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Il colpo di Stato

LIBERAL BIMESTRALE
di Francesco Perfetti
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_thIl 17 febbraio 1992 veniva arrestato a Milano un politico locale, Mario Chiesa, che aveva ottenuto dai socialisti la gestione della casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio. Era stato colto in flagrante mentre tentava di far scomparire il frutto di una tangente versata dal titolare di una piccola impresa di pulizie. La sorpresa era stata organizzata dal giovane procuratore Antonio Di Pietro, un ex poliziotto che aveva fatto il suo ingresso in magistratura una decina di anni prima e che ben presto si era distinto nel campo delle indagini per le sue notevoli doti informatiche. L’improvviso arresto di questo modesto esponente socialista milanese aprì ufficialmente la cosiddetta stagione di «Tangentopoli». Non era il primo arresto per corruzione. Ve ne erano stati altri (e forse anche più importanti) negli anni precedenti, ma questo avrebbe offerto agli inquirenti l’opportunità giusta per svelare la dimensione e le caratteristiche dei meccanismi corruttivi che, da sempre, condizionavano la vita politica italiana e di cui tutto il Paese era, in maniera più o meno approssimativa, rassegnatamente consapevole. Al tempo stesso, però, questo caso avrebbe consentito di impostare un vero e proprio progetto di liquidazione della classe politica di governo: un «colpo di Stato» - diciamolo pure francamente e fuor di metafora - o - se non piace questa espressione e se ne preferisce altra - una «rivoluzione strisciante» portata avanti con grande determinazione attraverso la via giudiziaria. Una «rivoluzione» che, come tutte le rivoluzioni, ha lasciato sul terreno molte vittime, anche innocenti, ha assunto caratteri persecutori e vessatori nei confronti dei «nemici oggettivi» o «presunti» tali, ma ha garantito aree di impunità ad «amici» o «compagni di strada» in nome di un moralismo «peloso» e virtuistico o di complicità politiche. La rete della corruzione, soprattutto politica, era, prima dell’inizio della stagione di Tangentopoli, vasta e solida. Il pagamento di tangenti era una prassi talmente diffusa da costituire oggetto di satira, di commento mordace ovvero malinconico. Questa prassi - moralmente condannata e condannabile - era diventata uno dei modi più importanti per finanziare la politica, per sopperire al costo sempre più elevato della burocratizzazione delle strutture partitiche o parapartitiche. La legge sul finanziamento pubblico dei partiti non era stata in grado di eliminarla. La corruzione politica, insomma, era un meccanismo che si autoalimentava in simbiosi perfetta con un fenomeno diverso ma contiguo, quello del clientelismo. Il denaro proveniente dalle tangenti in parte finiva, sì, nelle casse dei partiti o delle correnti di partito, ma, in parte, in qualche caso, rimaneva nelle tasche dei politici che lo usavano o per se stessi ovvero per rinvigorire il proprio sistema di clientele. Corruzione politica e clientelismo si intrecciavano, poi, con fenomeni di corruzione comune e di concussione a opera di funzionari pubblici interessati solo a rimpinguare le proprie tasche. Questa era, dunque, la situazione quando scoppiò la tempesta di «Mani pulite». L’episodio dell’arresto del piccolo politico di provincia Mario Chiesa fu il primo sasso della grande valanga destinata a travolgere la classe politica italiana, a decapitare il mondo imprenditoriale, a scatenare una lotta di potere prima mai vista e senza quartiere. A cominciare dalle rivelazioni di Chiesa per finire con le autodenunce e le rivelazioni «spontanee» di imprenditori e politici timorosi di essere indagati, si assistette a un crescendo di indagini che, in un brevissimo volgere di tempo e accompagnate da una eccezionale enfatizzazione di stampa, finirono per toccare uomini politici di primo piano a partire da Bettino Craxi. Quest’ultimo, anzi, fu l’unico che seppe reagire con energia chiamando in causa l’intera classe politica con un discorso che lo trasformava da accusato in accusatore quando, il 4 luglio 1992, disse alla Camera: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento pubblico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». E, naturalmente, nessuno dei deputati presenti in aula si alzò per contestarlo. Non è possibile, in questa sede, né ripercorrere le vicende giudiziarie di Tangentopoli né, tantomeno, ricostruirne la storia, che sarebbe anche parte della storia sociale oltre che politica di un Paese divenuto preda improvvisa di un troppo facile e ingenuo «giustizialismo» rivoluzionario, che legittimamente richiama alla mente la stagione oscura del Terrore ai tempi della rivoluzione francese. È possibile, invece, fare qualche considerazione. Tangentopoli fu, come si diceva all’inizio, un vero e proprio «colpo di Stato giudiziario» o, se si preferisce, una «rivoluzione strisciante», che portò alla fine della Prima Repubblica. E fu, essa, una rivoluzione