ogni mutamento della situazione politica cambiano, a quanto pare, tutti i princìpi, meno uno: la potenza del cattolicesimo». Così scriveva Carl Schmitt nel 1923 in Cattolicesimo romano e forma politica, uno dei sui scritti più leggendari e, al tempo stesso, più problematici rispetto al resto della sua produzione. Premesso che la parola «potenza», quando viene riferita al cattolicesimo, presenta sempre una notevole ambiguità, dal momento che non significa mai soltanto «potenza politica», se è vero che gli ultimi saranno i primi e che quindi i veri potenti della terra sono i poveri, i malati, i sofferenti; premesso in altre parole che, almeno nella sua auto-comprensione più ortodossa, la Chiesa cattolica vive soprattutto grazie ai suoi santi, e può essere tanto più «potente», quanto più sembra politicamente impotente o addirittura perseguitata, che cosa si può dire di questo principio schmittiano guardando alle discussioni che periodicamente si accendono nel nostro Paese in ordine ai rapporti tra Stato e Chiesa e alla cosiddetta «laicità» dello Stato? Il referendum del giugno scorso sulla legge 40 sembra aver riaperto invero una sorta di nuova «questione romana». Ritornano così di grande attualità la Chiesa di Pio IX, il Sillabo, lo scontro con lo Stato italiano, il Concordato del 1929, quello del 1984, il fastidio di molti «laici» per le cosiddette indebite ingerenze della Chiesa negli affari nazionali, in una parola le principali vicende di quella che molti definirebbero l’anomalia italiana. Significativo in proposito l’ultimo libro di Sergio Romano, uscito di recente dall’editore Longanesi, con un titolo sibillino: Libera Chiesa. Libero Stato? Il Vaticano e l’Italia da Pio IX a Benedetto XVI. Con il garbo e la competenza che lo contraddistinguono, Romano ripercorre in modo agile e sintetico, mai superficiale e addirittura accattivante (anche per me, «papalino» confesso) la complessa vicenda dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa di Roma. Lo fa tuttavia a partire da una preoccupazione che non trovo convincente: che cioè quanto accaduto negli ultimi anni, «dal dibattito sulle radici cristiane al referendum sulla fecondazione assistita», abbia dissolto gli «anticorpi» di una sana laicità (chiamiamola così), «e che il confine tra lo Stato e la Chiesa venga sbadatamente attraversato con sempre maggiore frequenza» (p. 9). Il libro elenca in proposito una lunga serie di sconfinamenti: dai magistrati che partecipavano negli anni Novanta ai raduni di don Giuseppe Rossetti, alla smania di tanti politici eminenti di partecipare ai meeting annuali di Comunione e Liberazione; da Massimo D’Alema che partecipa alle cerimonie di beatificazione del fondatore dell’Opus Dei, alla visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano; dall’amicizia del presidente del Senato con il cardinale Ratzinger, alla fede cattolica del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio ostentata per difendersi dai suoi critici; infine, più fastidioso di tutti, l’invito rivolto agli italiani dal cardinale Camillo Ruini a non recarsi a votare in occasione del referendum sulla legge 40. Per quanto mi riguarda sono disposto a concedere che alcuni di questi fatti elencati da Romano possano portare in sé anche qualcosa di anomalo in ordine alla «laicità» della cultura politica del nostro Paese.
A questo proposito, se posso rincarare la dose, trovo addirittura strano che Romano non dica nulla di quella sorta di avvilente pellegrinaggio in Vaticano da parte dei leader dei principali partiti italiani in occasione delle ultime elezioni politiche, per presentare al cardinale segretario di Stato i loro programmi elettorali; trovo altresì strano che nel libro di Romano non ci sia traccia di quella particolare inclinazione dei nostri leader politici a dare grande enfasi, per utilizzali a proprio uso e consumo, ai pronunciamenti che a vario livello vengono dalla Chiesa, salvo ovviamente scandalizzarsi e gridare alle «ingerenze» quando questi pronunciamenti non vanno nella direzione desiderata. Detto questo, però, non mi sembra ragionevole sostenere, come fa Romano, che la battaglia per l’inclusione delle radici cristiane nella Costituzione europea fosse «inopportuna e comunque perduta in partenza» (p. 140), che la visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano abbia rappresentato una «ripresa di possesso della città» (p. 141) da parte del Papa, e, infine, che in occasione del referendum sulla fecondazione assistita si sia trattato semplicemente di «un brutto intreccio» tra vescovi e atei devoti «che oscura il confine tra la Chiesa e lo Stato» (p. 145). Proprio la particolarissima storia del nostro Paese, che il libro di Romano racconta peraltro così bene, dovrebbe indurci a non confondere il clericalismo (e l’anticlericalismo) che ancora certamente pervadono ampi settori della cultura politica italiana con ciò che invece potrebbe rappresentare addirittura un segno del loro oltrepassamento. La battaglia per il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa non è mai stata condotta dalla Chiesa nei termini della rivendicazione di un qualsiasi privilegio confessionale, ma sempre e soltanto nel nome della cultura, ovvero dell’universalità e della dignità dell’uomo che si esprimono nella cultura europea anche e soprattutto grazie al cristianesimo. Fatico pertanto a capire che cosa possa esserci stato di «inopportuno» in questa battaglia, la quale ha avuto se non altro il merito di riaprire il discorso sull’identità europea e su quelle che sono le vere ragioni della sua crisi. Riguardo alla visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano, mi sembra decisamente riduttivo affermare che con quel gesto il Papa volesse «riprendere possesso» della città di Roma. Al contrario. Senza sfuggire in alcun modo «alle vicissitudini e alle contraddizioni della storia», nel rispetto della «reciproca indipendenza e autonomia» (sono parole dette quel giorno da Giovanni Paolo II), mi è sembrato infatti che il Papa volesse soprattutto riconsegnare la città e la «diletta nazione italiana» a se stesse e alla loro grande storia, operando in questo senso un importante gesto di riconciliazione.
