Qualsiasi rete densa e fitta di legami sociali, e in particolare una rete profondamente legata al territorio (pensiamo alla famiglia e alle comunità ecclesiali), rappresenta un ostacolo, dunque va sminuita, resa irrilevante. Modernità liquida, dicevamo, o «modernità in polvere», secondo la definizione che ne dà l’antropologo indo-americano Arjun Appadurai. I mass-media non si limitano a rappresentare la società neomoderna. La sostengono, la alimentano. Per il filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger la neo-tv che nulla dice perché nulla vuole dire, non porta a termine alcun discorso perché non intende andare da alcuna parte, la tv il cui fine è la tv stessa, il cui scopo è insito in sé. Farsi guardare, null’altro che farsi guardare. Il più a lungo possibile. Da più gente possibile (la dittatura dell’audience!). (...) Nessuno caccia i preti dalla neo-tv, purché accettino le regole della neo-tv e si accomodino di fianco alla fattucchiera, al mago e all’opinionista «zero», oppure si releghino agli estremi margini del palinsesto. Nessuno oggi intende escluderci in modo esplicito; specie se portiamo l’abito, che fa tanto colore, possiamo restare, purché ci uniformiamo alle regole e non pretendiamo di segnare eccezione. Vespa in questo non è diverso da Costanzo. Questa tv è la rappresentazione fedele della modernità liquida. (...)
Postazione di riscatto
È evidente che la Chiesa non può coabitare tranquillissimamente nella neo-modernità, mostrandosi indifferente o rassegnata di fronte alle sue provocazioni. D’altra parte, in quale clima culturale si è mai accasata pacificamente, nella sua storia bimillenaria? In nessuno. E sua capacità è stata quella non di contrapporre una cultura propria a una cultura «altra»; un suo mondo preconfezionato ad altri «mondi» in continuo allestimento; ma possibilmente di trasformare e riscattare. E questo fin dai primi secoli cristiani, nei confronti della classicità. (...) Dunque, stare dentro il processo con una propria attitudine reattiva. Oggi, poi, c’è un motivo in più - secondo me - per stare dentro ai meccanismi che concorrono al formarsi della cultura pubblica. Se assistiamo a uno spegnimento progressivo del pensiero critico-personale, è anche vero che la parola umana per effetto dei media elettronici è tornata a essere di nuovo pubblica. Avverte Derrick de Kerckhove: «La maggior parte delle informazioni viene trattata non più nell’isolamento della coscienza privata e neppure nell’interazione dei lettori con il testo, ma in piena luce dai media elettronici, dalla radio e dalla televisione». Ecco, a me pare che sia questo scenario a cielo aperto, questo laboratorio di calchi nuovi che però non conosce pareti chiuse, a costituire la sfida più interessante. (...)
Emergenza che ci rimodella
Le emergenze però si affrontano. Senza paraocchi o mistificazioni. E le si affronta tutti insieme, comunitariamente. I cirenei sono necessari, ma non bastano. Diventano patetici se li si lascia soli a oltranza. (...) Non vorrei semplificare troppo, ma colgo in particolare due linee di intervento. Quella degli strumenti e quella degli animatori. Di mezzi - grazie a Dio - ne disponiamo in abbondanza. È uno dei settori in cui più abbiamo ricevuto dal passato, dove maggiore è stato lo sforzo di rinnovamento, e dove più significativo è stato l’impegno di innovazione e di messa in campo di modalità nuove. Occorre semmai chiederci se abbiamo compreso il senso del loro esserci, non certo per sfizio di qualcuno. Cioè il loro valore «strumentale» di accompagnatori-amici ad hoc ogni giorno pensati, e per questo critici, per questo liberi, per questo preoccupati più di spettinarci che di accarezzarci, di non dar mai tregua nel farci allungare lo sguardo, nell’indurci a vedere continuamente l’altra faccia dei problemi ma anche l’altra parte della vita, nel cogliere innanzitutto la cifra umana delle situazioni, nell’istillare la voglia di capire (non di galleggiare), di smascherare i trucchi del circo massmediale, di smontare la tv opulenta e truffaldina, di non ingurgitare alcunché a occhi chiusi. E occorre, arrivati a questo punto, chiederci perché resiste - e come resiste! - una sottovalutazione pratica attorno a questi strumenti. Certo scetticismo, certa freddezza. (...) Come se indipendenza di giudizio e professionalità fossero - per principio - reperibili solo in imprese editoriali altre da noi. Perché - chiedo ancora - i nostri media servono più per far sapere agli altri, agli ambienti laici e laicisti quel che si pensa nella Chiesa, piuttosto che rinforzare nei cattolici l’originalità del loro punto di vista? Certo, questi nostri strumenti, assolutamente sempre perfettibili, danno una mano non piccola al Paese raccontando quel che spesso sarebbe altrimenti taciuto, e ricordando che il pluralismo per essere tale ha bisogno di una concreta e scomoda pluralità di voci. Il conformismo non fa democrazia.
Un nuovo profilo pastorale
Che cosa i nostri ambienti dovrebbero comprendere e ancora non hanno compreso, o almeno non abbastanza? Non comprendono, per esempio, che perché ci sia sui media una consapevolezza diffusa, occorre che ogni comunità abbia i propri animatori della cultura e della comunicazione. Analogamente a chi come la Caritas e la San Vincenzo e altri… - richiama l’intera comunità al dovere di servire i poveri, ovunque si trovino; come chi, da animatore della liturgia, aiuta l’intera comunità a vivere in modo forte e ricco la liturgia; e come chi, da educatore, interpreta in modo forte un ruolo che a tutti appartiene, in quanto genitori o semplicemente adulti battezzati; ebbene, questo nuovo profilo pastorale inviterà l’intera comunità al dovere, e speriamo al piacere (sì, divertirsi anche con una buona dose di ironia), di stare dentro a questa cultura per contribuirvi, e - Dio lo voglia - per segnarla. (...) Dicono a denti stretti gli esperti del marketing di settore: se i cattolici sapessero le potenzialità che hanno, la risorsa che costituisce la loro rete di presenza capillare sul territorio, se sapessero cosa significa poter contare su un reticolo di sportelli esclusivamente dedicati sull’intero territorio nazionale, se decidessero di saperlo e volessero sfruttare questa chance, allora sì… Già. Allora sì. (...)
A occhi aperti
Nella società neo-moderna è possibile inserire alcune antitossine capaci di ridimensionarne il potere sulle coscienze, restituendo libertà, autonomia, responsabilità agli uomini e alle donne del nostro tempo. Noi giornalisti, scrittori, autori radiofonici e televisivi, «architetti» del web, operatori culturali, noi tutti fedeli che desideriamo vivere una vita consapevole, e vorremmo essere amici di Dio all’altezza di questi tempi difficili e affascinanti, noi tutti avvertiamo nitida una grande responsabilità. Non intendiamo allontanarla da noi, ma farcene carico. Da oggi in avanti, da Parabole mediatiche in poi, vorremmo che la Chiesa italiana non fosse più la stessa. Una vertigine la cogliesse. Per far finire le timidezze e le assenze come pure certe permalosità e arroganze, figlie tutte, con esiti opposti, della stesso senso di inadeguatezza, della stessa paura. Fine delle omissioni, inizio delle trasmissioni. Inizio, sì, di una stagione a occhi aperti e cuore spalancato.