politica, nel senso più completo del termine, anche se gestita dalla magistratura o, per meglio dire, da una sua parte. Non è un caso che dalla bufera riuscirono a salvarsi, di fatto, soprattutto i comunisti grazie all’inerzia di quelle «toghe rosse» che, ora in posizioni di rilievo, erano solite discettare, in loro convegni, di «giustizia di classe» e di «abbattimento dello Stato borghese». E che i comunisti fossero stati finanziati in maniera illegale attraverso tanti canali di varia natura, non escluso quello delle tangenti è un dato di fatto. Un magistrato proveniente dalle loro file, l’ex pm Francesco Misiani, uno dei fondatori della corrente di «Magistratura democratica» nel 1999 pubblicò un libro molto importante, La toga rossa, nel quale riconosceva che egli, se avesse voluto, avrebbe potuto dimostrare in un’aula di tribunale come anche i comunisti, al pari degli altri partiti, non fossero stati estranei al circuito del finanziamento illecito da parte delle imprese. Tuttavia l’impunità di fatto concessa o anche garantita ai comunisti e ai postcomunisti documentata da un bel libro-inchiesta di Andrea Pamparana dal significativo titolo Gli impuniti non è che solo un aspetto della dimensione «politica» della vicenda di Tangentopoli. Accanto alla collusione - attiva o anche passiva - di alcuni esponenti o settori politicizzati della magistratura con i comunisti per un rivolgimento politico totale con la distruzione della classe politica della Prima Repubblica, è stata anche avviata un’altra azione che ha spinto alcuni settori della magistratura a proporsi di fatto essi stessi come «supplenti» del vuoto di potere che si andava così creando: un’azione espressione di una faida tra poteri dello Stato. Tangentopoli, insomma, è diventata presto - prima ancora di essere un’operazione contro la corruzione politica e non - lo strumento di una lotta politica condotta senza esclusione di colpi e che ha coinvolto i partiti politici e la magistratura. È stata resa possibile dal nuovo clima determinatosi dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, un clima - vale la pena di rammentarlo - che ha fatto venire meno le complicità e le solidarietà, interne e internazionali, e ha consentito tanto la mobilità delle opinioni e delle scelte politiche quanto la possibilità di passare, anche in tema di corruzione, dalla fase del mugugno e della sopportazione passiva alla fase della ribellione e della critica aperta. La stagione di Tangentopoli è costata molto, moltissimo in termini di credibilità della magistratura e della stessa giustizia: l’uso disinvolto di metodi inquisitori e polizieschi nei confronti degli indagati per spingerli a confessioni e delazioni; la strumentalizzazione degli «avvisi di garanzia» trasformati nella pubblica opinione da mezzi di tutela del diritto degli indagati a certificazioni di condanna preventiva; la leggerezza nell’emissione delle ordinanze di custodia cautelare; tutto ciò, e altro ancora, ha finito per oscurare l’immagine della giustizia nel suo complesso e per gettare ombre fitte sulla imparzialità della sua amministrazione, tanto più che accanto alle condanne per comportamenti illeciti non sono mancate le assoluzioni. Tangentopoli è costata molto anche in termini di vittime: e non si pensa soltanto ai «suicidi eccellenti», ma anche ai «drammi» vissuti dai quadri dirigenziali del mondo economico-industriale e del mondo politico per colpa di castelli accusatori costruiti attraverso i giochi delle coincidenze e dei teoremi. Insomma, Tangentopoli è stata davvero una «rivoluzione strisciante» guidata da più attori, taluni consapevoli altri inconsapevoli, che ha puntato sulla destabilizzazione del sistema attraverso la delegittimazione della classe politica. Essendo però diversi gli attori, diverse erano le finalità: soppressione dello Stato borghese per alcuni, ambizione personale per altri, mutamento dei rapporti fra i poteri dello Stato per altri ancora e via dicendo. Comunque sia, il traguardo finale di Tangentopoli non era affatto, in via prioritaria, la tanto sbandierata moralizzazione della vita pubblica o l’eliminazione dei canali della corruzione pubblica e privata, quanto piuttosto la conquista del potere, anche attraverso la modifica di equilibri politico-istituzionali, dopo uno scontro tutto politico. A distanza di dieci anni dall’inizio della stagione di Tangentopoli è non solo opportuno ma necessario pensare a un «ritorno alla normalità», pur nel quadro della nuova situazione politica, un ritorno che non sia restaurazione ma che consenta il buon inizio della vita della «Seconda Repubblica». Ciò sarà possibile soltanto operando su tre direttrici contemporaneamente: le riforme istituzionali per la definizione di un giusto e corretto equilibrio fra poteri dello Stato, la separazione delle carriere all’interno della magistratura che permetta una precisa definizione di ruoli, un’amnistia che faciliti l’avvio di una nuova stagione.




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