Quanto infine al «brutto intreccio» che, secondo Romano, si sarebbe verificato in occasione del referendum sulla procreazione assistita tra vescovi e atei devoti, a tutto danno della laicità dello Stato, vorrei esprimere qui il mio dissenso più netto e più circostanziato. In primo luogo perché sarebbe davvero strano che in una cultura liberale i vescovi non potessero esprimere il loro parere su questioni tanto delicate; in secondo luogo perché l’insegnamento più importante e, almeno per me, più incoraggiante che traggo dalla suddetta vicenda referendaria è che effettivamente su questioni bioetiche decisive la gente ha dimostrato di non essere disposta a delegare le decisioni ai politici, ai prelati, agli scienziati o comunque a presunti «esperti». Specialmente negli ultimi giorni della campagna referendaria, le discussioni venivano seguite con grande serietà e passione; molti cittadini di ogni età, specialmente i giovani, sembravano seriamente interessati a capire che cosa fossero le cellule staminali embrionali e che cosa fossero le cellule staminali adulte; riflettevano sulla natura dell’embrione umano come pure sulle diverse tecniche di procreazione assistita; hanno pian piano compreso, questa almeno la mia impressione, l’importanza della posta in gioco, senza farsi troppo condizionare dai mezzi di comunicazione di massa o da chi gridava più forte. È stata insomma una grande occasione di crescita culturale per l’intero Paese. E senza con questo voler dire che tutti coloro che hanno disertato le urne lo hanno fatto con piena convinzione, mi sembra che la recente vicenda referendaria ci abbia offerto almeno un aspetto assolutamente positivo: allorché si tratta di questioni che toccano da vicino il senso stesso della vita umana, la gente è tutt’altro che indifferente e credulona; non si astiene dal voto semplicemente perché così auspica il cardinale Ruini; piuttosto si regola in misura crescente sulla bontà degli argomenti che vengono addotti a sostegno delle diverse posizioni; si lascia guidare insomma dalla «cosa stessa». E questo, lo ripeto, mi sembra un elemento assai importante, sul quale tutti faremmo bene a riflettere. Ne guadagnerebbe sicuramente anche la laicità della nostra cultura politica.
A questo punto vorrei riprendere la battuta di Carl Schmitt dalla quale sono partito: «A ogni mutamento della situazione politica cambiano, a quanto pare, tutti i princìpi, meno uno. La potenza del cattolicesimo». A una lettura che voglia essere soltanto «politica», questa affermazione sembrerebbe trovare proprio in quanto accaduto in Italia in questi ultimi lustri un’interessantissima conferma. Alludo alla crisi del partito della Democrazia cristiana, alla quale ha fatto seguito un insolito ossequio nei riguardi della Chiesa cattolica da parte di tutti i principali leader politici italiani, come pure un’ascesa dei cattolici a posizioni chiave nella vita pubblica del Paese forse mai vista in precedenza. Non sono tuttavia convinto che tutto ciò significhi davvero la «persistente potenza» del cattolicesimo. Sergio Romano coglie per molti versi nel segno, allorché denuncia come «radici cristiane, famiglia, santità del matrimonio, diritto alla vita» siano per molti uomini politici nostrani «soltanto strumenti di lavoro, mezzi per conquistare il consenso della Chiesa e averla al proprio fianco come alleato per la conquista del potere» (p. 144). Mi conforta tuttavia il fatto che, almeno a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica miri sempre di più, non tanto alla cattolicità dei governi o delle leadership politiche in senso stretto, quanto piuttosto ad animare in senso cattolico la cultura e la società. Su questa stessa linea sembra muoversi il «Progetto culturale» della Chiesa italiana, attivato dal cardinale Ruini dieci anni orsono. I vescovi italiani vogliono un cattolicesimo che sia vivo e vitale, vogliono, cito parole del cardinale Ruini, «una maggiore capacità di proposta e una più concreta incidenza della fede cristiana nell’Italia di oggi». Ma non mi sembra che stiano spingendo per la costituzione di un nuovo partito unico dei cattolici o per la riedizione di un nuovo confessionalismo. Da questo punto di vista, quanto è accaduto nella recente campagna referendaria sulla procreazione assistita è assai più importante del fatto che i presidenti del Consiglio, della Repubblica, del Senato o della Camera dei deputati si definiscano cattolici. Mi sembra insomma, e concludo, che la Chiesa cattolica italiana abbia ben compreso come, in una società differenziata, complessa e pluralista, quale è la nostra, la «potenza» della Chiesa dipenda, non tanto dalla sua capacità di perseguire obbiettivi politici in senso stretto o di occupare per interposte persone le istituzioni dello Stato, quanto dalla vitalità e dalla forza vivificante della sua fede in Gesù Cristo «salvatore dell’uomo». Sta alla cultura laica riconoscere a sua volta come una politica liberale e democratica dipenda in primo luogo, non tanto dalla sua conclamata neutralità etica, quanto dalla consapevolezza dei vincoli morali che la trascendono. Di certo lo Stato laico ha bisogno sia di cattolici capaci di evitare un uso meramente strumentale della loro fede, sia di laici che, magari anche senza essere devoti, sappiano evitare che la laicità si riduca a una sorta di guscio vuoto, incapace di alimentare la sostanza morale indispensabile alla sopravvivenza dello stesso Stato laico. Almeno su questo punto mi piace pensare che Sergio Romano sia d’accordo con me.